Cardinale Burke: “Mi chiamano nemico del papa, ma non lo sono”

Conversazione di Ross Douthat con il cardinale Raymond Burke

The New York Times, 9 novembre 2019

Ross Douthat: Cominciamo dal personale piuttosto che dal teologico. Mi dica com’è diventato prete.

Cardinale Raymond Burke: Beh, sono cresciuto in una piccola fattoria nel Wisconsin rurale. I miei genitori erano devoti cattolici. A quei tempi era naturale: ogni ragazzo pensava di diventare prete. Ma quando ero in seconda elementare, nel 1955, a mio padre fu diagnosticato un tumore al cervello. Fu operato alla Mayo Clinic, ma in realtà non potevano fare molto. Trascorse a casa gli ultimi mesi della sua vita, e il sacerdote era solito venire per ascoltare la confessione e portargli la Santa Comunione. In quei giorni, quando il sacerdote veniva, andavo alla porta e lo trovavo con una candela accesa. Nella camera da letto, dove c’era mio padre malato, avveniva una piccola processione. Il sacerdote lo confessava e poi ci invitava a rientrare per il rito della Santa Comunione. Questo mi impressionò moltissimo. Solo negli anni successivi ho compreso il vero significato della sofferenza e della morte di mio padre. Ma ho potuto capire, pure da bambino, quello che stava succedendo. Ho visto come quel prete si comportava. Quindi l’idea di diventare sacerdote è cresciuta in me, e quando fui in terza media chiesi a mia madre se potevo andare al seminario minore della diocesi. Lei era un po’ preoccupata. Ero il più giovane di sei figli, piuttosto fragile, e il seminario assomigliava a una scuola militare. Ma lei accettò.

Dopo il seminario minore, Burke continuò la sua formazione a Washington, dove arrivò nel 1968, quando lo sconvolgimento politico fu accompagnato da uno sconvolgimento nella Chiesa (“Fu scioccante, in quegli anni, il numero di uomini che lasciarono il seminario“.) Da lì andò a Roma, dove fu ordinato sacerdote da Papa Paolo VI nel 1975.

Douthat: E come fu che divenne cardinale?

Burke: Iniziai come assistente parroco nella cattedrale di La Crosse. Poi mi fu chiesto di insegnare al liceo cattolico, e dopo tre anni di insegnamento il vescovo mi chiese di studiare diritto canonico. Non ne ero affatto entusiasta, ma andai all’Università Gregoriana, a Roma. C’erano alcuni preti eccezionali, e uno di loro capì che non ero contento di essere lì. Mi prese sotto la sua ala e fu così che mi  appassionai alla legge canonica.

Il diritto canonico alla fine condusse Burke alla Segnatura apostolica, la corte suprema della Chiesa. Nel 1994 fu nominato vescovo di La Crosse; nel 2004 divenne arcivescovo di St Louis; e poi nel 2008, sotto Papa Benedetto XVI, fu richiamato a Roma per diventare prefetto della Segnatura e cardinale nel 2010.

Douthat: A quel tempo lei era conosciuto non solo come conservatore, ma come  tradizionalista. Aveva una fama di rigoroso avvocato canonico, ma anche di sostenitore della liturgia tradizionale, la Messa in latino. È giusto?

Burke: Deve sapere che nella Chiesa, anche prima del Concilio Vaticano II, ma soprattutto dopo, c’è stata una perdita di rispetto nei confronti della legge della Chiesa diritto, come se il diritto canonico non fosse più adatto ai tempi. Io invece mi convinsi dell’importanza della legge canonica, e mi preoccupai soprattutto per la facilità con cui si concedevano le dichiarazioni di nullità del matrimonio. Ciò contribuì in parte alla mia reputazione di freddo, legalista, rigido.

Circa la questione liturgica, ovviamente sono cresciuto con quella che ora viene chiamata la forma straordinaria del rito romano, la Messa che esisteva fino alla riforma del Concilio Vaticano II. Ho sempre apprezzato moltissimo la bellezza del rito antico. Quindi, quando Giovanni Paolo II permise la sua celebrazione, mi sono attivato. Ho sempre celebrato entrambe le forme. La gente dice che parlo contro la forma ordinaria della messa. No, parlo contro un modo di celebrare la forma ordinaria che non è propriamente trascendente. Ma lei ha ragione quando dice che tutto ciò mi ha segnato.

