Una parola al giorno / Balconi

Anche se non ha vissuto il fascismo, nel suo Dna la mia generazione conserva verso la parola “balcone” un certo sospetto. Se c’è un balcone, a qualcuno può sempre venire la tentazione di usarlo come tribuna per arringare la folla. Ma oggi ben altri sono i balconi ai quali guardare con diffidenza. Trattasi dei balconi mediatici, dai quali ci arrivano messaggi di ogni sorta, e spesso senza che da parte nostra ci sia nemmeno la possibilità di capire bene chi è, veramente, colui che sta lì affacciato.

Per fortuna per noi, popolo mediterraneo, il balcone ha anche un significato meno inquietante. E infatti, costretti dal coronavirus a stare in casa, gli italiani lo hanno riscoperto. Ci vanno per cantare e ballare, per fare quattro chiacchiere con il dirimpettaio, per godere di un po’ di luce solare.

Qualcuno dice che, in questo modo, ci dimostriamo infantili e superficiali, perché, al punto in cui siamo, c’è ben poco da cantare e ballare. Non so. Io non sono capace né di cantare né di ballare, però, tutto sommato, se penso agli americani in fila davanti ai negozi di armi, preferisco gli italiani che vanno sui balconi.

In ogni caso, per me il problema non si pone. A casa mia c’è un terrazzo che si affaccia su un’area verde, abitata da asini e cavalli. Se anche sapessi ballare e cantare, i miei dirimpettai resterebbero del tutto indifferenti a qualsiasi mia esibizione.

Stare sul terrazzo e osservare gli amici quadrupedi mi piace. Lo trovo istruttivo. Mentre noi siamo presi da angosce e preoccupazioni, loro proseguono con la vita di sempre. Mi ricordano che πάντα ῥεῖ, panta rei, tutto scorre.

Devo dire che nutro un particolare senso di gratitudine verso gli asini. Forse mi sbaglio, ma ho l’impressione che quando ragliano si stiano rivolgendo proprio a me. Una cura eccellente contro ogni forma di superbia.

A.M.V. 

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