Così si arrivò alla “Messa beat”

Cari amici di Duc in altum, nuova puntata dell’indagine del maestro Aurelio Porfiri sugli anni della cultura beat e delle ripercussioni su Chiesa e liturgia.

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27 aprile 1966: nel pieno degli scontri politici fra neofascisti e giovani di sinistra, Roma è scossa dall’omicidio di Paolo Rossi, studente di architettura ucciso all’età di diciannove anni.

Ma quel giorno c’è anche un altro evento. Nella sala Borromini dell’Oratorio Filippino viene organizzata la prima performance della cosiddetta Messa beat, un tentativo di avvicinare i giovani alla liturgia attraverso la musica da loro più amata.

“La cultura beat – scrive Enzo Mottola – portava un modello alternativo a quello dominante, nel senso non di conflitto o di scontro, ma di sostituzione di valori dall’interno con nuovi rapporti sociali e interpersonali. L’aggregazione era un nulla-osta contro ogni forma di classismo sociale: tutti insieme, di qualsiasi ceto sociale, purché beat. Anche la Chiesa sentì il bisogno di modernizzarsi, di avvicinarsi ai cosiddetti capelloni. Nacquero così le messe beat e, anche grazie a valorosi parroci, nelle chiese entrarono le chitarre elettriche” (Bang-Bang! Il beat italiano a colpi di chitarra, Bastogi Editrice Italiana).

Il clima di ribellione si impadronisce anche della musica sacra e tre complessi beat – i Barrittas, i Bumpers e gli Angels & the Brains – sono incaricati dell’esecuzione. La musica è di Marcello Giombini (1928-2003).

L’esecuzione, molto attesa, vide una larga partecipazione giovanile, ma non tutti nella Chiesa gradirono. Scrive monsignor  Domenico Celada nel suo oramai introvabile Arcobaleno beat (Marini editore): “Quando, nel dicembre precedente, scrissi in una rivista cattolica circa la funzione deleteria di un certo tipo di presunta musica sulla sensibilità e sull’animo dei giovani, e levai apertamente la voce contro determinati locali popolati da equivoci personaggi, ero ben lontano dal pensare che, a distanza di pochi mesi, tali cose sarebbero state accolte col più giocondo dei sorrisi in un ambiente cattolico. Si tratta di un fatto assai grave, dato che la Chiesa ha sempre mantenuto il più severo atteggiamento dinanzi a ogni forma di malcostume. Ma è veramente assurdo e sconcertante che alla sala Borromini dei padri filippini si sia addirittura osato mescolare il sacro al profano, o meglio il sacro a ciò che è palesemente immorale“ .

Le rimostranze di monsignor Celada non erano isolate. L’evento fece rizzare i capelli in testa a molti che pensavano non ci dovesse essere commistione fra la musica dedicata al culto di Dio e quella usata a solo scopo di intrattenimento.

Dalle cronache dell’epoca si evince che i giovani lì presenti non erano affatto interessati alla valenza liturgica della musica, ma solo allo svago.

Dopo l’esecuzione ci fu un dibattito in cui gli organizzatori tentarono di spiegare lo scopo di quel tentativo. E chi erano gli organizzatori? Non ragazzi, ma ecclesiastici.

Sembra infatti che l’ispiratore fu il domenicano Sinaldo Sinaldi (alcune fonti danno però come nome di questo sacerdote Gabriele), critico cinematografico che si avvalse della collaborazione per i testi del biblista Tommaso Federici, del regista Giuseppe Scoponi e dell’oratoriano Carlo Gasbarri (dovrebbe essere lo stesso padre Gasbarri che si adoperò per la tradizione musicale della Chiesa Nuova promuovendo lo stupendo coro vallicelliano del padre Sartori).

Nel dibattito, stando al Celada, intervenne il notissimo liturgista Salvatore Marsili, a quel tempo preside dell’istituto liturgico Sant’Anselmo, che approvò convintamente l’iniziativa: “Si tratta – disse –  di aprire una porta per vedere se il nostro mondo moderno deve rimanere, nel campo dell’arte musicale, all’ostracismo, mentre nel campo dell’arte architettonica, dell’arte pittorica, dell’arte scultorica, non è rimasto all’ostracismo” (Arcobaleno beat).

Fu insomma un’operazione promossa da ambienti culturali e accademici della Chiesa cattolica, e in proposito il ricordo di Pamela King, moglie di Angelo Ferrari, fondatore degli Angels & the Brains, nel suo libro Angelo con le bacchette. Il rock che scosse le fondamenta del Vaticano , è molto istruttivo: i ragazzi dei gruppi musicali, spiega, furono reclutati da alcuni degli organizzatori di cui sopra come semplici esecutori, e nel libro della King si avverte amarezza per il modo in cui furono trattati.

Al termine del dibattito i promotori dell’iniziativa dissero che quella musica non sarebbe mai stata usata a fini liturgici e che l’esecuzione era stata motivata solo dal desiderio di far sì che i giovani potessero esprimersi con il loro linguaggio. Ma conosciamo bene questa tattica, che consiste nel far passare certe idee surrettiziamente.

Aurelio Porfiri

3. continua

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La messa beat e l’inganno dell’eterna gioventù

La falsa liberazione del Sessantotto

 

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