La Comunione sulla mano? Storia e motivi di un abuso. Con una proposta

Cari amici di Duc in altum, circa la questione della Comunione sulla mano, oggetto di un mio recente articolo riguardante la deplorevole “liturgia igienizzata” introdotta in seguito al Covid-19, ho ricevuto una lettera che volentieri sottopongo alla vostra attenzione.

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Caro dottor Valli, ho letto il suo articolo sulla “liturgia igienizzata” e concordo, in particolare, con la frase “mi sono sentito un traditore”, con la quale ha commentato il fatto di essere stato costretto a ricevere l’Eucaristia sulla mano.

Mi sono dunque decisa a inviarle una mia riflessione sul tema: Comunione sulla mano (altrimenti ci viene negata), ma in ginocchio e assumendo l’Ostia con la bocca direttamente dal palmo. Non è una novità, so di tante persone che hanno avuto la stessa ragionevole idea, e poi è un uso molto antico, a differenza della Comunione sulla mano comunemente intesa, che si pratica quotidianamente nelle chiese di mezzo mondo.

È una soluzione provvisoria, che speriamo di poter abbandonare presto, ma aiuta a sentirsi molto meno “traditori”.

Io mi sono sempre opposta alla Comunione sulla mano e dunque può immaginare – anzi, so che la condivide – la mia perplessità quando ho letto le norme Covid-19 della Cei.

Mi pare che ci sia un solo modo possibile di comunicarsi, di questi tempi: in ginocchio, porgendo la mano a coppa e poi prendendo l’Ostia direttamente con la bocca dalla mano, quindi senza afferrarla con l’altra, come invece usa fare.

Le riassumo alcune mie riflessioni in proposito, evitando citazioni che sarebbero fuori luogo in questa sede.

In questo periodo la Cei ha reso obbligatoria la Comunione sulla mano, ma purtroppo non ha ritenuto opportuno spiegare bene come stanno le cose. Mi chiedo perché. Anzi no, preferisco non chiedermelo.

Propongo dunque un ripassino, molto semplificato.

L’uso di distribuire la Comunione sulla mano corrisponde a un indulto concesso successivamente all’istruzione di Paolo VI Memoriale Domini del 1969, nella quale semplicemente si scriveva che, nei Paesi ove l’abuso (e sottolineo abuso) della Comunione sulla mano fosse stato tanto radicato da non essere ormai più eliminabile (i Paesi del Nord Europa negli anni Sessanta mutuarono la distribuzione in piedi e sulla mano dai protestanti, che hanno un concetto ben diverso dell’Eucaristia), qualora le rispettive Conferenze episcopali avessero votato con una maggioranza dei due terzi a favore di tale uso, la Santa Sede avrebbe potuto approvare tale decisione. Cosa che la Santa Sede ha sempre fatto, ogni qualvolta una Conferenza Episcopale glielo ha chiesto. Salvo specificare e ribadire che l’uso della Comunione sulla lingua resta sempre preferibile; che quello sulla mano va permesso con molta attenzione, non solo per evitare fraintendimenti di natura teologica, ma anche per il rischio di profanazione; che l’applicazione dell’indulto è a discrezione del singolo vescovo, che potrebbe benissimo decidere di non applicarlo nella sua diocesi (qualcuno che l’ha fatto al mondo c’è, ma proprio pochi), e perfino del celebrante, che in certi casi per prudenza può sospenderlo.

Poi è diventato un uso molto comune, oserei dire à la page, promosso da teologi e preti di orientamento progressista, che sono peraltro riusciti a convincere quasi tutti, al punto che ora del 1989 la Cei ha autorizzato la cosa anche in Italia, dove nessuno si sarebbe mai sognato niente del genere.

