La paura è entrata anche nella casa del Signore. Lo sfogo di un fedele

Cari amici di Duc in altum, ho ricevuto da un lettore questa lettera che volentieri condivido.

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“La paura è in un certo qual modo il nostro principale nemico. Essa si annida nel cuore dell’uomo e lo mina interiormente finché egli crolla improvvisamente, senza opporre resistenza e privo di forza. Chi ha conosciuto e si è abbandonato a questo sentimento in un’orribile solitudine sa che è soltanto una maschera del male, una forma in cui il mondo ostile a Dio cerca di ghermirlo. La paura fa perdere all’uomo la sua umanità. Non sembra più una creatura di Dio, ma del diavolo; diventa un essere devastato, sottomesso” (Dietrich Bonhoeffer, La fragilità del male, 2015).

Caro dottor Valli, mi scuso fin dall’inizio se abuserò della sua pazienza e di quella dei suoi lettori, ma vi sono alcune riflessioni che sento il dovere di condividere con lei, che conosco come persona di grande fede ed equilibrio. Ho voluto aprire la mia lettera con le parole di Dietrich Bonhoeffer perché mi sembra che parlino proprio a noi, oggi.

Da cristiano figlio di diacono permanente (nominato dal cardinale Martini) e padre di famiglia, sono fortemente preoccupato per questa deriva verso un vero e proprio regime sanitario cui volenti o nolenti, consapevoli o meno, siamo sempre più sottomessi.

Mi ferisce che così pochi credenti e uomini di Chiesa abbiano sollevato dubbi sulla narrativa partigiana che è stata fatta circa l’epidemia e sono allarmato per le conseguenze che tale reticenza avrà sulla vita di tutti, credenti e non credenti.

Il popolo è stato infatti terrorizzato dai mezzi di comunicazione ed è caduto in un’immane psicosi di massa: giornali, telegiornali e internet hanno propagandato per mesi e in maniera ossessiva la presenza ubiquitaria di un mortale pericolo virale che avrebbe dovuto sterminare il genere umano. Le immagini dell’esercito che trasporta le salme ai forni crematori costituisce l’apice di una strategia del terrore che ha investito questo povero paese, tramortendolo e rendendolo mansueto come un agnello sacrificale. Tutto il paese è stato per mesi sottoposto a un vero e proprio sequestro di persona di massa, i cui effetti devastanti cominciano a farsi sentire sul piano economico, sociale e psicologico, soprattutto a danno delle fasce di popolazione più deboli: anziani, ammalati, poveri, bambini, famiglie, disabili, disoccupati.

Benché la curva epidemiologica non sia più quella dei mesi scorsi, la narrativa del terrore è ancora attiva e coinvolge anche la Chiesa. Entrare oggi nella casa del Signore spezza il cuore. Dappertutto sono presenti cartelli che obbligano al “distanziamento sociale”, non è presente l’acqua santa, i fedeli non possono toccarsi e abbracciarsi, il corpo di Cristo medesimo viene somministrato come fosse un farmaco, talora addirittura viene misurata la temperatura all’ingresso. Gesù entrerebbe in chiese così? Oppure spazzerebbe via questo armamentario sanitario che ci allontana da Dio e divide diabolicamente i credenti? Siamo diventati gli uni per gli altri potenziali untori (come gli stessi virologi ci invitano a essere) e regna ovunque la paura verso un nemico invisibile che sembra aver colpito il nostro cuore più che le membra.

La mascherina stessa, lungi dall’essere imposta per motivi razionali e “scientifici”, è diventata simbolo dello schiavo contemporaneo, spersonalizzato, omologato, distanziato e anestetizzato da procedure e regole disumane. Eppure, san Paolo scrive ai romani che i credenti non sono servi, ma figli di Dio in Cristo. Il grande filosofo Lévinas ci ha insegnato che senza il volto dell’altro non siamo più nulla, cessiamo persino di essere umani. La mascherina è l’emblema di una società in cui il volto dell’altro non mi interpella più perché irriconoscibile. E tutto questo con la falsa scusa del “nostro bene”, ormai imposto a suon di frusta e bavaglio. Sono profondamente dispiaciuto nell’apprendere che i nostri ragazzi e gli educatori vengono formati da scienziati di dubbio valore, non cresciuti nella libertà dei figli di Dio.

Perché dunque abbiamo accettato che in nome di un presunto bene, la salute del corpo biologico, venissimo privati della libertà dell’anima? Gesù nel Vangelo ci ripete più e più volte di “non aver paura”, di “non temere”. Eppure, il timore della morte ha preso il sopravvento, costringendoci a un’esistenza priva di slancio. Possibile che non vediamo che qui non è in questione la nostra libertà religiosa, ma la nostra stessa fede?

La medicina e la scienza sono diventati idoli, con i loro riti (il bollettino quotidiano sugli infetti e sui morti), i loro sacerdoti (i virologi da salotto, i comitati tecno-scientifici, le task force) e i loro strumenti di propaganda (dati, procedure e protocolli).  Questo tremendo paradigma, in cui la medicina e la scienza si sostituiscono al vero Dio e dominano il popolo attraverso il terrore, è intrinsecamente autoritario e ci riporta a tempi tragici in cui idee molto simili hanno prodotto le sofferenze inflitte da medici e scienziati a migliaia di innocenti durante il nazismo. San Carlo durante la peste di Milano faceva dire la Messa ai crocicchi delle strade cosicché tutti potessero partecipare guardando dalla finestra durante la quarantena: non ha trasformato la casa del Signore in un “reparto ospedaliero”. Gli stessi uomini di Dio, i sacerdoti, rischiano così di diventare i controllori di questo ordinamento sanitario e di smarrire la loro vocazione. Ne ho avuto la prova quando di recente sono entrato nella parrocchia in cui mi sono sposato a Milano. Un sacerdote controllava che i fedeli rimanessero “distanziati” e rispettassero le regole del famigerato protocollo. Il tono e i modi erano autoritari e polizieschi. Non solo: in tutti gli ambienti comuni, nelle stazioni, per le strade, persino nei luoghi di lavoro sono più gli addetti al controllo che i cittadini medesimi, sempre più spesso chiusi in casa davanti allo schermo del computer.

La Cei obietta che sono le regole e che bisogna obbedire. Quando le istituzioni obbligheranno i nostri figli a stare in classe con dannose e inutili mascherine, oppure divisi dalle paratie di plexiglass, rovinandoli per sempre, dovremo obbedire? Quando ci porteranno via i figli o i nostri anziani per obbligarli a cure non necessarie, dovremo obbedire? Gesù dice che a chi fa male ai piccoli e agli ultimi sarebbe “meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare”. L’uomo giusto e timoroso di Dio rispetta la legge solo se è legittima e rispetta la dignità umana. Gesù è morto per questo principio.

Mi scuso per lo sfogo. La saluto in Cristo e continuo a pregare che lo Spirito Santo, in questo tempo di terribile prova, ci sostenga e ci illumini nel cammino che porta alla Verità, certo che “il nostro unico giudice sarà il Vangelo”, come dice Bonhoeffer, e non certo l’ossequioso rispetto di regole e procedure.

Lettera firmata

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Aldo Maria Valli, Ai tempi di Gesù non c’era il registratore. Uomini giusti ai posti giusti (Chorabooks, 2020)

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