I vescovi, il governo e il no alle Messe: chi è causa del proprio mal pianga sé stesso

Nel 1991, durante il viaggio in Polonia, Giovanni Paolo II tenne un bellissimo discorso ai teologi sull’importanza della testimonianza e ricordò che il cardinale Stefan Wyszynski, l’indomito difensore della libertà della Chiesa contro i totalitarismi, parlava, proprio a proposito di tali regimi, non solo di ateizzazione programmata, ma anche di ateizzazione amministrativa. Ebbene, disse il papa, per chi viveva in quelle condizioni di limitazione della libertà era possibile, apparentemente, solo un atteggiamento di apostasia o di conformismo, ma in realtà fu possibile anche una terza via, quella “della scelta consapevole della verità di Cristo”. Si tratta della testimonianza cristiana, che non a caso in greco è martyrion e in latino martyrium: testimonianza della verità che implica il sacrificio. Se occorre, fino al sacrificio della vita stessa.

Ora, mi rendo conto che passare da queste riflessioni alla nostra cronaca attuale può procurare qualche capogiro, ma la definizione di ateizzazione amministrativa mi è tornata alla mente mentre ieri ascoltavo il presidente del Consiglio. E ho pensato anche al significato profondo della parola testimonianza.

Il no alle Messe ribadito dal governo rivela un pregiudizio ideologico ormai chiaro. Viene ammantato di obiettività scientifica nel considerare i fattori a rischio, ma solo un cieco può non vedere che c’è un accanimento contro la libertà religiosa. I cosiddetti tecnici del comitato scientifico si stanno comportando in realtà da ideologi.

Nel comunicato di ieri sera la Cei si è mostrata offesa e risentita, ma, ahimé, chi è causa del proprio mal pianga sé stesso. Quando, anziché dare testimonianza, ti rendi complice dell’ateizzazione amministrativa, c’è poco da protestare. Ormai il sistema ti ha inglobato.

“I vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto”, si legge nel duro comunicato della Cei. Ma il problema è che i vescovi italiani, nonostante i lamenti di tanti fedeli, hanno già accettato di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Si sono così resi partecipi del processo di ateizazzione amministrativa e hanno perso forza quali interlocutori del governo. Ricordiamo che non hanno nemmeno protestato contro abusi evidenti perpetrati dalle forze dell’ordine e anzi (si veda il caso di Soncino) hanno scaricato il parroco che si è visto piombare i carabinieri in chiesa. Quindi, a questo punto, c’è poco da dire che “non possono accettare” eccetera eccetera. Il problema è che hanno già accettato di tutto e di più.

Conte ha detto di aver preso atto del comunicato della Cei ed ha promesso che nei prossimi giorni “si studierà un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza”. Staremo a vedere.

Il fatto è che la Chiesa si trova in sostanza in ostaggio di un comitato tecnico-scientifico. Certo, ora i vescovi sottolineano che occorre distinguere tra la responsabilità del governo e quella della Chiesa, “chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia”. Peccato che tale autonomia non sia stata rivendicata fin dall’inizio, nel segno della testimonianza cristiana ma anche di ciò che è previsto dalla nostra Costituzione.

Sapranno i vescovi recuperare il terreno perduto e riaffermare il principio della testimonianza contro quello della convenienza?

A.M.V.

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