Roma chiama, Costantinopoli risponde. L’inquietante dialogo per la Nuova Religione Mondiale

Cari amici di Duc in altum, riprendo dal sito Ricognizioni questo contributo tutto da leggere, a partire dalla premessa di Alessandro Gnocchi.

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Tra il 19 e il 22 ottobre, Roma è stata l’epicentro di un’ulteriore scossa tellurica che ha investito quel poco di cristiano rimasto faticosamente ancora in piedi in Occidente. Una scossa dolce, da non far impazzire i sismografi, ma inesorabile e senza appello come il sussulto dello sciame sismico che deve solo fare opera di pulizia. Pochi l’hanno notato, ma la Comunità di sant’Egidio ha celebrato l’ottobrata romana organizzando l’ennesimo Incontro di preghiera per la pace, intitolato questa volta “Nessuno si salva da solo. Pace e Fraternità”. Cast all star: il sovrano assoluto dello Stato della Città del Vaticano Jorge Mario Bergoglio, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, il rabbino capo di Francia Haїm Korsia e il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I.

Il capo del Fanar (Bartolomeo) e quello del Vaticano (Bergoglio) hanno colto l’occasione per l’ennesimo amichevole incontro che dovrebbe inquietare tanto gli ortodossi quanto i cattolici romani. Non perché l’uno e l’altro si siano messi a discutere di teologia o di ecclesiologia, ma perché non lo hanno fatto. Se Roma cerca interlocutori in Oriente, lo fa dove sa di non trovare chi la metta in difficoltà sul primato petrino o sulla teologia trinitaria. E Costantinopoli, questa Costantinopoli invaghita di un fantasioso e simmetrico primato fanariota, ben volentieri si occupa di altro, dall’ecologia alla politica filoamericana.

Ma l’ortodossia è ben altro rispetto al rosolio distillato nei libretti di Bartolomeo che occhieggiano dai banchi delle migliori librerie cattoliche e dalle biblioteche di parrocchie e conventi. Tant’è vero che questa Roma si limita a rapporti formali con quei patriarcati che invece, prima di cinguettare di fratellanza, vogliono sapere chi si porterebbero in casa con certe parentele. Roma preferisce correre in compagnia di credenti, diversamente credenti e non credenti che aspirano alla definitiva costruzione di una nuova religione in cui ci sarà posto per tutti tranne per Nostro Signore. Le giornate romane organizzate da Sant’Egidio sono l’inquietante manifestarsi di questo disegno, ma l’hanno notato in pochi. L’interpretazione più lucida mi pare quella di Konstantin Shemljuk pubblicata dal sito dell’Unione dei giornalisti ortodossi e tradotta dal sito della Parrocchia ortodossa di San Massimo a Torino (Patriarcato di Mosca), che riportiamo integralmente.

Alessandro Gnocchi

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Dal 19 al 22 ottobre 2020, durante la visita del capo del Fanar a Roma, sono state fatte dichiarazioni che indicano che stiamo vivendo nell’era della creazione di una nuova religione.

Il 19 ottobre 2020, il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli si è recato a Roma per prendere parte a una serie di eventi organizzati dalla Chiesa cattolica romana.

Subito dopo il suo arrivo, il capo del Fanar ha partecipato a un servizio di preghiera ecumenica (è stato lui a ricevere l’onore di iniziarlo e finirlo) presso la Basilica cattolica romana di Santa Maria in Trastevere.

Il 20 ottobre 2020, presso la basilica di Santa Maria in Aracoeli, situata in cima al Campidoglio a Roma, si è svolta una preghiera ecumenica per la pace, e la sera del 21 ottobre il patriarca Bartolomeo è diventato dottore onorario del Pontificio Ateneo Antonianum.

Il giorno successivo, 22 ottobre, si è svolto nella Città del Vaticano un incontro tra papa Francesco e il capo del Fanar che, secondo le informazioni disponibili, è durato cinquanta minuti. Il patriarca ha detto che un discorso così lungo è dovuto al fatto che “i due fratelli hanno molto da dirsi e da condividere”. È interessante che proprio all’inizio del colloquio con il pontefice romano il patriarca ecumenico abbia indicato con soddisfazione la foto che papa Francesco ha sulla sua scrivania. Si tratta di una fotografia di loro due che, secondo il sito ufficiale del Patriarcato di Costantinopoli, “il papa ha collocato dove tiene gli incontri con le figure più alte”. Notevoli anche i doni scambiati tra le parti. In particolare, il patriarca Bartolomeo ha donato al papa un’icona di santa Marta di Betania, realizzata dai monaci del Monte Athos, e papa Francesco ha donato al capo del Fanar una placca raffigurante i santi apostoli Pietro e Andrea che si abbracciano.

