“L’esercizio dell’obbedienza non può essere acritico” / Risposta di monsignor Viganò a Vicente Montesinos

“Eccellenza, prima di tutto mi permetta di salutarla con molto affetto e di trasmetterle l’enorme quantità di preghiere che le decine di migliaia di anime che già fanno parte, grazie a Dio, dell’apostolato di Adoración y Liberación, in tutti gli angoli del pianeta, svolgono ogni giorno per  lei, per la sua missione e per il tuo lavoro trascendentale nel momento in cui vivono la Chiesa e il mondo”.

Si apre così la lettera che Vicente Montesinos, direttore del sito Adoración y Liberación, ha indirizzato all’arcivescovo Carlo Maria Viganò affrontando il tema dell’obbedienza. Una lettera che qui si può leggere integralmente e alla quale monsignor Viganò risponde con lo scritto che oggi vi propongo.

Scrive Montesinos: “Il cattolico deve stare con il papa, sì, ma finché il papa è con Cristo”. San Paolo dice: “Ma se anche noi stessi, oppure un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anàtema! L’abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anàtema! Infatti, è forse il consenso degli uomini che cerco, oppure quello di Dio? O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!” (Gal 1, 8-10). E sant’Atanasio avverte: “Loro avranno i templi, ma noi abbiamo la fede”. “La verità – commenta Montesinos – è senza tempo, la verità è Cristo”. E nessuno può cambiarne una sola virgola, nemmeno il papa.

Una questione, quella dell’obbedienza, che resta al centro del dibattito fra tanti cattolici e per molti è fonte di lacerazioni.

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Risposta di monsignor Viganò a Vicente Montesinos

Carissimo dottor Montesinos, ho letto con grande attenzione e partecipazione ai vostri sentimenti, la lettera aperta che Ella ha voluto indirizzarmi, pubblicata su Stilum curiae. Vorrà scusare il ritardo della mia risposta.

Alcune delle domande che mi pone hanno in sé la propria risposta, ma è bene ribadire che «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29). Ma proprio perché bisogna obbedire a Dio, non dobbiamo nemmeno cercare negli uomini quella speranza di salvezza che viene solo dal Signore: «È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo» (Sal 117, 8). Riconosco la vostra buonafede e il vostro zelo ardente, nel desiderio di essere guidati da Pastori fedeli, ma sentirmi chiamato «vicario del Vicario» mi mette in un certo imbarazzo. Il fatto di ribadire quello che la Chiesa ha sempre insegnato, denunciando la deriva attuale, non è un motivo sufficiente perché mi si attribuisca un’autorità che non ho e che non posso avere.

Ciò non significa che l’esercizio dell’obbedienza debba essere acritico. La ragione per prima ci permette di comprendere se un ordine impartito dall’Autorità legittima è coerente con il fine al quale essa è ordinata, e questo vale in particolar modo per le questioni concernenti la Fede. In altri casi – come ad esempio l’obbedienza dovuta dai monaci al loro Abate – anche il piantar rape capovolte può esser strumento di santificazione; ma qui siamo nel campo della perfezione cristiana, dell’ascesi.

Ogni nostra azione ci pone dinanzi ad una scelta e comporta delle conseguenze: essa ci permette di meritare dinanzi a Dio, di esercitare il nostro libero arbitrio nell’aderire al bene o al male, nel lasciarci conquistare dalla Grazia o nel cedere alla tentazione. L’obbedienza non fa eccezione: anche nello scegliere se obbedire o no ci troviamo messi alla prova, posti davanti a un bivio. Il cristiano posto davanti all’alternativa di bruciare incenso all’idolo o affrontare il martirio, non disobbedisce all’autorità dell’Imperatore, ma obbedisce all’autorità superiore di Dio. Il sacerdote al quale il magistrato intima di violare il sigillo della Confessione, disobbedendo all’ordine illegittimo obbedisce al comando di Dio. Il fedele che si rifiuta di ricevere la Comunione in mano non disobbedisce al Superiore ecclesiastico, perché quell’ordine è un abuso sacrilego.

Ma questa nostra disobbedienza – che tale non è, poiché riafferma l’obbedienza ad un ordine superiore, violato abusivamente da chi è costituito in autorità – non ci autorizza a creare un ordine parallelo, un’utopia in cui il gregge si dà un pastore e si costruisce un ovile: questo rappresenterebbe un’usurpazione dell’autorità di Dio. A ben vedere, è proprio quello che hanno cercato di fare tutti gli eresiarchi, che nella vera Chiesa additavano la meretrice di Babilonia solo per avere un alibi che consentisse loro di farne una grottesca imitazione amputata nei Sacramenti, nella Sacra Scrittura, nella Dottrina, nella Morale e nella Liturgia. E nella Gerarchia.