Douthat: Avendo vissuto la transizione del post Concilio, pensa che i riformatori di quell’epoca abbiano avuto ragione? Pensa che la Chiesa preconciliare fosse troppo formale, legalistica, rigida? Lei stesso ha paragonato il seminario minore dei suoi tempi a una scuola militare.

Burke: Beh, questa euforia si è manifestata durante gli anni del Concilio e dopo. Ora improvvisamente siamo tutti liberi. La disciplina del seminario veniva considerata repressiva e ogni tipo di controllo sulla volontà dell’individuo era visto come negativo. Ma ora, guardando indietro, vedo che tutte quelle regole, orientate a frenare gli effetti del peccato originale e a disciplinarci in modo da poter davvero essere buoni uomini, ha funzionato. Ma nel 1968 il libro delle regole del seminario fu gettato via e ne conseguì il caos. E sappiamo, per esempio, che un sacco di abusi sessuali su minori hanno avuto luogo proprio in quel periodo, segnato da questa idea secondo cui qualsiasi tendenza io abbia, poiché è mia, è di per sé buona. Il che non è vero.

Douthat: Ma molti di quegli abusatori si formarono nel periodo precedente al Concilio. Se guarda le statistiche sull’abuso sessuale, vede che c’è un picco negli anni Sessanta e Settanta, ma parte di questo picco include uomini che furono ordinati prima del Concilio Vaticano II. Quindi ci doveva essere già qualche difetto.

Burke: Sì, mi è chiaro che la corruzione risale a diversi decenni fa: infatti abbiamo casi di prelati che hanno abusato di minori negli anni Quaranta. Ma in quei casi essi non stavano seguendo la regola della legge canonica. Stavano commettendo atti gravemente contrari alla regola e in qualche modo veniva chiuso un occhio. Ma la colpa non è della legge canonica. La colpa è degli uomini che avrebbero dovuto applicarla.

Douthat: Ma cosa succede se è nella natura di una gerarchia consentire alle persone in posizione di autorità di sospendere le regole? E se aveste bisogno di una maggiore responsabilità democratica?

Burke: Beh, chiaramente Cristo ha costituito la Chiesa come una comunione gerarchica. Il suo ministero pubblico utilizzò immediatamente dodici uomini e li preparò. Non erano nemmeno tutti angeli, come sappiamo. Ma nell’ufficio pastorale c’è sempre la tentazione dell’infedeltà, di permettere cose cattive quando si tratta di un amico. Questo, tra l’altro, è “clericalismo”. Il clericalismo non ha nulla a che fare con l’interesse per la liturgia o il voler indossare una tonaca. No, il clericalismo è l’abuso dell’ufficio del chierico per scopi peccaminosi. Quindi, sì, ci devono essere controlli ed effettivamente esistevano nel Codice di diritto canonico del 1917. Fino alle riforme del Concilio Vaticano II ci fu tutta una serie di riti per la degradazione di un chierico che tradiva la santità del suo ufficio.

Douthat: Alcuni di quei riti li ricorda in modo vivido.

Burke: Molto vivido. Ad esempio, se si trattava di un arcivescovo o di un vescovo, lo vestivano interamente con i paramenti e poi glieli toglievano uno a uno, con dichiarazioni molto severe, e poi alla fine raschiavano con un coltello le mani che erano state unte al momento dell’ordinazione, per indicare che questa persona aveva completamente tradito l’ufficio.

Douthat: Le piacerebbe vedere un tale rito applicato, ad esempio, all’ex cardinale Theodore McCarrick?

Burke: Direi che è la strada giusta da percorrere.

Douthat: parliamo di come è cambiata la sua posizione sotto questo pontificato di Francesco.

Burke: Potrebbe essere utile iniziare con il sinodo dei vescovi del 2014 sul matrimonio e la famiglia. Ero ancora prefetto della Segnatura apostolica. E parlai con forza a favore della disciplina tradizionale della Chiesa per quanto riguarda il matrimonio e il divorzio.

Douthat: Questo fu un sinodo convocato da papa Francesco, nel quale una controversia centrale era se i cattolici divorziati risposati potevano ricevere la comunione senza aver avuto un annullamento.

