La sofferenza? Non sempre un castigo, spesso un’elezione

Oggi le riflessioni di Aurelio Porfiri ci conducono sul difficile, ma salvifico, terreno della sofferenza.

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Dovremmo riflettere sul fatto che la nostra vita si sviluppa spesso tra i paradossi. Ci sono verità che ci sembrano contrarie al nostro buon senso, ma che in realtà vanno molto più in profondità di quello che noi riusciamo a capire in quel momento. Una di queste verità riguarda la sofferenza.

Fatemelo dire fin dall’inizio: non mi piace soffrire. Negli ultimi mesi ho conosciuto la sofferenza fisica e mentale e vi posso dire che non mi è piaciuto per niente, avrei fatto di tutto per evitarla. Però questa situazione mi ha spinto a riflettere un poco di più sul mistero della sofferenza, specie nella prospettiva cristiana.

Sappiamo che Cristo ha sofferto ed è morto per noi, quindi ha dato un valore speciale alla sofferenza.

Un giornalista, Nino Salvaneschi (1886-1968), ha detto: “La sofferenza non è sempre un castigo, ma spesso un’elezione”. Non voglio fare la persona di buoni sentimenti ma ipocrita. Lo ripeto: farei qualunque cosa per scansare la sofferenza con cui ancora mi devo misurare. Però quella provocazione mi dice qualcosa di importante: sebbene sia un peso enorme, la sofferenza ci permette di cogliere qualcosa di più profondo su noi stessi e su ciò che ci circonda. In questo senso può essere una elezione.

Riconosco di essere molto lontano da santa Teresa di Lisieux, pure a me molto cara, che diceva: “Desideravo soffrire e sono esaudita. Ho sofferto molto, da parecchi giorni. Una mattina, durante il ringraziamento, ho provato come le angosce della morte, e con ciò nessuna consolazione! Accetto tutto per amore del buon Dio, perfino i pensieri stravaganti che mi vengono alla mente e mi danno noia”.

Quello che posso dire, volando molto più basso, è che dalla sofferenza si traggono lezioni importanti. Che sia fisica, spirituale o mentale, la sofferenza ci insegna che siamo fragili. Ci crediamo fortissimi e pensiamo che la tecnologia possa averla vinta su tutto. Ma non è così.

Allora in questi momenti ci viene anche da pensare a coloro che dedicano la vita a cercare di alleviare la sofferenza: medici, operatori sanitari, educatori, volontari. La Chiesa ha sempre dedicato grande attenzione alla cura dei malati, patrocinando la costruzione di ospedali e facendo in modo che la cura fosse considerata una delle prerogative del buon cristiano. Fra le opere di misericordia corporale c’è quella di visitare gli infermi. Bisogna avere rispetto per chi soffre, perché questo peso della sofferenza è spesso indicibile. Bisogna aiutare ad accettare il peso e a far vedere la prospettiva più alta, il significato più profondo.

Nel 1984 san Giovanni Paolo II dedicava un’enciclica alla sofferenza umana, la Salvifici doloris, nella quale tra l’altro diceva: “Anche se nella sua dimensione soggettiva, come fatto personale, racchiuso nel concreto e irripetibile interno dell’uomo, la sofferenza sembra quasi ineffabile e incomunicabile al tempo stesso, forse nient’altro quanto essa esige, nella sua realtà oggettiva, che sia trattata, meditata, concepita nella forma di un esplicito problema, e che quindi intorno ad essa si pongano interrogativi di fondo e si cerchino le risposte. Come si vede, non si tratta qui solo di dare una descrizione della sofferenza. Vi sono altri criteri, che vanno oltre la sfera della descrizione, e che dobbiamo introdurre, quando vogliamo penetrare il mondo dell’umana sofferenza. Può darsi che la medicina, come scienza ed insieme come arte del curare, scopra sul vasto terreno delle sofferenze dell’uomo il settore più conosciuto, quello identificato con maggior precisione e, relativamente, più controbilanciato dai metodi del reagire (cioè della terapia). Tuttavia, questo è solo un settore. Il terreno della sofferenza umana è molto più vasto, molto più vario e pluridimensionale. L’uomo soffre in modi diversi, non sempre contemplati dalla medicina, neanche nelle sue più avanzate specializzazioni. La sofferenza è qualcosa di ancora più ampio della malattia, di più complesso ed insieme ancor più profondamente radicato nell’umanità stessa. Una certa idea di questo problema ci viene dalla distinzione tra sofferenza fisica e sofferenza morale. Questa distinzione prende come fondamento la duplice dimensione dell’essere umano, ed indica l’elemento corporale e spirituale come l’immediato o diretto soggetto della sofferenza. Per quanto si possano, fino ad un certo grado, usare come sinonimi le parole sofferenza e dolore, la sofferenza fisica si verifica quando in qualsiasi modo duole il corpo, mentre la sofferenza morale è dolore dell’anima. Si tratta, infatti, del dolore di natura spirituale, e non solo della dimensione psichica del dolore che accompagna sia la sofferenza morale, sia quella fisica. La vastità e la multiformità della sofferenza morale non sono certamente minori di quella fisica; al tempo stesso, però, essa sembra quasi meno identificata e meno raggiungibile dalla terapia”.

Scoprire nella sofferenza un significato più profondo deve aiutarci a capire il senso non solo della sofferenza ma della nostra vita. E noi, come cattolici, dobbiamo sempre ricordare che il nostro stesso Signore ha scelto di soffrire per noi, elevando così la sofferenza a mistero di salvezza.

Aurelio Porfiri

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