In alcune sedi si punta a convincere il fedele a colpi di archeologismo liturgico, come lo chiamava Pio XII, che non è sempre una cosa positiva: chi ha dimestichezza con queste fonti sa che i passaggi di Cirillo di Gerusalemme e Padri della Chiesa assortiti che vengono citati (non sempre a proposito) non sono prove inconfutabili e assolute dell’uso stabile antico della Comunione sulla mano e di certo non asseverano in alcun modo le modalità divenute comuni nel XX-XXI secolo; il dibattito è sempre stato molto acceso, specialmente dai tempi della Riforma protestante.

E qui veniamo al punctum dolens, perché, e non è cosa da poco, l’uso antico invalso in alcuni periodi e luoghi di ricevere l’Ostia consacrata sul palmo non comportava affatto che poi la si prendesse con le dita dell’altra mano, bensì la si assumeva con la bocca direttamente dal palmo (o dal fazzoletto, in alcuni casi, per le donne): insomma, di afferrarla con la mano non si parla mai.

Il passo più amato dai sostenitori della Comunione sulla mano è di Cirillo di Gerusalemme (lasciamo perdere qui le diatribe degli studiosi di patristica sulla genuinità del passo): mi preme però sottolineare che vi si legge di presentare il palmo della mano destra, con le dita ben serrate, e la sinistra sotto, a guisa di trono per la destra che deve ricevere il sacramento, per poi assumere il Corpo di Cristo direttamente da quella, che presenta il palmo concavo.

Quando l’uso è stato (posso dire maldestramente?) recuperato in età moderna (nel XVI secolo dai riformati, imitati poi dai cattolici del XX) le mani sono state scambiate perché la destra, per evidenti motivi simbolici, è sembrata più adatta a prendere in mano l’Ostia.

Comunque tanto ormai è così e non credo che né la Cei né alcuna altra Conferenza episcopale del pianeta emenderà mai l’errore. Pazienza. Tanto, come recita il mantra del prete medio, il cuore conta più del gesto (certo, ma Dio ci ha fatti di corpo e anima indissolubilmente legati, quindi sì, anche i gesti contano ed esprimono moltissimo).

Credo che comunque sia onesto informare i fedeli cattolici che prendere l’Ostia con le dita è il modo dei calvinisti e dei riformati ed è nato con un significato anti-cattolico molto preciso; anni fa mi ero presa la briga di leggermi molte delle lettere che si scambiarono i leader, chiamiamoli così, della Riforma protestante; una diatriba complicata durata decenni, da cui emerge in modo chiarissimo che far camminare i fedeli verso il ministro per ricevere l’ostia in piedi e sulla mano (ma chi se ne importa, nel loro caso, tanto non è consacrata) era fondamentale per estirpare qualsiasi residuo di credenza nella Transustanziazione e nella Presenza Reale. Ecco. Meditiamo su come e perché questo medesimo gesto sia poi stato accolto e promosso in ambito cattolico (come tanti altri gesti e usi, ma mi fermo subito, non oso andare oltre).

Sarebbe triste (e profondamente scorretto) che le attuali norme Cei e la loro ricezione da parte dei sacerdoti e dei fedeli diventassero un modo per convincere tutti definitivamente che ricevere la Comunione direttamente in bocca sia un uso superato: al contrario, è l’unico modo valido sempre e comunque, essendo l’altro, quello sulla mano, una semplice concessione derivante da un indulto, per quanto diffusissima.

A seguito del protocollo Covid-19 della Cei le norme liturgiche sono state sospese e la medesima Cei avrà sicuramente il potere di farlo; dunque io ubbidisco, per forza.

Però la assumo direttamente con la bocca dal palmo. Con la mano, mai. È un gesto carico di troppi significati ambigui, che non potrei mai condividere, soprattutto dopo aver letto tutte quelle cosucce del XVI secolo (e oltre).

Sensibilità mia, per carità (nella Chiesa c’è posto per tante sensibilità diverse), ma credo condivisa da molti.

E rigorosamente in ginocchio: altrimenti le mie mani proprio si rifiutano di scattare in avanti.

Un saluto cordiale e grazie

Ada Grossi

Milano

 

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