Burke: Sì, ci hanno detto più volte che il sinodo non era riducibile a quella questione, ma alla fine è quello di cui si trattò. Si trattò di ripensare l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità umana, con una discussione indirizzata al trovare elementi positivi negli atti sessuali tra persone dello stesso sesso e trovare elementi positivi nei rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Durante una delle pause, il cardinale Caffarra , il defunto arcivescovo di Bologna, che era un mio caro amico, venne da me e mi disse: che sta succedendo? Lei ha detto che quelli di noi che stanno difendendo l’insegnamento e la disciplina della Chiesa ora sono definiti nemici del papa. E questo è emblematico di ciò che è successo. Durante la mia vita sacerdotale sono stato sempre criticato per essere troppo attento a ciò che diceva il papa. E ora mi trovo a essere definito nemico del papa, cosa che non sono. Io non sono cambiato. Sto insegnando le stesse cose che ho sempre insegnato, e non sono idee mie. Ma ora improvvisamente tutto ciò è percepito come contrario al romano pontefice. Penso che qui sia subentrata sia una visione molto politica del papato, secondo cui il papa è una specie di monarca assoluto che può fare quello che vuole. Ma non è mai stato così nella Chiesa. Il papa non è un rivoluzionario, eletto per cambiare l’insegnamento della Chiesa. È tipico di una visione secolarizzata non capire che cos’è in profondità la Chiesa.

Douthat: Ma questa non è solo una visione secolarizzata.

Burke: Oh, no. È dentro il corpo della Chiesa. L’ho sentito dai cardinali durante il sinodo del 2014.

Douthat: Un esempio?

Burke: Beh, uno disse che alla fine dobbiamo renderci conto che il matrimonio è un ideale che non tutti possono assumere e quindi dobbiamo adattare l’insegnamento della Chiesa alle persone che non riescono a mantenere le promesse del matrimonio. Ma il matrimonio non è un “ideale”. Il matrimonio è una grazia e quando una coppia si scambia i voti il marito e la moglie ricevono la grazia di vivere un legame procreativo permanente per tutta la vita. Anche la persona più debole, la persona più malformata, riceve la grazia di vivere fedelmente l’alleanza matrimoniale. Nella mia esperienza pastorale ho incontrato persone in ogni tipo di situazione e insistere sulla verità non è facile. Ma ho scoperto che, se lo fai,  le persone, alla fine, ti sono davvero grate. Ho vissuto abbastanza a lungo da conoscere persone che, dopo essersi opposte a me in maniera molto forte, anni dopo mi hanno detto di aver finalmente capito che cosa stavo facendo. Queste cose sono naturali, ma non credo che la Chiesa abbia mai servito la sua missione compromettendosi con il mondo.

Douthat: Tornando al santo padre, lei diceva che alcuni l’hanno accusata di essere nemico del papa. Pensa che Francesco la consideri suo nemico?

Burke: Non la penso così. Non me lo ha mai detto. Non lo incontro spesso, ma negli incontri che ho avuto non mi ha mai rimproverato o accusato di avere pensieri o atteggiamenti da nemico nei suoi confronti.

Douthat: Ma sicuramente ti ha retrocesso.

Burke: Sì.

Douthat: Come?

Burke: Beh, nel dicembre del 2013 mi ha rimosso dalla Congregazione dei vescovi. Poi mi ha rimosso dalla Segnatura apostolica, per nominarmi cardinale patrono dell’Ordine dei Cavalieri di Malta. Mi ha lasciato con un titolo, ma non ho una funzione.

Douthat: Quindi ora lei è un cardinale “senza portafoglio”…

Burke: Sì, è corretto. È chiaro che il papa non mi vuole in nessuna posizione di comando, che non mi vede come il tipo di persona che vuole dare una direzione forte alle cose. Ma non ho mai avuto l’impressione che pensi che io sia suo nemico.

Douthat: Ma, a partire dal sinodo sulla famiglia, lei è stato un critico coerente di atti specifici e tendenze generali di questo pontificato.

