“Quaerere Deum”. Ecco ciò che conta

Cari amici di Duc in altum, è da oggi disponibile nelle librerie Sacerdozio e monachesimo benedettino. Come san Benedetto può essere un esempio per il prete diocesano, di don Sergio Paganelli (Fede & Cultura, 96 pagine, 14 euro). La prefazione l’ho scritta io e, per gentile concessione dell’autore e dell’editore, ve la propongo qui.

A.M.V.

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Da molti anni ormai mi occupo dei Papi e del loro insegnamento, e devo dire che tra i ricordi più belli e più vivi che conservo nella mente e nel cuore c’è il discorso tenuto da Benedetto XVI a Parigi, il 12 settembre 2008, al Collège des Bernardins, quando, davanti al mondo della cultura, fece una lezione di importanza decisiva per l’intero suo pontificato e per chiunque sia interessato a capire che cosa voglia dire essere europei e occidentali.

Nella città dei lumi, cuore della laicissima Francia, dopo aver ricordato che il collegio fu edificato dai figli spirituali di  san Bernardo di Clairvaux e che fu il cardinale Jean-Marie Lustiger a volerne fare un “centro di dialogo tra la Sapienza cristiana e le correnti culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società”, Benedetto XVI decise di parlare delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea (tema davvero non di poco conto, ma Ratzinger se lo poteva permettere!) concentrandosi sulla cultura monastica, identificata come la vera radice dell’Europa.

In un’epoca  in cui, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, il nostro continente sembrava sul punto di frantumarsi a causa degli sconvolgimenti prodotti dalle migrazioni e dai nuovi assetti politici che si stavano formando (a proposito di corsi e ricorsi della storia), alcuni uomini, nascosti agli occhi del mondo, diedero vita a una nuova cultura. Erano i monaci, che dall’interno dei loro isolati monasteri permisero la trasmissione di inestimabili tesori dalla vecchia cultura al nuovo contesto e in questo modo fornirono alla costruzione europea solide basi.

Ma perché quegli uomini, a dispetto di condizioni generali non certo favorevoli, si comportarono così? Perché consacrarono le loro vite, spesso a prezzo di enormi sacrifici,  a un tale impegno? Erano forse tutti filosofi o teologi o comunque studiosi dei vari settori del sapere?

No, rispose Benedetto XVI. Non solo non erano studiosi nel senso tecnico del termine, ma non avevano nemmeno il progetto di dar vita a una nuova cultura, né tanto meno di impegnarsi nell’opera di conservazione della cultura del passato. “La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile”.

Ricordo bene l’emozione che quelle parole mi procurarono. Ecco che il professor Ratzinger, con la sua consueta calma e con l’understatement tipico del docente che non ama far uso di enfasi e retorica ma va dritto all’obiettivo, con poche e precise parole tagliava l’erba sotto ai piedi di tutti gli atei di Francia e del mondo intero, ricordando che le nostre radici affondano nel terreno della ricerca religiosa e spirituale, una ricerca di senso condotta da parte di uomini che, con umiltà pari alla tenacia, seppero alzare gli occhi al cielo per trovare risposte alle domande fondamentali.

Ma perché ricordo qui quel lontano discorso di Benedetto XVI, certamente dimenticato dai più?

Lo ricordo qui perché, leggendo il bel saggio di don Sergio Paganelli, scritto sotto forma di una lettera a un sacerdote novello nella quale sono prese in considerazione tutte le dimensioni della spiritualità monastica benedettina, mi sono subito sentito riproiettato indietro nel tempo, a quel giorno di settembre del 2008 e a quella lezione impareggiabile del papa tedesco che scelse di chiamarsi Benedetto, come il santo patrono d’Europa.

Don Sergio nella lettera al suo immaginario interlocutore spiega molto bene, anche attraverso significative citazioni e provocazioni, che anche oggi, all’inizio di questo terzo millennio dell’era cristiana, come tanti secoli fa abbiamo bisogno di tornare a interrogarci sull’essenziale. Tutti presi dalle cose penultime, ci siamo dimenticati delle ultime. Non abbiamo più una tensione escatologica, oppure l’abbiamo in forma molto confusa e assopita, e ci illudiamo di poter trovare risposte nella sfera empirica.

Questo sbandamento, questo disorientamento che a volte sfocia in forme di presunzione e altre volte invece deprime e provoca angoscia, coinvolge anche coloro che, come i sacerdoti, dovrebbero invece avere lo sguardo sempre rivolto al cielo e a Dio, coloro per i quali quaerere Deum dovrebbe essere la norma, non l’eccezione. Ecco perché, a mio giudizio in modo molto opportuno, don Sergio raccomanda al suo giovane amico di orientarsi verso l’esperienza monastica benedettina. Non per un rigurgito di nostalgia, ma perché lì c’è un metodo e c’è una prospettiva che anche oggi può risultare decisiva per collegare fede e cultura, fede e ragione, cielo e terra, anima e corpo, e consentire così la costruzione di un mondo più umano.

Come sapete bene, un giornalista americano, Rod Dreher, ha fatto sensazione con il suo libro intitolato L’opzione Benedetto. Una strategia per i cristiani in un mondo post-cristiano. Ed ora ecco che un prete, don Sergio, torna da parte sua a Benedetto come via per la realizzazione di un’umanità pienamente cristiana in questo nostro mondo nel quale il cristianesimo molto spesso non solo è rifiutato o guardato con sufficienza, ma addirittura è perseguitato.

Perché questa attenzione per Benedetto e per il monachesimo benedettino?

Nel libro don Sergio propone alcune risposte che si ricollegano a quanto disse Benedetto XVI a Parigi. La questione decisiva è quella della verità, alla quale è legata la questione della libertà. L’uomo non diventa più uomo se, ritenendo che la ricerca della verità non appartenga alla sua sfera razionale, si amputa di queste capacità di indagine e si accontenta delle risposte fornite da ciò che è sperimentabile empiricamente o di ciò che fornisce forti emozioni. Al contrario, autolimitandosi in questo modo, l’uomo diventa meno uomo e si espone al rischio della manipolazione, da parte sia della scienza e della tecnica sia del potere.

Quaerere Deum, la ricerca di Dio, che guidò i monaci medievali, è ancora oggi la “ricetta” vincente. Perché è poi dal désir de Dieu che discende tutto il resto, compreso l’amore per le lettere e compresa la stessa ricerca scientifica, come spiegò bene Benedetto XVI a Parigi.

Ecco così che il monaco, e il benedettino con particolare evidenza, diventa autentico evangelizzatore, perché non predica un moralismo ma, nella fede che si fa cultura e nel costante dialogo tra fede e ragione, risponde alle domande decisive. Ed ecco così che la spiritualità monastica benedettina, come don Sergio spiega proprio all’inizio del suo contributo, può tornare a dare sostanza al ministero sacerdotale, anche nel caso del prete diocesano che vive immerso nel mondo.

Non stupisce quindi che il bel lavoro di don Sergio sia dedicato a sua santità Benedetto XVI. Una dedica alla quale mi associo, con tanta stima e gratitudine per papa Ratzinger e un ringraziamento speciale per don Sergio, non solo e non tanto perché a un certo punto ha avuto la bontà di citare un mio lavoro sulla vita monastica e i rischi ai quali è oggi esposta, ma perché ha il merito di ricordarci che “il paradosso della vita monastica”, per usare l’espressione di Jean Leclercq, è più che mai attuale: rinunciare al mondo per incidere su di esso.

Aldo Maria Valli 

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