Viva la fraternità! Ma il Padre dov’è?

Cari amici di Duc in altum, ricevo da Felice Vinci un contributo che volentieri vi propongo. Riguarda il processo di progressivo occultamento del Padre. Si parla tanto di fraternità, ma si evita di dire perché siamo fratelli e dunque di chi siamo figli.

Vinci, laureato in ingegneria nucleare, è noto quale autore di Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade.

A.M.V.

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Un concetto che mi sembra assolutamente centrale per chiunque voglia dirsi cristiano, ma che attualmente sembra assai latitare, è quello di Padre celeste. Gesù ce lo ripete continuamente nel Vangelo: ci dice che la sua missione è essenzialmente quella di rendere testimonianza del Padre, sottolinea di essere stato mandato da lui, ci insegna una sola e unica preghiera tutta rivolta al Padre. Ma adesso il Padre dov’è? Nella nostra pratica religiosa e negli stessi nostri pensieri, dove è andato a finire?

Forse della sua figura non è rimasta neppure quella debole traccia che gli storici delle religioni chiamano deus otiosus: semplicemente sembra svanito, sparito dai radar, di fatto cancellato. Però, mi chiedo, se manca il Padre, che senso ha più il Figlio? Che senso ha ricordare i suoi insegnamenti? Peggio ancora, che senso ha riempirsi la bocca col fatto che siamo tutti fratelli? L’esser fratelli implica in primis l’avere un padre comune: se non c’è, su che cosa mai potremo appoggiare questa conclamata fraternità tra tutti gli uomini? Invero, se manca il Padre, viene meno anche la fratellanza, o rimane come mera utopia. Resta soltanto l’hobbesiano homo homini lupus, con tutto ciò che ne consegue; il secolo appena trascorso ce ne dà ampia testimonianza, da Auschwitz ai gulag a Hiroshima, per fare tre soli esempi nel vastissimo campionario dell’orrore.

Eppure già tra i pagani esisteva il concetto di paternità di Dio: lo ritroviamo nel nome stesso di Jupiter e, quanto al greco Zeus, spesso Omero lo chiama “padre”. Dunque non per caso nell’Odissea Ulisse, nel suo vano tentativo di ottenere l’ospitalità di Polifemo, gli ricorda che Zeus è il protettore dei deboli e dei supplici; né è un caso che Polifemo risponda con la prima dichiarazione di ateismo della letteratura occidentale, a cui subito dopo fa seguire un esecrabile atto di cannibalismo, a dimostrazione del fatto che col ripudio di Dio l’abisso dell’orrore è sempre pronto ad aprirsi.

In realtà l’idea di un Padre comune di tutta l’umanità dovrebbe, a mio modesto avviso, essere l’indispensabile premessa per parlare di fraternità tra gli uomini, come pure per iniziare a costruire un autentico dialogo con le altre religioni, almeno quelle che condividono questo concetto. In ogni caso, per rendere un po’ più umani i rapporti umani il concetto di Padre comune è essenziale. Ma che cosa fare rispetto al materialismo scientista? È quest’ultimo la vera controparte di tutti coloro che credono in Dio, ma forse per qualcuno l’idea di inimicarsela appare attualmente improponibile. Però, per blandirla (come va tanto di moda adesso), si cade inevitabilmente nella sua rete: secondo molti soloni del mondo contemporaneo, Dio non esiste e Gesù era soltanto un uomo della cui esistenza storica non si è nemmeno certi, ma in ogni caso, ci dicono, non siamo mica più nel Medioevo. Anzi, talvolta sembra quasi che vi sia, da parte di certi uomini di Chiesa, una sorta di complesso dì inferiorità di fronte all’hybris di chi ostenta orgogliosamente il proprio ateismo, che spesso viene addirittura contrabbandato per una conquista culturale rispetto alle superstizioni del popolo bue.

Eppure, se si vuole salvare l’idea di fraternità l’unica via che rimane al credente di oggi è quella indicata dal Cristo stesso: proclamare il Padre in contrapposizione allo spirito del tempo, che è (stoltamente) ateo e materialista (malgrado la stessa fisica contemporanea abbia ormai da un secolo superato, con la relatività e la meccanica quantistica, il gretto materialismo ottocentesco, anche se finora la filosofia non se ne è accorta) e per di più si compiace di esserlo (“quos perdere vult Deus amentat”). Altrimenti, che senso ha continuare a recitare il Padre nostro?

Felice Vinci

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