Letture / “Le retour d’Orphée”, alle radici della musica

Non molti conoscono l’opera del musicologo franco-svizzero Jacques Viret (1943), che ha prodotto interessanti studi in materia di canto gregoriano, musica medioevale, musicoterapia, importanza della tradizione nell’evoluzione della musica. Ho avuto la fortuna di entrare in contatto con il professor Viret alcuni anni fa, e insieme abbiamo scritto un libro in francese, Les deux chemins, sulla spiritualità nella musica. Ritengo questo libricino un lavoro di una certa importanza, perché rappresenta un dialogo fra due mondi con grandi differenze (io cattolico, lui protestante) ma anche tanti punti di convergenza. Ora abbiamo appena terminato un secondo libro che speriamo verrà presto pubblicato, ma intanto il professor Viret ha recentemente pubblicato un altro volume, in lingua francese, da non perdere: Le retour d’Orphée. L’harmonie dans la musique, le cosmos et l’homme (Editions l’Harmattan), circa 450 pagine nelle quali è centrale il richiamo alla dimensione anche mitica della narrazione musicale (Orfeo).

Marcello Veneziani, in un suo bel libro sul mito, ha detto: “Ma cosa distingue, alla fine, in modo essenziale la vita nutrita dal mito dalla vita presente fondata sulla tecnica? La tecnica rinvia, cura, allevia, distrae dal tempo che passa, dalla vecchiaia che incede, dalla malattia che ghermisce, dalla solitudine che incalza e dalla morte che viene. Protegge dalla natura e insieme la potenzia. Il mito invece addomestica la natura, il tempo, la vecchiaia, la sofferenza, la solitudine e la morte medesima. Non li ferma, non sopprime la loro famelica ferocia; li doma. Li accoglie in casa, ne dà un senso e un destino, infonde stile e serenità, nel segno dell’amor fati e di un più grande disegno di cui la nostra vita è soltanto un punto e un frammento”. Ecco, questa visione della musica, anche nutrita dalla lettura mitopoietica della realtà storica, ci sembra una importante alternativa a tanta musicologia che è spesso preda della frenesia di seguire mode ideologiche e culturali.

Nella presentazione del libro di Viret si legge: “La Voce Divina, ci dicono miti e tradizioni, ha creato il mondo. Il canto delle voci umane le risponde. Orfeo, l’iniziato dei Misteri greci, impersona i poteri della musica. Oggi il materialismo scientifico che nega l’armonia cosmica è contraddetto dalla scienza olistica che unisce la saggezza ancestrale. Alla confluenza della fisica contemporanea e della metafisica tradizionale, della cosmologia e dell’antropologia, della musicologia e dell’etnomusicologia, questo lavoro contribuisce al nuovo paradigma chiarendo i misteri dell’armonia musicale. Ripristina la sua dimensione simbolica e spirituale e fa luce sull’evoluzione confusa della musica occidentale dall’inizio del XX secolo”.

Una prospettiva del tutto originale, come originale è la lettura che viene data dello sviluppo della musica occidentale nel secolo passato, riflesso poi in questo. Sviluppo che in alcuni casi è stato più un involuzione, un gettarsi a tutta velocità contro un muro.

Nel testo, apparso per la collana Theoria della casa editrice francese diretta da Pierre-Marie Sigaud, è evidenziato l’approccio interdisciplinare tipico di Jacques Viret, che si muove tra la musicologia propriamente detta, l’etnomusicologia, l’antropologia, la storia delle religioni. Un tour de force utile per capire la prospettiva originale dell’autore. Non si deve essere d’accordo su tutto, ma le tesi esposte sono degne della più grande attenzione e considerazione. Nella prima parte c’è una esposizione teorica che riprende la concezione mitica di Orfeo ma si immerge anche nella tradizione occidentale, con riferimenti a Pitagora e al pensiero medioevale. Nella seconda si approfondisce il concetto dell’armonia come scienza e saggezza, con riferimento anche alla musicoterapia. Nella terza parte l’autore va alla ricerca dell’armonia perduta, elencando nomi di compositori che hanno cercato una alternativa rispetto alla voglia di autodistruzione che abbiamo visto all’opera in tante correnti compositive del secolo passato. Un interesse dell’autore è quello per le correnti neomodali (ed è per questo che mi sono indegnamente meritato una citazione nel suo libro per la mia opera compositiva) e proprio la modalità è l’oggetto del lavoro che il professore ed io abbiamo appena concluso.

Il professor Viret ha una sua particolare prospettiva spirituale che non si deve accettare in toto, ma quanto scrive va preso in considerazione, perché egli pone problemi che non possono e non devono essere elusi. Andando alla ricerca della ragione profonda del fenomeno musicale ci insegna che togliere la dimensione spirituale all’arte equivale a toglierle l’anima.

Aurelio Porfiri

 

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