Letture / La “filosofia del senso comune” di Antonio Livi

Cari amici di Duc in altum, vorrei tornare sulla figura di monsignor Antonio Livi, il grande filosofo e teologo morto il 2 aprile dopo lunga malattia. Nella prefazione al libro Sradicati. Dialoghi sulla Chiesa liquida, che ho scritto con l’amico Aurelio Porfiri, Livi diceva di noi due: “Aurelio Porfiri e Aldo Maria Valli parlano da cattolici, sinceramente e profondamente credenti, e non temono che quanto scrivono possa attirare nemici: la verità ha dei diritti che sono anche superiori al proprio tornaconto personale. Come dice il Vangelo, la verità ci farà liberi, non le convenienze dettate da esigenze di carriera”.

Siccome sia Aurelio sia il sottoscritto abbiamo pagato un certo prezzo pur di non rinunciare alle nostre idee, le parole di Livi furono per noi una sorta di medaglia da appuntarci al petto, motivo di orgoglio (perché nasconderlo?) e di consolazione.

Ieri ho dedicato a don Antonio un breve ricordo. Oggi pubblico un testo che, preparato da Aurelio per la rubrica Letture, è anche un omaggio affettuoso rivolto alla memoria di un pensatore cattolico che ha aiutato tutti noi a difendere la retta ragione illuminata dalla vera fede.

A.M.V.

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Con la morte di monsignor Antonio Livi scompare un vero gigante del pensiero cattolico e un combattente indomito. Fu lui stesso ad annunciarmi la sua malattia nell’autunno del 2018. Ne fui veramente colpito e cominciai a pregare incessantemente per lui e per la sua sperata guarigione, anche se sapevo che quel male era particolarmente insidioso. Il 2 aprile l’epilogo, proprio nel giorno del quindicesimo anniversario della morte di san Giovanni Paolo II, papa che sicuramente monsignor Livi sentiva molto vicino, anche per il contributo da lui dato all’enciclica Fides et ratio.

Monsignor Livi, autore prolifico e molto attivo in campo editoriale, aveva incominciato a ristampare e rivedere con la casa editrice Leonardo da Vinci molte sue opere, come Filosofia del senso comune, uno dei suoi lavori fondamentali.

Il libro è diviso in tre parti. Nella prima c’è un’indagine storico-critica sulla nozione di “senso comune”, nella seconda l’autore presenta la sua idea circa questa nozione e nella terza la nozione stessa viene investigata come referente ultimo di ogni giudizio.

Nell’opera, il cui impianto è nettamente tomistico-aristotelico, Livi affronta il problema dell’esistenza di Dio affermando che “la possibilità (e per certi versi anche la necessità) delle prove metafisiche dell’esistenza di Dio ― che Tommaso d’Aquino sostiene con argomenti inoppugnabili (Summa theologiae, I, qq. 2-3) ― non sono minimamente in contraddizione con l’affermazione di una inferenza spontanea e necessaria di Dio come fondamento metafisico del reale”.

Sempre sullo stesso tema, l’autore prosegue: “Dio, secondo il realismo metafisico che sorregge la teologia di Tommaso d’Aquino, lo si raggiunge mediatamente, con la   mediazione della fede soprannaturale o con la mediazione del raziocinio (‘vel fides accipiat, vel demonstratio probet’), o con entrambe le mediazioni assieme, sia pure con valenza diversa. Resta però l’intuizione della possibilità di ancorare la contingenza del mondo all’Essere necessario, l’intuizione che il discorso non è inconcludente, cioè che non tutto si risolve nell’insignificanza degli enti contingenti; questa intuizione di un cammino da percorrere, dagli enti all’Essere, non è la stessa cosa del cammino percorso: questo è la dimostrazione filosofica di Dio, quella è   l’aspirazione della mente a dimostrare. Dio, comunque, è nell’orizzonte   del senso comune, sia pure come esigenza di fondamento”.

Monsignor Livi non rifugge dall’affrontare le critiche al suo pensiero, come possiamo vedere in questo passaggio: “Questi miei critici, invece di contestare la mia tesi tentando di provarne la fondatezza, hanno preferito aggirare la questione, tornando a ripetere che il fondamento epistemico non va cercato, perché a priori – secondo   loro – non esisterebbe (Dario Antiseri), oppure perché il ritrovamento di tale fondamento epistemico da parte della filosofia comporterebbe la morte della filosofia stessa, la quale, come essi la intendono, non ammette nulla al di fuori di sé (Emanuele Severino, Massimo Cacciari,  Aniceto Molinaro), così come comporterebbe la morte della tolleranza e della pacifica convivenza, giacché – secondo loro – la pretesa di un fondamento epistemico, cioè di qualche verità assoluta, genera violenza (Gianni Vattimo). Se però questi critici, acconsentendo finalmente a leggere quello che io ho scritto a proposito del fondamento epistemico, comprendessero che esso è, almeno implicitamente, presente e operante in ogni discorso teoretico − anche nel loro stesso discorso polemico nei miei confronti −, dovrebbero riconoscere che senza il riconoscimento critico di un fondamento epistemico comune nessun dialogo filosofico sarebbe possibile, nessuna tesi filosofica potrebbe avanzare una pretesa di verità e richiedere un consenso razionale: l’alternativa, allora, sarebbe tra una filosofia ridotta a mera conversazione disimpegnata tra amici che siedono al bar lasciando fuori, per il momento, i problemi reali della vita (Richard Rorty), e una filosofia ridotta a mera retorica, al servizio di un’ideologia che non ha altro obiettivo che la conquista o il mantenimento del potere (e in questo caso sì che il pensiero, anche quello che si auto denomina ‘debole’, è violenza)”.

Ignazio Cantoni definisce questo testo “un lavoro che ha segnato un’autentica pietra miliare nell’opera di monsignor Livi e, conseguentemente, in chi ne ha fatto tesoro”. In una scheda che fa riferimento alla prima edizione, il libro così viene presentato: “Il saggio di Antonio Livi, professore presso la facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense di Roma, merita certamente di essere menzionato in una bibliografia di base dedicata al rapporto fra fede e ragione. L’opera presenta la tesi centrale del suo pensiero, che egli ha poi sviluppato fino a oggi. Alla base della conoscenza umana, secondo l’autore, è presente una serie di certezze che si danno con l’esperienza in modo evidente e irriflesso. Queste certezze sono patrimonio di ogni uomo, e costituiscono la base di ogni conoscenza e di ogni comunicazione. Insieme ai principi logici fondamentali, queste certezze comprendono nell’ordine: l’esistenza di un mondo di cose, dell’io, degli altri, l’esistenza di un ordine morale, di una Causa generale e trascendente dell’essere e dell’ordine del mondo (Assoluto, Dio). Questo insieme organico di certezze costituisce il ‘senso comune’ (termine denso di storia, descritta e discussa nell’introduzione al volume), che funge da base sia per la filosofia, sia per la fede in una Rivelazione divina. Ecco dunque che il legame tra ragione e fede trova nuova luce nel comune riferimento al senso comune, senza il quale la ragione degenera in scetticismo e la fede in fideismo”. Monsignor Antonio Livi ci mancherà, ma, grazie alla sua opera, il suo pensiero è sempre qui con noi. Meglio non rinunciarvi, perché ne abbiamo sempre più necessità. Egli amava la Chiesa ed era un vero sacerdote di Cristo. Che Dio lo abbia in gloria.

Aurelio Porfiri

 

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