Il simbolismo di questi due doni è abbastanza chiaro. Santa Marta di Betania, la sorella di san Lazzaro, è nota per il fatto che durante la visita di Cristo a casa loro si prese cura del cibo del Signore e gli chiese di dire a sua sorella Maria di aiutarla. Al che Cristo rispose: “Marta, tu ti preoccupi e ti affanni per molte cose. Ma una sola cosa è necessaria. Maria (che ascoltava con attenzione il Salvatore, invece di occuparsi della tavola, ndr) ha scelto la parte buona, che non le sarà tolta”. Così, donando l’icona di santa Marta al papa di Roma, il patriarca Bartolomeo sembrava accennare al suo servizio sociale e, allo stesso tempo, alla preparazione di un pasto comune per tutti coloro che desiderano incontrare Cristo. Ovviamente, il capo del Fanar vede, prima di tutto, ortodossi e cattolici come partecipanti a questo pasto.

A questa futura comunità allude anche l’immagine degli apostoli che si abbracciano, che il papa ha presentato al patriarca Bartolomeo. Dopotutto, tutti ricordano perfettamente che l’apostolo Pietro è considerato il santo patrono della sede degli arcivescovi romani e l’apostolo Andrea, rispettivamente degli arcivescovi di Costantinopoli. Inoltre, lo scorso anno, papa Francesco ha fatto un altro gesto che, secondo l’arcivescovo fanariota Job (Getcha), dovrebbe essere preso come un’indicazione profetica dell’unità di Roma e Costantinopoli: ha presentato al Fanar le reliquie dell’apostolo Andrea.

Pertanto, il contesto e il significato simbolico di questi doni è chiaro: sottolineare che il movimento verso la comunione dei cristiani cattolici e ortodossi continua e si intensifica.

Tuttavia, è possibile che in futuro Istanbul e Roma consentiranno di partecipare alla loro unione a rappresentanti di altri movimenti religiosi. Certo, ora sembra una fantasia completa. Ma ricordiamo che non molto tempo fa la dea pagana Pachamama è stata “catechizzata” in Vaticano, e la massima dirigenza della Chiesa cattolica romana non solo mantiene contatti con l’islam, ma partecipa anche alle festività musulmane. Lo stesso papa firma con l’imam supremo del Cairo una dichiarazione congiunta “Fratellanza umana per la pace nel mondo e la comune convivenza”. Inoltre, a Roma, alla suddetta preghiera ecumenica per la pace hanno partecipato pagani, rappresentanti dell’islam e buddisti.

Oggi è già abbastanza appropriato porsi la domanda non se sarà creata una certa religione sincretista, ma sui termini in base ai quali la sua creazione può essere effettuata. E ci sembra che la risposta a questa domanda si possa trovare nelle parole che il patriarca Bartolomeo e il papa hanno detto in questi giorni.

Le altre fedi: la ricchezza dei figli di Dio?

Il motivo principale della permanenza del patriarca Bartolomeo a Roma e in Vaticano è stata la sua partecipazione al cosiddetto Incontro internazionale di preghiera per la pace “Nessuno si salva da solo. Pace e fratellanza”.

Nella locandina dell’evento, insieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli, sono stati indicati anche altri partecipanti all’incontro: papa Francesco, il capo della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente italiano Sergio Mattarella, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e il rabbino capo di Francia Haїm Korsia.

L’evento è stato promosso e ospitato dalla Comunità cattolica di Sant’Egidio, che si posiziona come organizzazione laica di beneficenza e di pace, ma, di fatto, ora è più attivamente coinvolta nello sviluppo del dialogo tra cattolici e cristiani ortodossi, nonché nel dialogo intercristiano e interreligioso. Da più di trent’anni anni la comunità raccoglie rappresentanti delle Chiese cristiane e delle principali religioni del mondo, personalità politiche e culturali per la Preghiera per la pace, che dovrebbe testimoniare i valori e le aspirazioni comuni di tutte le persone sulla terra.

Non vale la pena discutere l’opportunità della partecipazione di vescovi ortodossi a tali eventi. Basti ricordare il canone apostolico 10, che proibisce la preghiera con gli eretici (“Se qualcuno pregherà, anche in una casa privata, con una persona scomunicata, sia scomunicato anche lui”). E l’argomento secondo cui saremo fraintesi se i rappresentanti della nostra Chiesa non parteciperanno a una simile “preghiera” è del tutto inappropriato. Dopotutto, puoi pregare nella tua chiesa, senza andare in piazza.

