Note a margine all’affaire don Leonesi

Cari amici di Duc in altum, vi propongo un contributo che mi è stato inviato da Luca Del Pozzo. Riguarda la vicenda di don Andrea Leonesi, vicario della diocesi di Macerata. Certamente il commento di Del Pozzo solleverà obiezioni. Da parte mia sottolineo che non si tratta di stilare una classifica tra crimini, ma di riflettere su una mentalità, ormai  predominante, che trasforma in diritto ciò che è violenza estrema contro l’essere più innocente e indifeso.

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Nei giorni scorsi alcune frasi pronunciate durante un’omelia dal vicario della diocesi di Macerata, don Andrea Leonesi, hanno scatenato un vespaio di polemiche che in poco tempo ha travalicato i confini del capoluogo marchigiano per finire sulle cronache nazionali. Polemiche i cui strascichi a distanza di oltre una settimana non accennano a placarsi e che anzi registrano ogni giorno nuove prese di posizione, nella maggior parte dei casi fortemente critiche nei confronti di don Leonesi. Ma andiamo con ordine. Il 27 ottobre scorso don Leonesi celebra una Messa con i ragazzi della Fuci nella chiesa dell’Immacolata. Durante l’omelia si sofferma sulla recente sentenza della Corte costituzionale polacca che ha dichiarato incostituzionale l’aborto eugenetico, ossia l’aborto praticato in presenza di malattie o malformazioni del feto. Ed ecco il passaggio “incriminato” che ha scatenato il putiferio: “Perché fratelli, scusate, possiamo dire tutto, ma l’aborto è il più grande degli scempi. È più grave un aborto o un atto di pedofilia? Con questo non voglio dire che l’atto di pedofilia non sia niente, è una cosa gravissima. Ma cosa è più grave?”. Una frase volutamente provocatoria, il cui scopo non era sminuire la gravità della pedofilia né tantomeno impancarsi a improbabile difensore d’ufficio della classe sacerdotale, spesso e volentieri nell’occhio del ciclone a causa della pedofilia (poi è tutto da vedere se a ragione o a torto, ma questo è un altro paio di maniche), quanto quello – come ha sottolineato il vescovo di Macerata, monsignor Marconi, che prontamente ha preso le difese del suo vicario – di “mettere in guardia da una mentalità oggi imperante che ci fa guardare giustamente al dramma della pedofilia come a una battaglia che tutti ci deve vedere coinvolti, ma non ci mobilita allo stesso modo per garantire a ogni donna il diritto a non abortire. Se l’aborto è l’unica scelta concretamente lasciata anche a una sola donna, perché tutta la società non ha fatto di tutto e di più per aiutarla, questa non è civiltà, ma barbarie”. Un ragionamento che non fa una piega, ma che soprattutto, ripetiamo, era facilmente comprensibile se solo si fosse avuta l’accortezza di inquadrare quelle frasi nel contesto loro proprio che era, appunto, un’omelia (per info citofonare Fuci Macerata).

Invece no. Tanto è bastato a far sì che don Leonesi venisse letteralmente investito da uno tsunami di critiche, in alcuni casi anche con toni decisamente sopra le righe (per tacere degli immancabili vampiri da tastiera, sempre in cerca di una giugulare da azzannare). Ma non è tanto questo il punto (o non solo questo). Più interessante è che tutti coloro che si sono stracciati le vesti inorriditi al grido “l’aborto è un diritto, la pedofilia un crimine” – con ciò evidentemente pensando di avere buon gioco nell’evidenziare la gravità dell’accaduto – in realtà non hanno fatto altro che confermare che don Leonesi aveva ragioni da vendere, e che l’affermazione per cui è stato messo alla gogna non era né impropria né inopportuna.