Ultimi di questa lunga serie di autoproclamatisi liberatori dal giogo romano, i Modernisti e i loro epigoni. Essi hanno escogitato uno stratagemma ancora più subdolo, pretendendo di oscurare la Sposa di Cristo, col sovrapporle un’entità spuria che ne rivendicasse il nome, abiurandone però la Fede. Non un’altra chiesa, ma una sorta di monstrum che con la vera Chiesa condividesse quasi l’intera Gerarchia e potesse così ingannare Clero e fedeli. Così l’obbedienza ai Sacri Pastori si trova oggi a scontrarsi, sovente nella stessa persona, con la doverosa disobbedienza ai mercenari. L’essere questi nominalmente riconosciuti come cattolici non impedisce loro di espellere dal sacro recinto i cattolici veri, accusandoli di scisma. Questa situazione di bipolarismo implica per chi rimane fedele al depositum fidei l’ossequio ad un’autorità sacra cui tuttavia occorre resistere con la disobbedienza, quando essa è esercitata per scopi che contrastano con il fine per cui essa è stata istituita da Nostro Signore.

Come ho già scritto più volte, una rivoluzione in senso tradizionale non è e non potrà mai essere la risposta alla rivoluzione conciliare. Al contrario, è nell’obbedienza vera, gerarchicamente ordinata, che si trova l’arma invincibile contro la ribellione, anche quando essa è compiuta dai Superiori. È nella vera umiltà che si combatte, da un lato, la superbia dell’eretico o del fornicatore e, dall’altra, il servilismo del pusillanime o del cortigiano. È nell’amorevole fedeltà alla Verità di Cristo che si vince il dogmatismo fanatico degli eretici. È nella pratica della virtù e nella vita della Grazia che si estirpa la radice del vizio e del peccato che denunciamo in certi Prelati, ma dal quale non possiamo dirci infallibilmente esenti, non fosse che per la nostra connaturale inclinazione al male ereditata da Adamo. «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10, 12).

È vero: la Chiesa sta attraversando una crisi tremenda, iniziata prima del Concilio e oggi giunta ad un punto che pare umanamente irreversibile. È vero: abbiamo udito parole e visto azioni, anche dal più alto Soglio, che destano scandalo nei fedeli e sono in palese contraddizione con il Magistero dei Romani Pontefici. È vero: la maggioranza dei fedeli e dei chierici è plasmata all’errore dottrinale e morale, mentre chi rimane saldo nella Fede è accusato di essere nemico della Chiesa e del Papa. Se così non fosse, non vi sarebbe una crisi. Ma se la Provvidenza ci ha voluto oggi mettere alla prova – punire per decenni di traviamenti dottrinali e morali – dandoci come padre un Noè ebbro (Gn 9, 20-27), è purtuttavia nostro dovere coprire le sue nudità con pietà filiale, senza però negare l’ebbrezza del vegliardo discinto. Egli, una volta ritrovata la sobrietà, benedirà quanti hanno deposto il mantello della Verità e della Carità sulle sue vergogne.

Chi ha la grazia di non essere traviato nella Fede o nella Morale non deve inorgoglirsi per un presunto stato di purezza, ma rendersi conto della grandissima responsabilità che egli ha dinanzi a Dio, alla Chiesa e ai fratelli. Questo vale per i semplici fedeli e massimamente per i Pastori. Anzitutto, l’obbedienza all’insegnamento di Cristo non è un merito, ma un dovere di ciascuno di noi. In secondo luogo, il nostro aderire a quello che ci è stato insegnato dal divin Maestro per il tramite di Santa Madre Chiesa non ci pone in una condizione di privilegio umano, poiché «a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 32, 48). Il timor di Dio ci faccia comprendere quanto sia importante che quello che noi crediamo e professiamo con la bocca, sia creduto dal cuore, e quel che crediamo con il cuore sia compreso dall’intelletto.

Caro Vicente, se, come afferma, «noi siamo dove siamo sempre stati, e non ci siamo mossi: siamo con la Sacra Scrittura, la buona dottrina, la santa Tradizione e il Magistero di duemila anni», abbiamo nondimeno il dovere di implorare dal Cielo la conversione di quanti il mondo, la carne o il diavolo hanno sedotto. Non conosciamo le vicissitudini della loro vita e gli abissi insondabili della loro anima. Ricordiamoci anzi che molti di noi, solo qualche anno fa, non eravamo ancora consapevoli dell’inganno perpetrato ai danni del popolo santo di Dio. Il nostro accecamento di allora e la mancata comprensione dell’apostasia strisciante non sono molto dissimili dalla situazione in cui si trovano ancora oggi molte anime, specialmente tra i semplici. Il Sacramento della Confessione – al quale ricorrono il sacerdote e il laico, il fanciullo e l’anziano, il ricco e il povero – ci ricorda la nostra natura corrotta e la necessità di riporre la nostra totale fiducia in Dio, datore di tutte le Grazie. «Senza di Me non potete fare nulla», ha detto Nostro Signore (Gv 15, 8).