Burke: Sostengo che questo è il mio dovere di cardinale. Ho cercato di comunicare sempre direttamente con il papa: non mi piace giocare con le persone, fingere di pensare una cosa mentre penso il contrario. Non mi troverete mai a criticare personalmente il papa. Ma quando ho visto quelle che ho giudicato direzioni dannose nella Chiesa, quando nel sinodo sulla famiglia ho visto mettere in discussione le basi dell’insegnamento della Chiesa sulla sessualità umana, ho dovuto parlare perché era mio dovere. L’ultima risposta di papa Francesco a quella discussione è stata un’esortazione papale, Amoris laetitia, che includeva una nota a piè di pagina che sembrava offrire ambiguamente il permesso a diverse diocesi e paesi di consentire la comunione per i risposati. Per me questo permesso rappresenta una deroga al dovere papale.

Douthat: Come spiegherebbe la sua critica su come il papa sta gestendo i dibattiti che ha aperto?

Burke: Potrebbe essere spiegato così: c’è una rottura nell’autorità di insegnamento centrale del pontefice romano. Il successore di san Pietro esercita un incarico essenziale di insegnamento e disciplina e papa Francesco, per molti aspetti, ha rifiutato di esercitare tale incarico. Si veda ad esempio la situazione in Germania: la Chiesa cattolica in Germania sta per diventare una Chiesa nazionale con pratiche che non sono in accordo con la Chiesa universale.

Douthat: Quali pratiche?

Burke: Chiedere un rito speciale per le persone dello stesso sesso che vogliono sposarsi. Permettere al partner non cattolico in un matrimonio misto di ricevere regolarmente la Santa Eucaristia. Queste sono questioni molto serie.

Douthat: Ma la decisione su quando esercitare l’autorità non è inerente all’autorità stessa del papa? Perché non è in suo potere tollerare esperimenti locali?

Burke: Non ha davvero scelta in merito se si tratta di qualcosa che è contrario all’insegnamento della Chiesa. L’insegnamento è sempre stato che il papa abbia la pienezza del potere necessario per difendere la fede e promuoverla. Quindi non può dire: “Questa forma di potere mi dà l’autorità di non difendere la fede e di non promuoverla”.

Douthat: Se Francesco le chiedesse di smettere di diffondere critiche nei suoi confronti, lo farebbe?

Burke: Se mi dicesse che sto dicendo bugie, che sto attaccando l’ufficio del pontefice romano, smetterei. Ma io non sto facendo questo. Cerco di non dire bugie. E non ho mai attaccato l’ufficio.

Douthat: Il problema non è solo ciò che papa Francesco può tollerare o dire casualmente a un intervistatore, giusto? Un documento come Amoris laetitia è chiaramente un atto ufficiale. E la sua apparente dichiarazione di autorizzazione crea una realtà in cui l’osservatore ragionevole vede un nuovo insegnamento o un cambiamento. In tal caso, i cattolici conservatori non si aggrappano a una sorta di religione esoterica, che esiste nei documenti più antichi ma non sembra influenzare la vita attuale della chiesa?

Burke: Beh, questa non è la mia esperienza. Viaggio molto, anche in paesi che sono considerati molto progressisti, come la Germania, la Francia. E ovunque vada trovo un numero significativo di giovani coppie con bambini, di giovani single, di giovani sacerdoti che fanno tesoro della loro tradizione, che non è considerata vecchia o rigida e pietrificata o qualunque termine lei voglia usare. I giovani hanno sperimentato il fallimento della cultura. Molti di loro hanno sofferto per il divorzio nelle loro famiglie o sono stati afflitti dal male della pornografia. E vogliono una Chiesa che insegni loro chiaramente la via della salvezza eterna, il modo di condurre una vita buona e decente sulla terra.

Douthat: Sono d’accordo che la sottocultura cattolica che lei descrive esiste. Ma vedo anche, con l’avanzare di questo pontificato, una crescente paranoia e alienazione tra i cattolici conservatori, una tentazione verso le teorie della cospirazione che sfociano nel sedevacantismo, la convinzione che il papa non sia il papa. Sono curioso di sapere se la preoccupa che le critiche al papa contribuiscano a tutto questo.

Burke: È vero che i social media danno voce anche a queste posizioni estreme. Infatti nelle mie critiche mi preoccupo sempre di non mettere in discussione il rispetto per l’ufficio papale.

Douthat: Crede che Francesco sia un papa legittimo?