È vero, l’aborto viene rivendicato come un diritto; peccato che ci si dimentichi di dire che a causa di tale “diritto” ogni anno in tutto il mondo mancano all’appello cinquanta milioni di esseri umani, e che solo in Italia dall’entrata in vigore della legge 194/78 a oggi ci sono stati oltre sei milioni di aborti, di fatto un genocidio legalizzato. Motivo per cui andrebbe meglio specificato che se proprio di diritto si vuole parlare, si tratta né più né meno che del diritto di uccidere un essere umano, per di più innocente. Oltretutto, a quanti sogliono condividere la stravagante tesi secondo cui il feto sarebbe un “grumo di materia inerte”, ci preme ricordare che sono le stesse legislazioni abortiste a dire che si tratta di un essere umano, compresa la succitata legge 194/78 che all’art. 1 asserisce che lo Stato tutela la vita umana “fin dal suo inizio”. O ci siamo persi qualcosa? Non solo. Come ha magistralmente evidenziato Michel Schooyans nel suo Aborto e politica – testo fondamentale per chiunque voglia approfondire il nesso tra i vari programmi internazionali di controllo demografico e la promozione di politiche abortiste, e che influenzò a tal punto l’allora pontefice Karol Wojtyła da spingerlo a pubblicare la straordinaria enciclica Evangelium vitae – “È proprio perché il bambino concepito è un essere umano che non si vuole che nasca. Si sa bene che l’essere che si annuncia sarà quanto prima un fanciullo e in seguito un adolescente e un adulto. Ed è perché egli è destinato ad essere un fanciullo, un adolescente, un adulto che lo si sopprime”. È esattamente questo l’aspetto che rende l’aborto di gran lunga peggiore della pedofilia: il fatto cioè che mentre la pedofilia è sì un crimine odioso ma ultimamente riconducibile alla perversione morale di chi lo commette, nel caso dell’aborto si è arrivati a teorizzare, elevandola addirittura a “diritto”, la possibilità di uccidere un essere umano. Tra l’altro, anche a voler trascurare il non banale dettaglio che la pedofilia, numeri alla mano, resta un fenomeno assolutamente marginale tra le fila del clero (non altrettanto può dirsi di altri ambienti) e il più delle volte beceramente strumentalizzato, la gran parte delle critiche che hanno colpito don Leonesi era contraddistinta da un pungente odore di tappo laddove il brodo di coltura da cui provengono è lo stesso della “mitica” rivoluzione sessuale di sessantottarda memoria che, com’è noto, tra le altre cose puntava proprio alla “normalizzazione” della pedofilia, obiettivo questo tuttora perseguito da ben precisi ambienti (leggere per credere Unisex, documentatissimo e agghiacciante saggio scritto a quattro mani da Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, in particolare il capitolo 9 su Ideologia gender e pedofilia). Sicché risulta decisamente irricevibile il moralismo a corrente alternata di quegli ambienti che magari sottovoce considerano la pedofilia un orientamento sessuale come gli altri, salvo poi inarcare il sopracciglio e puntare il ditino quando questo orrendo peccato riguarda qualche uomo di chiesa. Tanto più saggio e opportuno è stato invece il bel gesto del vescovo Marconi con le parole spese a difesa di don Leonesi, come si addice a un vero pastore che non scappa davanti ai lupi. Rimarcando ciò che fin dall’inizio era evidente a tutti, tranne evidentemente ai severi custodi del pensiero unico che non perdono occasione per alimentare polemiche sterili e pretestuose, e cioè che le frasi di don Leonesi miravano a denunciare la mentalità imperante, quasi a voler sferzare le coscienze di fronte a un mondo che giustamente inorridisce quando un bambino viene abusato, ma che allo stesso tempo non fa nulla “per garantire a ogni donna il diritto a non abortire”, come ha sottolineato monsignor Marconi, e si volta indifferente dall’altra parte quando un bambino solo un po’ più piccolo viene ucciso prima ancora di nascere. Salvo poi, di fronte all’ennesima statistica che implacabilmente fotografa il declino demografico del Paese, mettere su il solito disco rotto che se si fanno sempre meno figli è perché non bastano i quattrini, il lavoro è precario e il Paese è indietro con le politiche per conciliare lavoro e maternità. Intendiamoci, tutti fattori sicuramente importanti, per carità; solo che qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai la generazione uscita dalla Seconda guerra mondiale, che non stava certo meglio dei giovani di oggi, si sposava lo stesso e di figli ne faceva, eccome. Sarà mica che nel frattempo a furia di reclamare diritti siamo diventati tutti un pelo egocentrici? Non a caso oggi gli esperti parlano di “cultura del free child”, quale fenomeno che caratterizza le nostre società, a sottolineare che c’è un problema, appunto, culturale dietro il calo demografico oltre e prima di tutto il resto. Se a questo si aggiunge la scarsa lungimiranza di certi settori ecclesiali forse più attenti alla salvezza dell’economia che all’economia della salvezza, ecco che c’è poco da stupirsi se sempre meno bambini faranno oh! (per la cronaca parliamo degli stessi settori che neanche tanto tempo fa auspicavano l’approvazione della legge sullo ius soli, che tra le altre cose – lo disse non ricordo più quale prelato –  “sarebbe stata anche una risposta alla denatalità”; che è un po’ come se, cambiando orizzonte, di fronte al crollo delle vocazioni anziché investire su una rinnovata pastorale famigliare, posto che è lì che nascono, la Chiesa pensasse di risolvere il problema ordinando preti uomini sposati o aprendo il sacerdozio alle donne).

Da qualsiasi angolatura la si veda, la legalizzazione dell’aborto non solo non è stata una “conquista di civiltà”, come vuole la grancassa mainstream, ma all’apposto ha rappresentato un regresso e un imbarbarimento della società, nella misura in cui misconosce il diritto alla vita e sancisce il diritto del più forte sul più debole. Anche per questo è ancor più apprezzabile la sentenza della Corte costituzionale polacca, da cui prendeva le mosse l’omelia di don Leonesi. E ci piace pensare che non sia stato casuale che la Corte abbia deliberato proprio il 22 ottobre, giorno in cui ricorre la memoria di san Giovanni Paolo II che tanto si è battuto per la vita (e per le donne). Resta lo sconcerto per l’ennesimo episodio di “mostrificazione” mediatica di cui stavolta è stato fatto oggetto un sacerdote, colpevole solo di aver detto una verità di sesquipedale evidenza. Non osiamo immaginare cosa sarebbe successo se don Leonesi avesse detto una menzogna.

Luca Del Pozzo

 

 

 

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