Minimalismo linguistico e minimalismo teologico. Ovvero come resistere alla sciatteria lessicale

Cari amici di Duc in altum, vi propongo quest arguta riflessione di Pietro D’Agostino. Troppo spesso, anche nella Chiesa, con la scusa della semplicità nel linguaggio si cade in una trascuratezza lessicale che è questione di sostanza e non solo di forma.

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Prometto al benevolo lettore che non userò la parola decadenza (questa è la sua unica occorrenza nel testo). E non perché non sarebbe appropriata per lumeggiare il fenomeno di cui parleremo. Anzi, quella parola con la “d” mi sembra oltremodo calzante, e non è che non mi piaccia. Al contrario, la eviterò perché mi piace troppo, e rischierei di trasformare tutto l’articolo in un manifesto ideologico, cosa che sono determinato ad evitare.

Questo contributo tratta delle parole. Eh sì, quelle entità così disprezzate dai sussiegosi corifei di una presunta essenzialità, i quali vorrebbero che, lasciata da parte la forma, si andasse sempre dritti alla sostanza, senza perdersi in sterili dibattiti terminologici. Come se la sostanza potesse sussistere senza la forma… ma questa è un’altra storia che lasciamo ai nostri amici filosofi. L’amabile lettore saprà anche perdonare chi, come l’autore di queste righe, è ossessionato dalle parole, se non altro perché studiarne l’origine e i mutamenti semantici rientra nei suoi compiti. Ma andiamo al punto. Quello di cui parliamo oggi, come si evince dal titolo, è il legame inscindibile che esiste fra minimalismo teologico (da altri a buon diritto definito anche “appiattimento”, “iper-immanentismo”, “orizzontalismo” eccetera) e minimalismo linguistico. Ovvero: sono l’unico che si è accorto che nella parrocchia media, salvo virtuose eccezioni, si parla delle cose di Dio con un linguaggio che ha i crismi della semplicità, ma che odora terribilmente di faciloneria?

Cerco di spiegarmi meglio. L’impressione costante che ho, e questo riguarda specialmente le parrocchie italiane, ma anche quelle di altra espressione linguistica (conosco abbastanza bene solo quelle francofone), è che ci si sia attestati su di un impressionante abbassamento lessicale. Si evita, insomma, tutto ciò che può sembrare altisonante, trionfale, vecchio, barocco, e perché no, anche tridentino e preconciliare. Un bel colpo di spugna a tutti gli aggettivi e alle caratterizzazioni che per una buona ventina di secoli hanno costellato l’eloquio di chi parlava di Dio e dei suoi santi. Sarò un glotto-complottista, che vede correlazioni laddove non ci sono, ma ho la radicata sensazione che a questa voluta e insistita sprezzatura linguistica corrisponda un enorme vuoto o, per lo meno, una certa cavernosità concettuale in cui i buchi e i vuoti la fanno da padroni. L’autore di questo blog ha già parlato di un argomento simile, trattando del “bel nulla” che si nasconde dietro a molte espressioni della nostra epoca. Vi propongo qui di seguito un piccolo viaggio linguistico nel cattolicesimo ruspante della nostra Chiesa italiana, per esplicitare meglio il mio pensiero. Il viaggio prenderà la forma di una lista di ben quattro parole, presentate in ordine sparso (vuoi vedere che anch’io, in fin dei conti, sono per la fantasia al potere di sessantottina memoria?)