Burke: Sì, sì. Ho conosciuto persone che mi hanno presentato tutti i tipi di argomenti che mettono in discussione l’elezione di papa Francesco. Ma io lo nomino ogni volta che celebro la Santa Messa, lo chiamo papa Francesco. Credo che sia il papa. E provo a dirlo in modo coerente alle persone, perché lei ha ragione: secondo la mia percezione, le persone stanno diventando sempre più estremiste nella loro risposta a ciò che sta accadendo nella Chiesa.

Douthat: E la sua relazione con Steve Bannon, che è stata di grande fascino mediatico?

Burke: Ho conosciuto Steve Bannon grazie al mio coinvolgimento con il Dignitatis Humanae Institute, un’associazione fondata per aiutare i parlamentari europei a seguire le richieste della legge morale. Mi sono incontrato con lui in tre o quattro occasioni, per quanto ricordo, per discutere dell’insegnamento cattolico. Dal mio punto di vista, erano conversazioni di un prete con un fedele laico, che riguardavano il dovere morale di un cattolico nella vita pubblica. Quando i media hanno presentato sempre più la mia relazione con lui come una mia cooperazione al suo particolare programma politico, ho dovuto chiarire la questione.

L’ultima goccia è stata l’annuncio del suo progetto di realizzare un film tratto dal libro di Frédéric Martel Sodoma, un progetto [riguardante l’omosessualità nascosta nel clero cattolico] con il quale ero in completo e chiaro disaccordo. Ho dovuto chiarire che non ho mai fatto parte dell’organizzazione politica di Bannon. Nel mio rapporto con lui ho cercato di adempiere alla mia missione, come sacerdote, di insegnare la fede e la morale per il bene comune.

Douthat: La circospezione del cardinale circa la politica è scomparsa quando ci siamo occupati del sinodo amazzonico. Burke si è opposto ai preti sposati, ma, come molti tradizionalisti, è sembrato molto preoccupato per l’atteggiamento del Sinodo nei confronti della religione indigena, a cominciare dal documento di lavoro.

Burke: Per esempio, ciò che è stato proposto nel documento di lavoro, come ho detto, è apostasia dalla fede cattolica. Una negazione dell’unicità e dell’universalità dell’incarnazione redentrice dell’opera salvifica di nostro Signore Gesù.

Douthat: Intende le parti che parlano del valore spirituale delle tradizioni religiose pre-cristiane in Amazzonia?

Burke: Intendo l’idea che il cosmo, il mondo, è la rivelazione finale. E quindi, andando in una regione come quella pan-amazzonica, non ti dovresti preoccupare di predicare il Vangelo, perché riconosci che la rivelazione di Dio è già lì. Ma questo è un allontanamento dalla fede cristiana.

Durante il sinodo è scoppiata una controversia su una statua lignea di una donna incinta nuda in ginocchio, utilizzata dai partecipanti indigeni in una celebrazione ed esposta nelle chiese di Roma. A volte è stata descritta come un’immagine della Vergine Maria, a volte come incarnazione della fertilità o della natura o della Madre Terra. Questa ambiguità ha convinto molti tradizionalisti, incluso Burke, che il culto pagano è stato introdotto clandestinamente nella Chiesa: “La statua in questione è un idolo“, mi ha detto in tono piatto.

Negli ultimi giorni del sinodo, un giovane cattolico tradizionalista ha preso le statue da una chiesa romana e le ha gettate nel fiume Tevere. Successivamente si è rivelato come un austriaco di nome Alexander Tschugguel, e su Instagram c’è una foto che lo mostrava con Burke. Quando ho chiesto dell’incidente, mi aspettavo che il cardinale non ammettesse alcuna conoscenza personale del giovane.

Burke: Conosco abbastanza bene e rispetto molto Alexander Tschugguel, soprattutto per il suo lavoro coraggioso e instancabile nel difendere l’inviolabilità della vita umana innocente e l’integrità della famiglia, ma non ho avuto nulla a che fare con la sua rimozione degli idoli pagani dalla chiesa di Santa Maria in Traspontina e con il suo lancio nel Tevere. Allo stesso tempo, conoscendo la sua profonda fede cattolica, posso capire perché abbia trovato intollerabile che gli idoli pagani fossero esposti in una chiesa cattolica. Mi ricorda situazioni simili ai tempi dell’Antico Testamento, ad esempio il caso dei fratelli Maccabei e il caso di tanti confessori e martiri, che non tollerarono che la fede cattolica venisse negata attraverso il culto degli idoli pagani. Avendo ascoltato la dichiarazione di Alexander riguardo alle sue azioni, posso solo esprimere il mio rispetto per lui e la mia gratitudine per la sua coraggiosa testimonianza di fede.

