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Dalla Chiesa-società alla Chiesa-comunità. Cause ed effetti di un processo di femminilizzazione

Cari amici di Duc in altum, quando, il 5 febbraio scorso, ho pubblicato l’articolo Per una Chiesa più virile non pensavo che avrei suscitato un così ampio dibattito fra i lettori del blog (con il contorno delle solite intemperanze). Evidentemente la questione del processo di “femminilizzazione” della Chiesa e della vita di fede (problema al quale io stesso ho pensato qualche volta ma senza mai entrare nel merito) non è poi tanto campata per aria. Lo dimostra il contributo di Pietro De Marco che qui vi propongo e che, con competenza sociologica ben maggiore rispetto alla mia, inquadra il fenomeno e ne mette in luce le conseguenze rispetto al nostro attuale modo di vivere la fede e la Chiesa. Mi hanno colpito i riferimenti di De Marco al declino del contraddittorio e dell’apologetica, così come la sua sottolineatura della tendenza a ridurre l’esperienza di fede a una dimensione sentimentale e domestica, tralasciando quella culturale nel senso più ampio. Tutte conseguenze, anche, di una visione più femminile che maschile. Ovviamente so bene che affrontando questi argomenti mi procurerò nuovi insulti, specie da parte di chi rifiuta a priori una lettura dei fenomeni sociali che utilizzi le categorie, considerate obsolete, di maschile e femminile. Mi consolo pensando che altri lettori, e altre lettrici, potranno invece cogliere qualche utile spunto di riflessione.

A.M.V.

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Faccio partire questo mio contributo con una citazione tratta dal blog Duc in altum di Aldo Maria Valli. Mi riferisco all’articolo Per una Chiesa più virile, del 5 febbraio 2020. Ecco quanto scrive Valli riportando alcune proposte dello scrittore cattolico Eric Sammons.

La prima cosa da fare, dice Sammons, è smantellare l’atmosfera attuale che caratterizza la maggior parte delle parrocchie, ovvero un’atmosfera troppo femminilizzata (“attraente solo per i gay degli anni Settanta”, scrive l’autore).

Personalmente non credo – prosegue Valli – che l’atmosfera dominante nelle nostre parrocchie sia “attraente solo per i gay degli anni Settanta”, tuttavia mi sembra opportuno cogliere la provocazione di Sammons e riflettere su quanto osserva: “Quando si entra in una tipica parrocchia cattolica suburbana, tutto, dall’architettura alla musica, dai cartelloni alle omelie, sembra essere affascinante per catechiste di una certa età, ma quale maschio può essere attirato da tutto questo se non possiede già una fede robusta, una fede che gli permette di andare oltre ciò che vede e sente?”.   Ripeto: il tono di Sammons è volutamente provocatorio e io non penso che nelle nostre parrocchie tutto sia fatto a misura di catechiste anziane, però, se ci pensiamo, la femminilizzazione della vita della Chiesa (ma la stessa cosa si può dire, credo, per la scuola) è abbastanza evidente.  Poiché i vari servizi (dal catechismo alla cura dei ministranti, dalle letture agli impegni caritativi) sono gestiti quasi esclusivamente da donne, è fatale che abbiano un’impronta femminile e che gli uomini avvertano una distanza.

Dunque, che cosa si potrebbe fare per aumentare un po’, diciamo così, il tasso di virilità?  Pensando a un ipotetico parroco, Sammons fa alcune proposte. Tenetevi forte.

1) Torna a celebrare ad orientem. Gli uomini preferiscono seguire un leader in battaglia piuttosto che sedersi attorno a un tavolo per una chat. Quando un sacerdote guida il suo popolo nell’adorazione, non solo nello spirito, ma nell’orientamento del suo corpo, sfida gli uomini a seguirlo e gli uomini amano quella sfida.