Dobbiamo parimenti considerare la nostra appartenenza al Corpo Mistico come la prova dell’infinita Misericordia di Dio, che con divina magnificenza ha accolto al banchetto «buoni e cattivi» (Mt 22, 10), degnandosi di offrire loro anche la veste nuziale, ossia la giustificazione per mezzo del Battesimo. Dinanzi a questo dono regale, la nostra umiltà risiede nell’accettare di indossare la veste preziosa della Grazia, che cancella le nostre miserie e ci rende degni di sedere alla tavola del Re. Pretendere di partecipare al banchetto con i nostri stracci non sarebbe umiltà, ma presunzione; credere che quella veste ci sia dovuta, ci renderebbe degni delle tenebre esteriori. Vediamo piuttosto di essere come servi del Re, inviati ai crocicchi a chiamare al banchetto «poveri, storpi, ciechi e zoppi» (Lc 14, 21).

Comprensibilmente, oltre alla consapevolezza di quanto avviene e all’analisi delle cause, occorre anche individuare un’azione concreta. Alla domanda «Cosa dobbiamo fare?» che sacerdoti e laici mi pongono e si pongono, io rispondo con una similitudine.

Quando il sacerdote è all’altare, egli è rivolto a Dio e intercede per il popolo santo. Vi sono giorni in cui pochi fedeli si uniscono al Santo Sacrificio, altri in cui la chiesa è gremita; giorni in cui lo strepito della strada e il rumore del traffico echeggiano nella navata, altri in cui il silenzio sacro e il raccoglimento sono accompagnati solo dal canto dei passeri o dai rintocchi di una campana; giorni in cui il celebrante ascende l’altare con la serenità e la gioia nel cuore, altri in cui l’anima è oppressa dal dolore e dallo sconforto. Ma egli è lì: in piedi, sempre rivolto alla Croce, sempre fedele al mandato di rinnovare il Sacrificio di Cristo per impetrare alla divina Maestà grazie e benedizioni per la Chiesa, per adorare la Santissima Trinità, per espiare i peccati degli uomini. Questo dev’essere il nostro atteggiamento dinanzi alla crisi: rimanere dove dobbiamo essere, come quel sacerdote rivestito dei paramenti sacri. Non dobbiamo scendere quei gradini così come Cristo non è sceso dalla Croce, né cercare altrove quella salvezza che ci viene solo dall’altare, dalla Vittima immacolata, dalla Croce di Cristo. Dobbiamo fare quello che «semper, ubique, et ab omnibus» è stato fatto per duemila anni: immolarci con Fede e Carità, con umiltà e costanza, con timor di Dio e zelo per le anime. Passeranno i Papi e i Principi della Chiesa, passeranno i potenti della terra e la scena di questo mondo: ma la Messa e il Sacerdozio rimarranno fino al giorno del Giudizio.

Scrive Peter Kwasniewski: «La nostra opera di santificazione, voluta per noi da Dio nella sua eterna Provvidenza, consiste nel rimanere fedeli alla Tradizione e alla preghiera, qualunque cosa accada; aspettare il nostro tempo, mantenere la nostra salute mentale, restare saldi e aspettare il Signore. È ancora e sempre in mezzo a noi, non lontano in pascoli utopici» (qui).

Voglia il Cielo che, se oggi volgendosi per il Dominus vobiscum, il sacerdote scorge pochi fedeli inginocchiati, domani egli veda raccolti intorno all’altare tutti coloro che la Grazia di Dio si sarà degnata di toccare. Non ci è chiesto altro, come Ministri di Dio e come semplici fedeli: rimanere saldi, resistere forti nella Fede (1Pt 5, 9), pregando Nostro Signore e la Sua Santissima Madre che abbrevino questi tempi di prova che umanamente sembrano destinati a perdurare in eterno. Verrà il giorno in cui la nostra fermezza, radicata «in Colui che mi dà forza» (Fil 4, 13), sarà benedetta da quanti oggi ci deridono e ci disprezzano. Verrà il giorno in cui essi ringrazieranno Dio per l’apparente disobbedienza di chi, nella latitanza dell’Autorità, è rimasto fedele.

Rispondo alla sua ultima domanda citando san Paolo: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1, 12-13). Non guardiamo a chi annuncia la Parola di Dio, ma cerchiamo piuttosto di conformarci alla volontà di Nostro Signore, per essere di esempio e di edificazione per i nostri fratelli. «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).

A lei, caro Vicente, e a tutti i sodali di Adoración y Liberación, di cuore mando la mia Benedizione.

+ Carlo Maria Viganò, arcivescovo

13 ottobre 2020

Anniversario dell’ultima apparizione di Fatima

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