Maria, ovvero Call me just Mary

Come non partire da Lei? Ebbene, la Madre di Dio ultimamente è semplicemente Maria. E non solo per gli amici, ma proprio per tutti. Già ridotta a simpatica casalinga da certa riflessione teologica (se a tale pensiero si può dare questa qualifica!), siamo ormai abituati a sentirne parlare come di una donna feriale. L’amica, magari materna, della porta accanto, pronta a dare una buona parola o un affabile buffetto. Il deprecato e più volte criticato minimalismo mariano, è il caso dirlo, Le ha tolto la corona, relegandoLa al rango di confidente dei nostri cuoricini con la bua. Cosa resta della nemica invincibile di tutte le eresie e della Regina delle vittorie? Non sia mai che La si chiami ordinariamente la Vergine, l’Immacolata, la Tuttasanta: termini che sanno di muffa. Per non parlare di tutti gli altri aggettivi che farebbero da degno corredo ai titoli più sublimi della Madre del Verbo: benedetta, santissima, purissima, gloriosa, sempre vergine ecc. Chi ha mai sentito predicare da un pulpito (ah no, da un ambone), che so, sull’Immacolata Madre di Dio e sempre vergine Maria? Dimenticavo, le prediche devono essere corte, sennò poi la gente non viene più alla messa del prete invasato, e otto parole sono davvero intollerabili. E vogliamo parlare dell’unico termine per il quale sia stato convocato un concilio ecumenico (Efeso, anno 431), ovvero Madre di Dio? A volte l’ho sentito, è vero, e mi ha colpito molto: suonava esotico sulle labbra del sacerdote. Sono il primo ad ammettere che altre tradizioni cristiane si siano lasciate prendere un po’ la mano quanto ad aggettivi mariani, basti pensare alla tradizione bizantina, che canta la Vergine come la tutta-incensurabile, la sovrabenedetta, la più splendente dei raggi del sole eccetera. Ma non sarà che questo linguaggio ha aiutato certi popoli a mantenere un senso di decoro e di santo timore di fronte alle realtà celesti? Due cose ci restano in casa cattolica, non si sa ancora per quanto: il termine Madonna, dal significato profondamente ieratico (benché spesso usato come esclamazione in maniera più o meno irriverente), e le Litanie Lauretane. Pare che queste ultime siano destinare a durare, se non altro perché esistono in troppe lingue diverse perché possano essere livellate in maniera uniforme. C’è da sperare solo che lo zelo e la fantasia dei parroci non le arricchiscano di titoli grotteschi (cose in realtà già sentite, ma sorvoliamo).

Messa, ovvero la scampagnata al suono di Osanna-e.

Bellissima parola dall’etimologia dibattuta, breve e pregna di significato. Qualcuno ha detto che Parigi ne val bene una. A volte la si chiama ancora la Santa Messa, il che è molto consolante. Bene, tutto ciò che possa far pensare al significato vero e profondo della Santa Messa (per capirci, il significato che ci indicano venti lunghi secoli di tradizione e di magistero) è accuratamente sparito dall’orizzonte linguistico. Il termine Santo Sacrificio risulta incomprensibile ai bambini del catechismo, che vengono invitati ad andare alla (Santa) Messa “per stare insieme ed essere amici di Gesù”, e suscita occhiate in tralice da parte degli adulti (i famosi cattolici adulti!) che non vedono perché una scampagnata a suon di schitarrate dovrebbe essere designata con un termine tanto cruento. Se poi si specifica “Santo Sacrificio dell’Altare” il gioco è fatto: la maggior parte dei parrocchiani penseranno che apparteniate ad un’altra religione e pertanto… non cercheranno di convertirvi per non fare proselitismo.

Gesù Cristo, ovvero Gesù del mio cuoricino.