2) Assicurati che ci siano solo uomini e ragazzi sull’altare. In molte parrocchie durante la Messa c’è un solo uomo all’altare: il sacerdote. Tutte le altre sono presenze femminili, comprese le chierichette. Ricorda: le donne seguono gli uomini, ma il contrario non funziona. Gli uomini non sono naturalmente propensi a seguire le donne. Alla maggior parte degli uomini la visione di orde di donne all’altare invia un messaggio poco gradevole ed effeminato.

3) In chiesa mantieni il silenzio prima e dopo la Messa. Gli uomini prediligono una liturgia seria. Entrare in una chiesa piena di chiacchiere manda un segnale negativo. Se un uomo va a Messa non sta cercando un club sociale. Addetti maschi, appostati agli ingressi, dovrebbero educatamente ricordare a tutti di fare silenzio e di smettere di chiacchierare.

4) Utilizza inni e canti tradizionali, non la musica popolare degli anni Settanta. Gli uomini vogliono ascoltare canzoni belle, che li aiutino ad arrivare ad altezze maggiori, non mille varianti di Kumbaya.

5) Istituisci gruppi maschili che si concentrino su attività concrete e pratiche. La maggior parte degli uomini non vuole sedersi in gruppo e condividere i propri sentimenti riguardo a un brano biblico. Vogliono fare cose pratiche, come lavorare in una mensa o costruire una grotta sul terreno della parrocchia.

6) Invitali al sacrificio. Gli uomini non vogliono solo sentirsi dire come essere gentili. Vogliono essere sfidati ad approfondire la fede, con impegni pratici e concreti. Quindi chiamali a fare veri sacrifici, come il digiuno del venerdì o docce fredde in riparazione dei peccati e per la salvezza delle anime.

7) Di’ le cose come stanno. Smettila di sminuzzare le parole. Opponiti al secolarismo anticattolico che sta dominando nella nostra cultura e affronta direttamente la crisi nella Chiesa. Fingere che non vi sia corruzione dilagante ai massimi livelli della Chiesa ti fa solo sembrare un codardo, non un coraggioso discepolo di Cristo che gli uomini saranno disposti a seguire.

Qui finisce la citazione tratta dall’articolo di Valli, e riprendo io. La provocazione di Eric Sammons invita a uno stile di vita cristiana (parrocchiale o meno) che sia fatto anche per uomini, per il loro modus operandi e la loro coscienza di ruolo. Radicalizzando potremmo aggiungere che uomini e donne dovrebbero trovarsi in una chiesa come in un esercito, in senso ignaziano, con dedizione virile. Ma non si tratta solo di costruire una grotta per la Madonna di Lourdes (anche se colpisce che adolescenti e giovani adulti non sappiano tenere in mano un cacciavite, a meno che non siano dei tecnici; sarebbe dunque un buon esercizio di maschilità). Si tratta, molto di più, di vivere e pensare la propria condizione cristiana cattolica come quella di civis della Città di Dio in terra.

Vorrei, allora, chiarirmi questo iato tra l’attuale appartenenza religiosa “femminilizzata” e l’inattuale Chiesa militante, sulla linea preziosa segnata da Hannah Arendt nella sua teoria della politica (o del Politico). In Vita activa la Arendt pone l’attenzione sulla dimensione pubblica, propria dello zoon politikon (l’animale politico), distinta per essenza dalle figure e dagli spazi della domesticità.  Così, in stretta analogia, l’appartenenza pubblica, esterna, testimoniale e rituale, alla Chiesa, è appartenenza a una societas, è istituzione, è politicità sui generis. E così è concepita anche nei canoni, da quando le comunità cristiane primitive si seppero unite nella Grande Chiesa e in parti di essa.  Si oppone a questa trascendenza del Tutto (l’Ecclesia Dei, il Novus Israel) sul comunitario il successo della categoria di comunità nel corso del Novecento; nella cultura teologica e filosofica cattolica non prevarica, però, sulla societas, fino agli anni Sessanta.

