I pastori? Più attenti alle conseguenze politiche che alla cura pastorale. Ma la Chiesa non può piegarsi allo Stato

“I cattolici devoti hanno buone ragioni per sospettare che in questa crisi i loro pastori siano stati più preoccupati delle conseguenze politiche delle loro azioni che delle ricadute pastorali”.

Scrive così il giornalista americano Phil Lawler, spiegando i motivi che lo inducono a sospettare che durante la pandemia le preoccupazioni di tipo politico abbiano prevalso, tra i dirigenti della Chiesa, su quelle spirituali e pastorali.

“Molto spesso – scrive Lawler – le restrizioni annunciate dai dirigenti della Chiesa si sono allineate esattamente, punto per punto, ai regolamenti emanati dalle autorità civili. A Roma, la polizia italiana ha chiuso l’accesso a piazza San Pietro (che è sotto la sua giurisdizione), e poche ore dopo il Vaticano ha annunciato la chiusura della basilica di San Pietro (che è sotto il controllo del Vaticano). È stata una coincidenza? Lo stesso schema è apparso evidente in tutto il mondo: i dirigenti della Chiesa chiudevano i luoghi di culto non appena i funzionari pubblici imponevano regole d’emergenza. Solo raramente i leader cattolici hanno resistito all’imposizione di ordini civili sulle attività religiose”.

In generale, “i vescovi che sono stati più ansiosi di limitare l’accesso ai sacramenti – e i laici cattolici più ansiosi di difendere quelle restrizioni – appartengono all’ala progressista della Chiesa. Sulla carta questa correlazione non ha senso. Ci si potrebbe aspettare che i più attivi nel favorire misure più forti di sanità pubblica siano i cattolici più anziani e più malati, non i più giovani. Ma se le mie osservazioni sono accurate, sono stati per lo più i cattolici ortodossi a chiedere un maggiore accesso ai sacramenti, mentre i progressisti hanno sostenuto che riaprire le chiese non sarebbe stato saggio”.

Aggiunge Lawler: “La notevole deferenza nei confronti dell’autorità civile durante questa epidemia ha seguito uno schema che è diventato fin troppo comune negli ultimi anni. I dirigenti della Chiesa hanno accuratamente evitato le controversie pubbliche, anche a spese della disciplina ecclesiastica. Lo dimostra la manifesta riluttanza dei vescovi americani a vietare la Comunione ai politici favorevoli all’aborto”.

“Negli ultimi quarant’anni i cattolici progressisti ci hanno detto che la causa pro-life non è una ragione sufficiente per negare a qualcuno l’Eucaristia. Eppure, negli ultimi quaranta giorni ci hanno detto che la causa pro-life è una ragione sufficiente per negare l’Eucaristia a tutti. Vai a capire”.

“Non potevamo tenere aperte le chiese – ci hanno spiegato i cattolici progressisti – perché la Chiesa cattolica è una Chiesa per la vita e non dobbiamo mai fare nulla che possa mettere a repentaglio la vita di coloro che vengono a pregare con noi”. Se non che “la Chiesa cattolica non si occupa di salvare vite umane, ma di salvare anime. Quindi durante un’epidemia, mentre le autorità civili mettono giustamente al primo posto la salute fisica delle persone, i dirigenti della Chiesa dovrebbero essere più attenti al benessere spirituale dei fedeli. Per quanto sia importante preoccuparsi della salute dei parrocchiani, i pastori non dovrebbero mai fare nulla per mettere a repentaglio le anime”.

“Solo raramente le esigenze della salute fisica entrano in conflitto con le esigenze della salvezza in senso spirituale. In queste ultime settimane però è successo” e così abbiamo visto che “troppi pastori, piuttosto che prendere le decisioni in modo autonomo, hanno rinviato interamente alle autorità secolari. E questa è una scelta che metto in discussione”.

Colpisce, spiega Lawler, che i responsabili della Chiesa si siano piegati alle restrizioni decise dalle autorità civili, anche le più estreme, senza chiedere ai governi di prendere in considerazione le priorità della Chiesa. “La mia preoccupazione è che i pastori sostengano, o si vedrà che sostengono, non il Vangelo del Regno dei cieli, ma il vangelo dello Stato; che stiano facendo proprie le priorità dello Stato, non le priorità di Gesù”.

D’accordo, occorre essere buoni cittadini, ma senza perdere di vista la missione. “La Chiesa cattolica può offrire consigli ai leader civili, alla ricerca del bene comune, perché la Chiesa sa di cosa ha bisogno l’umanità per trovare la felicità vera e duratura. Ma i responsabili civili non possono restituire il favore; non possono offrire lo stesso tipo di guida alla Chiesa, perché il mondo secolare non comprende la missione di salvezza della Chiesa. Mentre la Chiesa comprende il mondo, il mondo non capisce la Chiesa”.

“Quindi la Chiesa non può, e in effetti non deve, accettare che lo Stato possa presumere di sapere che cosa è bene per la Chiesa stessa”. Quando le leggi dello Stato sono pensate davvero per il bene delle persone e delle comunità è giusto che la Chiesa obbedisca, ma quando lo Stato decide arbitrariamente che i servizi della Chiesa non sono attività essenziali, la Chiesa non può e non deve acconsentire. “Il culto è essenziale. La Chiesa lo sa perché è una esperta di umanità e perché ha familiarità con il primo comandamento”. Accettare di essere considerati come non essenziali significa negare la giusta autorità della Chiesa di Cristo.

Quando i funzionari civili emettono ordini su ciò che è bene per la salute pubblica, conclude Lawler, i vescovi cattolici devono ascoltare, “ma se e quando le regole violano le prerogative della Chiesa, e compromettono la missione evangelica, allora il vescovo deve protestare e, se necessario, sfidare l’autorità civile. E anche noi fedeli laici dobbiamo farlo”.

A.M.V.

Fonte: catholicculture.org

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