D’accordo, il Numero Uno avrei dovuto metterLo all’inizio, ma oggi facciamo i ribelli. Il Signore dirà so ragazzi e finirà tutto a tarallucci e vino, come sempre. Il sottotitolo “Gesù del mio cuoricino” è un omaggio ad un vicario parrocchiale particolarmente illuminato (e forse amante degli orpelli, come il sottoscritto), che una volta invitò le catechiste della parrocchia e non presentare ai bambini il Signore semplicemente come la panacea esistenziale e melensa che va tanto di moda, appunto l’amico del nostro cuoricino. Ma torniamo a noi. Gesù è solo Gesù. E cosa vi aspettavate? Non è forse il nostro amico del cuore? E chi si rivolge al proprio migliore amico usando altro che il suo nome? Siamo fortunati che ancora non si parli di Gesù Cristo utilizzando un nickname da rapper di periferia, ma forse ci arriveremo. Ah, Cristo. Beh, diciamo cordialmente spazzato via. Avete mai sentito un prete nella media (ancora una volta, esistono eccezioni) che parli del biondo nazareno chiamandolo Cristo? A me forse è successo tre volte in tutto. No via, quattro. Anch’Egli (sì, usiamolo questo pronome!), come la Sua Santissima Madre, è stato retrocesso a uomo della strada. Gesù è già più che sufficiente. Attendiamo quindi con ansia una riedizione del Nuovo Testamento in cui, ogni volta che l’Apostolo usa espressioni oggi considerate semi-farneticanti come Nostro Signore Gesù Cristo, si scriva solo Gesù e si faccia una nota a piè di pagina per spiegare che san Paolo si lasciava prendere un po’ la mano, ma che oggi dobbiamo evitarlo perché lo spirito dei tempi è cambiato, e noi con lui.

Spirito Santo, ovvero lo spirito (minuscolo, please)

Alla terza persona della Santissima Trinità non è andata meglio. Una volta se la cavava egregiamente con un bel Paraclito piazzato alla fine, che con il suo suono, opaco ai più, dava questo senso di curiosità mista a mistero. Ebbene, com’è noto, il Paraclito è l’Avvocato e il Consolatore. E sia chiaro, qui non sto polemizzando contro quell’adorabile vecchia signora, “capa” indiscussa della recita del Rosario nel mio quartiere, che pensava che Paraclito si riferisse al fatto che “il Signore era infermo (leggi: paralitico)”. Quella vecchina, che ignorava totalmente il senso della parola, era un esempio di pietà e devozione di cui oggi sembra essere stato smarrito lo stampo. E per la cronaca, pur senza capirlo, il temine Paraclito lo usava eccome, alla fine di ogni Rosario (nelle cosiddette Acclamazioni eucaristiche). Ma oggi Paraclito spopola solo sulle labbra di teologi à la page, che adorano usare tutto un corollario di termini pseudo-misterici come comunionalità, profezia, polis e compagnia, scrivendo però volentieri spirito con la minuscola… misteri tipografici. Facciamo solo notare, per dovere di cronaca, che i mitici ortodossi, nel loro linguaggio stucchevolmente folkloristico, ma geniale, hanno una bella teoria di aggettivi per lo Spirito Santo, cose del tipo santissimo, buono e vivificante, tuttosanto ecc.

E ora qualche parola a mo’ di conclusione. Il tono è stato volutamente ironico, per non annoiare chi ha preso dieci minuti per leggere queste farneticazioni. Però le res, gli argomenti, sono molto seri. A chi vi dice che la forma è secondaria, ricordategli che nel IV secolo ci fu chi accettò l’esilio (in un periodo in cui si andava in esilio a piedi, non in aereo o in freccia rossa) solo per aver difeso una parolina come homoousios (“consustanziale”, “della stessa sostanza”) contro chi questa parolina non la voleva. Ricordate a costui, ancora, che nel VII secolo un tale chiamato Massimo il Confessore († 662) ebbe la lingua e la mano destra tagliate, per non aver accettato una formula cristologica che conteneva due paroline di troppo (thelēma monon, “una sola volontà”, in riferimento al monotelismo, tema caldo della teologia dell’epoca). La lista potrebbe continuare. Che cosa voleva essere, dunque, questo articolo? Un appello alla resistenza. Resistetiamo allo squallore e alla sciatteria di chi impone, in nome di semplicità e povertà, la spoliazione di tutto ciò che è bello, buono e, tremano le mani a scriverlo, vero. Perché ex abundantia cordis os loquitur.

Pietro D’Agostino

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