L’idea stessa, il teologumeno, della famiglia piccola chiesa, in sé non dipendente dal Concilio, aveva senso se riferita a una famiglia che fosse ancora una struttura comunitaria articolata, un aggregato multi-generazione, una piccola società o proto-società. In essa, sotto lo sguardo dell’uomo più anziano, la donna è in effetti predominante in tutte le pratiche interne. Ma il nucleo che educa all’affettività e alla relazionalità primaria, ovvero la famiglia moderna (secondo Parsons), è in effetti una realtà sub-domestica, spogliata di molte funzioni, in nessun modo proto-società, al massimo proto-comunità. Come tale non può reggere il ruolo, neppure metaforico, di piccola chiesa (indipendentemente dalle possibilità empiriche di essere luogo di preghiera e formazione cristiana). L’immagine, l’icona, della Chiesa, simulata sulla famiglia nucleare moderna, addirittura si altera più che banalizzarsi, oltre ad appartenere empiricamente al regno degli impossibilia (genitori assenti per lavoro, delega dell’educazione ai diversi livelli scolastici, universi poli-familiari ecc.).

Bisogna aggiungere. L’opzione pastorale della famiglia piccola chiesa come quella della partecipazione (non ancora comunitaria) liturgica appartiene originariamente alla difesa (e riproposizione) novecentesca della Chiesa come realtà coestesa al corpo sociale, vivente in tutte le sue dimensioni: nel domestico e nel pubblico, nel lavorativo e nel festivo. La famiglia è (quindi: deve essere) già e sempre Chiesa in piccolo, come i fedeli praticanti sono (quindi: devono essere) un corpo sempre concretamente riplasmato, risocializzato, mobilitato cristianamente. Prospettive variamente dipendenti da (e concorrenti con) l’attivismo pedagogico-sociale, tipicamente novecentesco; da un ideale di vitale competizione con le prassi formative e mobilitanti del socialismo, poi dei partiti di massa al potere.

Tali istanze, sentite drammaticamente in Europa, non hanno portato danni nel mondo cattolico finché la Chiesa-istituzione è rimasta, anche concettualmente, la grande società soprannaturale, l’universale Corpo mistico. Una volta contrastate e pressoché distrutte questa fede e questa ragione ecclesiologica (la societas perfecta) e questa appartenenza, nel dopo-Pio XII, tutto si è venuto depoliticizzando, comunitarizzando e pressoché domesticizzando.

Quasi scomparsa, o resa inerte, la condizione cristiana di civis della Città di Dio in terra, l’attuale coesione si afferma infatti sul polo della domesticità.  E per necessità si trasferisce nelle parrocchie, poiché, come si è detto, le famiglie raramente esistono come proto-comunità. Questo vi favorisce elettivamente, assieme ad altre cause, l’incremento della presenza femminile (oltre la tradizionale pratica religiosa e devozionale, femminilizzazione già in corso dall’Ottocento), il ruolo attivo della donna per falsa analogia con la società generale, e chiede nel dibattito odierno una sua conferma e sanzione, de iure.

Bisogna distinguere, come risulta dall’argomentazione, tra femminilizzazione diciamo strutturale, come incremento della presenza femminile in una istituzione, e femminilizzazione come penetrazione di uno stile e clima spirituale e morale.  Probabilmente la femminilizzazione strutturale ha comportato, nella vita parrocchiale, anche una femminilizzazione dello stile formativo (o di socializzazione), catechetico e liturgico delle giovani generazioni. Lo verificano sia il declino dell’attività fisica, anzitutto sportiva,  prediletta dai maschi, sia – all’opposto – l’assenza di tensione cattolica militante, sia la  prevalenza della dimensione assistenziale e di cura. Lo conferma anche e di conseguenza, sempre nei milieux parrocchiali, la marginalità formativa della cultura intellettuale (astratta), nonostante che la qualità media della scolarizzazione femminile sia più alta.

S’intende che questo processo ha avuto un supporto ideologico-teologico (la nuova catechesi, la polemica contro i saperi astratti ecc.) già con la fine della parrocchia di Azione cattolica dell’età pacelliana, senza che questa trasformazione prevedesse una femminilizzazione.  La progressiva prevalenza femminile può essere vista come una variabile interveniente nei decenni della crisi postconciliare.  Nelle parrocchie essa si inserisce anzitutto come semplice supplenza ecclesiale della dimensione domestica (familiare) divenuta incapace di educazione cristiana primaria.  Questo obiettivo di surrogazione quasi impose che le parrocchie fossero (oggettivamente) femminilizzate.

