Fatti per il paradiso

«Lo scorso fine settimana mi sono confrontato con un gruppo di adolescenti a una conferenza dedicata al paradiso e all’inferno. E anche in quell’occasione, come nella maggior parte dei fine settimana, sono venuti meno adolescenti di quanti sperassi di vedere».

Padre Dave Pivonka, presidente della Franciscan University di Steubenville (Ohio, Stati Uniti), apre così una bella testimonianza sulla sua attività con i giovani.

Continua il religioso: «Non la prendo sul personale. Il mio seminario viene proposto contemporaneamente a uno in cui si parla di appuntamenti tra i giovani. Il novantacinque percento degli adolescenti opta per il seminario sugli appuntamenti e l’altro cinque percento opta per il mio. Lo capisco. Le discussioni sulle relazioni sociali naturalmente catturano l’attenzione dei giovani più delle discussioni sull’eternità. Tuttavia  lo scorso fine settimana, per curiosità, ho aperto il mio intervento chiedendo al cinque per cento perché fossero venuti al mio seminario e non a quello sulle relazioni sociali. È stato così che una giovane alzò la mano e disse: “Voglio assicurarmi di andare in paradiso”».

«Scherzando, ho risposto: “Quindi tu pensi che tutti quelli che vanno al seminario sulle relazioni sociali vogliono andare all’inferno?”. Tutti i presenti risero, ma da allora – prosegue padre Pivonka – ho ripensato più volte alla risposta della ragazza. È insolita. Non perché quella studentessa voglia andare in paradiso (penso che tutti i partecipanti al seminario ci vogliano andare), ma perché è insolito che una giovane pensi al paradiso».

«L’anno scorso uno studio statistico ha rilevato che tra i giovani americani nati tra il 1999 e il 2015 coloro che si ritengono atei sono il doppio di coloro che si dicono atei tra gli adulti. Lo stesso studio ha scoperto che gli adolescenti che credono in Dio tendono a non essere d’accordo con gli insegnamenti delle loro rispettive religioni in materia di sessualità. E anche tra i giovani praticanti la religione spesso passa in secondo piano rispetto ad altre priorità, come la scuola, lo sport e… le relazioni sociali».

Spiega ancora padre Pivonka: «Mi occupo di giovani cattolici da oltre vent’anni e ciò che vedo conferma i dati. Troppi adolescenti vivono senza alcun tipo di riflessione su loro stessi. Molti trattano Dio come un’attività extracurricolare e la religione come una camicia da indossare solo la domenica. Inoltre, molti ragazzi che incontro – forse la maggior parte – sono stati formati dalla cultura secolarizzata, non dalla Chiesa. Le cose che i bambini di vent’anni fa avrebbero ritenuto folli ora sono normali. Incontro regolarmente giovani,  impegnati nella loro parrocchia e che vanno all’adorazione eucaristica, i quali non hanno problemi con il sesso prematrimoniale, il matrimonio gay o il transgenderismo. Certi comportamenti sono stati inculcati nelle loro menti con tanta forza che mai li metterebbero in discussione».

«Ciò rappresenta un grosso problema, non solo per la Chiesa, ma anche per i giovani stessi. Sono stati creati per il paradiso, ma non si arriva in ​​paradiso trattando la vita spirituale come una delle tante esigenze del proprio tempo. Né si arriva in paradiso vivendo una vita contraria al Vangelo».

Nelle conferenze, dice padre Pivonka, qualunque sia l’argomento trattato, si cerca di  aiutare gli adolescenti ad andare più in profondità, a pensare al di fuori delle circostanze individuali, al di fuori della loro visione del mondo, per incominciare a pensare con la Chiesa. «Vogliamo che sappiano che ognuno di loro ha un’anima destinata all’eternità e che il destino di ogni anima è in bilico».

«Come dico loro, il Maligno è reale e non vuole altro che allontanarli dalla vita per cui sono stati creati: la vita eterna con Dio. Ecco perché devono imparare a essere più riflessivi, non solo su se stessi e sull’insegnamento della Chiesa, ma sulla musica che ascoltano, sugli spettacoli che guardano e su come trascorrono il loro tempo. Facciamo lo stesso con i nostri studenti francescani. Come università cattolica, abbiamo la responsabilità di formare non solo le menti degli studenti, ma anche le loro anime. Il nostro desiderio più profondo per i nostri studenti è vederli diventare santi».

«Ecco perché, all’università francescana, insegniamo ai nostri studenti che cosa significa essere fatti a immagine di Dio. Insegniamo loro la dignità e la bellezza di essere uomo o donna. Li radichiamo negli insegnamenti immutabili della Chiesa e li chiamiamo a una relazione con Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo. Li nutriamo con i sacramenti e coltiviamo la devozione alla Beata Madre e ai santi. Questo è il cibo di cui le loro anime hanno bisogno ed è nostro sacro dovere darlo a loro».

Certamente, dice padre Pivonka, «non possiamo farcela da soli: i genitori sono gli educatori primari dei loro figli e per far sì che i giovani spostino l’attenzione dal mondo a Dio abbiamo bisogno dell’aiuto dei genitori. Abbiamo bisogno che i genitori siano fermi contro la cultura che mette lo sport davanti a Dio. Abbiamo bisogno che i genitori insegnino ai loro figli che le azioni hanno conseguenze, sia in questa vita che in quella successiva; che fare bene un’attività o un lavoro, con integrità, conta di più che svolgere molte attività diverse; e che onorare gli impegni è più importante che inseguire la prossima tappa. Soprattutto, abbiamo bisogno che i genitori camminino con i loro figli in quel viaggio che è la vita spirituale, pregando con loro, sacrificando le vite con loro e servendo con loro».

«Non è troppo tardi per invertire la rotta. Non lo è per i giovani e non lo è per nessuno di noi. Ma se non pensiamo a dove stiamo andando, finiremo in un posto molto diverso da quello nel quale vorremmo essere».

A.M.V.

Fonte: CNA

 

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