Quell’incredibile “preghiera” alla Pachamama. E una lettera a chi di dovere

Cari amici di Duc in altum, il sinodo pan-amazzonico è finito ma l’ombra della Pachamama non s’è dissolta. Anzi, aleggia ancora su di noi, come dimostra quanto successo a Verona, dove nella parrocchia del Sacro Cuore il parroco, don Claudio Castellani, ha fatto celebrare una grottesca “preghiera” all’idolo.   

Ecco qua il testo: «Pachamama di questi luoghi, bevi e mangia a volontà questa offerta, affinché sia fruttuosa questa terra. Pachamama buona madre, sii propizia! Sii propizia! Fa’ che i buoi camminino bene e che non si stanchino. Fa’ che la semente spunti bene, che non succeda nulla di male, che il gelo non la distrugga, che produca buoni alimenti. A te lo chiediamo: donaci tutto. Sii propizia! Sii propizia».

Comprensibili le immediate proteste di numerosi fedeli, tra i quali un lettore di Duc in altum che ha scritto una lettera – la trovate qui sotto –  al vescovo di Verona e al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

A.M.V.

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Lettera aperta a sua eccellenza monsignor Giuseppe Zenti, vescovo di Verona, e a sua eminenza il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede

Buongiorno, sono un fedele cattolico, battezzato, sposato, insegnante.

Vi scrivo in merito alla preghiera a Pachamama recitata in una chiesa veronese il 25 ottobre: si tratta, come potete appurare dal volantino allegato, di un’invocazione apotropaica alla dea per ottenere prosperità e benessere.

Sono consapevole che un corretto approccio ermeneutico esigerebbe la dettagliata conoscenza delle circostanze per un’adeguata attribuzione di valore alla preghiera in questione (un testo senza un contesto è solo un pretesto, diceva qualcuno). Ma non ci si può fare sempre scudo con l’ermeneutica; si finisce infatti per giustificare qualsiasi cosa. La croce di Cristo ha squarciato non solo il velo del Tempio, ma anche il velo dell’ermeneutica.

Purtroppo questa preghiera rimanda, direttamente o velatamente, a un impianto teologico relativistico, riflesso di una più generale tendenza pastorale. In tale invocazione infatti − almeno nelle intenzioni di chi ne ha proposto la recita in chiesa − non è tanto importante l’«a chi» essa si rivolge, ma il «che cosa» essa dice. Si relativizza il destinatario e si assolutizza il contenuto. Da cattolico, questo non posso proprio accettarlo: la verità cristiana, infatti, non è originariamente un’idea, ma innanzitutto una persona (Gv 1,18; 14,6), e come tutte le persone ha anche un nome, Gesù Cristo, unica persona nella quale vi sia salvezza (At 4,12; Rm 10,9). Astrarre da quel nome significa spersonalizzare la verità cristiana e quindi negarla.

Ecco allora, vostra eccellenza e vostra eminenza, il punto in questione: se tutte le religioni fossero uguali, io personalmente non avrei più nessun motivo di essere e rimanere cattolico. Se le diverse religioni veicolassero tutte egualmente il senso originario (ex ante) e la salvezza escatologica (ex post) – ma io non lo credo – allora vi assicuro che, qualora me ne convincessi, non esiterei un solo istante ad abbracciare religioni meno impegnative del cattolicesimo. Perché quelle di Cristo, è vero, sono parole «dure» e purtuttavia sono le uniche «parole di vita eterna» (Gv 6).

Dico questo con fermezza, ma senza alcuna vena polemica, con l’intenzione e la speranza di rimanere saldo nella fede, nonostante la recente prassi ecclesiastica mi sia, da questo punto di vista, più d’ostacolo che d’aiuto.

Ringrazio per la vostra attenzione.

Preghiamo per la fede della Chiesa.

Cordiali saluti

Alberto Zago

Verona

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