S’intende che la femminilizzazione delle agenzie di formazione (scuole, parrocchie) è del tutto diversa da quella molto più lenta (e maschilizzata) in atto nelle strutture organizzative e aziendali, private e pubbliche. È piuttosto in paradossale continuità con la funzione antropologica della donna nel lungo periodo. Paradossale perché si esercita, appunto, fuori dell’orizzonte (della Umwelt) proprio della famiglia.

La cosiddetta morte o scomparsa antropologica del padre ottiene il suo maggiore effetto perverso (=deviato e imprevisto) in questi spazi istituzionali di domesticizzazione, ovvero nelle agenzie primarie di socializzazione (cioè di formazione del Sé). Una sorta di grandi asylums, di grandi orfanotrofi postmoderni, femminilizzati e femminilizzanti, almeno fino a che esercitano realmente la loro supplenza: non oltre la prima adolescenza.

La popolazione maschile adolescente (escludendo dal ragionamento le periferie degradate, all’opposto iper-maschilizzanti) si presenta dunque, nel suo profilo medio (anzi nella sua moda) estranea al Politico come dimensione pubblica e militante, come cittadinanza agonistica, come volontà di disciplinamento. Nulla della formazione femminilizzata alla cittadinanza (enfasi emozionale sui diritti, relazionalità, cura dell’Altro), in sé rilevante come tutto quanto discende formativamente dal femminile, può supplire a questa carenza.

Lo stesso vale per la cittadinanza religiosa, con l’aggravante che, mentre nel percorso generale di socializzazione civile l’adolescente e poi il giovane adulto (maschio) possono trovare supplenze di politicità, sia pure tardive e spesso irrazionali, la nota soglia critica del distacco dalla formazione religiosa allontana  per lunghi anni (o per sempre) proprio le giovani generazioni dalle opportunità di una comunicazione religiosa adulta, che sia riequilibratrice della prolungata femminilizzazione.

La femminilizzazione dominante nell’educazione e nelle pratiche cattoliche è stata, dunque, presa in una circolarità perversa. Manca il momento maschile adulto, per dire così, di cui solamente il parroco, il clero (se la Chiesa riuscirà ad evitare disastrose involuzioni filo-moderne), sembra rimanere espressione. Raramente i parroci delle generazioni intermedie (i più o meno cinquantenni) ne risultano consapevoli prima ancora che capaci di azione correttiva.  Ho insistito, anni fa, sulla evidente incapacità dei bravi parroci di parlare (come guide spirituali) da adulti con e per gli adulti. Essi sono, spesso, graditi educatori (vagamente cattolici) di bambini e adolescenti, non di più e non più oltre. Circolarmente questo dato subisce e conferma il limite del mondo vitale e operativo della parrocchia.  Un altro effetto domino della generale domesticizzazione e femminilizzazione (nel senso detto) che colpisce gli istituti per millenni costituiti sulla necessaria dualità maschio-femmina.

Diversamente è stato nei movimenti, nei motus ecclesiales, attualmente in generale contrazione.

Una carenza con cause profonde, dunque, cui tutto oggi (cioè con l’attuale pontificato) nella Chiesa, ai livelli ufficiali, sembra contribuire, anche ideologicamente: al primato della cura corrisponde il programmatico disincentivo o oblio della affermazione razionale pubblica, apologetica e controversistica, della fede e della visione del mondo cattolica.