È stato proprio discutendo del sinodo amazzonico che Burke ha sollevato lo spettro che incombe sui dibattiti dell’epoca di Francesco, l’idea di uno scisma nella Chiesa.

Burke: Sebbene il documento finale sia meno esplicito nell’abbracciare il panteismo, non ripudia le affermazioni contenute nel documento di lavoro che costituiscono un’apostasia dalla fede cattolica. Il documento di lavoro non ha valore dottrinale. Ma se il papa dovesse mettere il suo timbro su quel documento? La gente dice che se non lo si accetterà saremo nello scisma, ma io sostengo che non sarei nello scisma perché il documento contiene elementi che difettano rispetto alla tradizione apostolica. Quindi per me è il documento che sarebbe scismatico, non io.

Douthat: Ma come può essere possibile? Sta effettivamente insinuando che il papa guiderebbe uno scisma.

Burke: Sì.

Douthat: Non è questa una contraddizione profonda rispetto a come i cattolici pensano all’ufficio del papato?

Burke: Certo. Esattamente. È una contraddizione totale. E prego che ciò non accada. E ad essere sincero con lei, non so come affrontare una situazione del genere. Per quanto posso vedere, non esiste alcun meccanismo nella legge universale della Chiesa per affrontare una situazione del genere.

Douthat: Riesce a immaginare una situazione che giustifichi l’equivalente di ciò che fece l’arcivescovo Marcel Lefebvre negli anni Settanta, quando, come leader di una comunità di cattolici tradizionalisti, consacrò i suoi stessi vescovi sfidando Roma?

Burke: Lo scisma non può mai essere la volontà di Cristo. Cristo non potrà mai avere una divisione nel suo corpo. La gente viene da me e dice: guardi, cardinale, è tempo, dobbiamo andare allo scisma. E io dico di no, che non è possibile. Nostro Signore non può volerlo, e io non farò parte di alcuno scisma.

Douthat: Tutto ciò influisce sulla sua fede?

Burke: No, mi fido di nostro Signore. Ha detto che sarà sempre con noi fino alla fine dei tempi. E quindi non mette alla prova la mia fede. Mi preoccupo della saggezza e del coraggio che potrò avere nell’affrontare una situazione del genere. Bene o male sono un cardinale della Chiesa, con una grande responsabilità.

Douthat: Ma la maggioranza dei cardinali per la prossima elezione papale ormai è stata nominata dallo stesso papa Francesco. E per chiunque guardi questi dibattiti dall’esterno, da una prospettiva secolare, sembra una storia familiare: dove hai liberalizzazione c’è resistenza; se la resistenza è superata, l’istituzione va avanti. Quindi si vedono figure come lei, non necessariamente terrificanti inquisitori, ma uomini anziani ben intenzionati che non hanno contatto con l’inevitabile futuro.

Burke: Se la Chiesa cattolica fosse semplicemente un’istituzione politica, penso che la descrizione che ne fa lei sarebbe abbastanza accurata: qui abbiamo questi conservatori che resistono a un cambiamento, ma la maggioranza è favorevole e va avanti. Ma la Chiesa è sempre governata dalla tradizione vivente, che è una questione di grazia, di grazia divina nella Chiesa. Quindi confido che in qualche modo il Signore porterà tutto a una buona conclusione. Ma penso che ci sarà molta sofferenza da sopportare in futuro. Da parte mia, vorrei semplicemente poter dire, con san Paolo, che ho combattuto la buona battaglia, sono rimasto sulla rotta, ho mantenuto la fede. E non mi importa se la gente dice: beh, è ​​solo un vecchio che non ha più contatto con il mondo ed è triste, ha suscitato tutto questo clamore, ma ora è finito e andiamo avanti. So che dovrò rendere conto a nostro Signore e vorrei potergli dire che, pur avendo commesso errori, ho cercato di difenderlo, per servirlo. Sembra un pio commento, ma è ciò che mi spinge davvero. E questo è tutto.

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