Nella formazione corrente della mia generazione e delle immediatamente successive (nati tra fine anni Trenta/Quaranta e primi Cinquanta) l’educazione cattolica per gli adolescenti, il dopocresima, mirava a dare un quadro elementare di conoscenze, storiche e teologiche, che servissero a contrastare le vulgate anticlericali, sulla stampa o nel gruppo dei pari, e magari le componenti anticattoliche nell’insegnamento medio-superiore. Era la cultura per il laicato di Azione cattolica. Vi erano letture (ad esempio Pescatori di uomini del van der Mersch) che proponevano esempi di giovani cattolici, informati e decisi, in grado di opporsi in classe agli eccessi di un insegnante di filosofia o di storia. Sono passato attraverso facoltà universitarie di alta qualità ma fortemente laiciste, molto imparando, ma anche senza nulla (o quasi nulla) concedere ai luoghi comuni sulla storia della Chiesa, sull’essenza del cattolicesimo. Prevalse poi il topos dei “valori dell’uomo moderno”, del loro ascolto, del dialogo inevitabilmente concessivo.

Quella che chiamo la femminilizzazione (come tono e atteggiamento interiore, come conformazione del carattere) degli ambienti cattolici si è adattata a questa deriva, a questa timidezza pubblica; ha aggravato e generalizzato il declino della componente apologetica, che è la capacità di difesa e giustificazione della visione cattolica (in questo caso), cui nessun credente può sottrarsi, anzitutto in e con sé stesso, poi con gli altri. Senza capacità di oggettivazione, presentazione, replica, la fede diviene – contro ogni chiacchiera odierna in senso contrario- solipsistica o familistica (il “tra di noi”). È certamente fede solipsistica al di fuori della cerchia amicale, parrocchiale. La dimensione testimoniale si riduce, nel migliore dei casi, a opere buone, che sono lontane dal bastare alla martyria cui si chiede di “dar conto della propria speranza”, cioè una franca e ragionata confessio fidei.

La diffusione della cultura ecumenica, senza informazione teologica minima, in clero e laici, conduce all’indistinzione, all’inconsapevolezza del rilievo cristiano delle differenze, a complessi di colpa assolutamente immotivati, alle sceneggiate delle reciproche “richieste di perdono”. Per questa strada l’ecumenismo è del tutto inutile, è chiacchiera sull’inessenziale, è coordinamento di associazionismo sociale.

Il declino di questo contraddittorio tra le Chiese e tra Chiese e opinione pubblica illuministica, caratteristico delle società europee moderne, ha contribuito a) nei credenti alla crescita di ignoranza delle nozioni fondamentali, b) nell’opinione pubblica e nei media al regresso verso il livello più piatto dei luoghi comuni anticlericali per di più condivisi dai cattolici stessi. D’altronde vi è circolarità; sono per primi i credenti che appaiono nei media (e molti parroci dall’altare) a portarvi questa inconsistenza o arrendevolezza. A tale regresso si sottrae solo la minoranza agguerrita ma marginale, comunque isolata, degli ambienti conservatori.

In stretta analogia con l’incapacità apologetica, appare la scarsa coscienza di sé cattolica, dei diritti di esistenza della Chiesa, s’intende sui terreni che l’opinione pubblica laica non premia e non gradisce. Che non sono quelli praticati dal pontificato attuale.  In quante parrocchie si sono proiettati Katyń o Cristiada, tenuti fuori dai circuiti principali di distribuzione perché nel primo era narrato, magnificamente tra l’altro, il martirio della Polonia cattolica, guerra e dopoguerra, a opera dei conquistatori sovietici, nell’altro la rivolta armata del popolo cattolico messicano contro la violenta laicizzazione operata dal regime repubblicano-massonico negli anni Venti?

Ora, fino a oggi (certamente fino ad ieri) la capacità, la forza, di alzare la testa in pubblico per difendere la Fede cattolica e la  libertas ecclesiae erano maschili. Solo una cultura femminilizzata (che agisce presso i maschi, anzitutto) può considerare cose da uomini in senso deteriore, la disputa pubblica, il doveroso conflitto, per affermare la sola rilevanza del fare concreto e minuto.

L’effetto perverso di tutto questo è che si lasciano i segni pubblici a minoranze cattoliche di “destra” (e pour cause) e, effetto ancora peggiore, si squalificano di fatto quei segni perché sono adottati e esibiti “a destra”.

Pietro De Marco

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