Il problema è che la partecipazione alle iniziative della Comunità di Sant’Egidio porta la Chiesa ortodossa non solo alla svalutazione della dottrina della salvezza (l’unica vera), ma anche a un’alleanza con eretici, apostati e, nel prossimo futuro, con i pagani, un’unione basata sui valori umani universali che cambiano costantemente piuttosto che sull’insegnamento della Chiesa su Cristo. La strada per questa unione è una vaga, amorfa comprensione di “amore” e “amicizia”, ​​su cui si costruiranno la “nuova chiesa” e più tardi la “nuova religione”.

La religione al servizio della pace e della fraternità

Per esempio, durante il suo discorso al servizio di preghiera ecumenica, il capo del Fanar ha affermato che le altre religioni sono “la ricchezza dei figli di Dio”. Inoltre, rivolgendosi ai partecipanti al servizio di preghiera, tra i quali la maggioranza era composta da cattolici, il patriarca Bartolomeo non ha detto una parola sul pentimento e non ha nemmeno accennato a invitare i rappresentanti della Chiesa cattolica romana a ripensare la loro errata comprensione dei dogmi del Chiesa. Si è concentrato invece sul chiamarli all’amicizia: “Questa sera, amati fratelli e sorelle, condividiamo insieme il gusto di questa amicizia e di questo amore che egli ci ha offerto in abbondanza”.

Apparentemente, per il patriarca Bartolomeo, la sua stessa percezione di “amicizia” e “amore” è la strada che conduce all’unità con i cattolici: “Guardando nei vostri occhi, guardando gli occhi che brillano in questa Comunità, possiamo vedere l’abbondante frutto atteso da Dio e ne gioiamo perché percepiamo l’amore di Cristo perché viviamo l’amicizia di essere tutti suoi discepoli perché tutti camminiamo verso la nostra trasfigurazione in lui”. In generale, l’intero discorso di Bartolomeo è tutto sull’amore, senza un accenno al pentimento e, in linea di principio, il papa ha detto lo stesso poco dopo.

Intervenendo nella basilica di Santa Maria in Aracoeli, il pontefice ha detto: “Solo l’amore è la via della piena comunione tra di noi”. Cosa intende Francesco con questa parola? Spiega: “Più siamo attaccati al Signore Gesù, più saremo aperti e ‘universali’ perché ci sentiremo responsabili per gli altri. E l’altro sarà il modo per salvare se stessi: ogni altro, ogni essere umano, qualunque sia la sua storia e il suo credo”. Si scopre che la via della salvezza sta nel servizio sociale, nel servire gli altri, in un sentimento di apertura e universalità verso tutti.

Lo stesso giorno, subito dopo aver pregato presso la basilica di Santa Maria in Aracoeli, il papa è intervenuto in piazza del Campidoglio per dichiarare che “bisogna riconoscere i passi fecondi nel dialogo tra le religioni. È un segno di speranza che ci spinge a lavorare insieme come fratelli: come fratelli”. Secondo lui, “le religioni sono al servizio della pace e della fraternità”.

Indubbiamente, qualsiasi persona religiosa è per la pace. In questo senso, il cristianesimo è la religione più pacifica e solo nel cristianesimo gli operatori di pace sono chiamati beati. Ma la lotta per la pace può essere definita l’obiettivo principale della religione in generale e del cristianesimo in particolare?

Inoltre, il papa confida nel fatto che “Nessun popolo, nessun gruppo sociale può raggiungere da solo la pace, il bene, la sicurezza e la felicità… Ricordiamo che nessuno può essere salvato da solo, che possiamo essere salvati solo insieme. La fraternità, che nasce dalla consapevolezza di essere un’unica umanità, deve penetrare nella vita dei popoli, delle comunità, dei governanti, dei fori internazionali. Nasce così la consapevolezza che possiamo salvarci solo insieme, incontrandoci, negoziando, abbandonando la lotta, riconciliando, moderando il linguaggio della politica e della propaganda, sviluppando percorsi concreti per la pace”.

L’enciclica del Papa: una corona della dottrina sociale?

In altre parole, per il papa il compito principale della religione è creare le condizioni necessarie per una vita felice sulla terra. La parola “salvezza” è da lui usata esclusivamente in senso biologico, come la massima estensione degli anni trascorsi dall’uomo sulla terra. Non parla del destino postumo di una persona, non parla di come salvare la sua anima, non dice che questo è lo scopo della Chiesa e della fede cristiana nel suo insieme. No, parla solo del bene terreno e della fraternità terrena. C’è dunque da stupirsi che per una tale posizione Francesco sia lodato dai massoni?

Un’altra cosa è strana: che una posizione del genere trovi pieno appoggio da parte del patriarca Bartolomeo, che considera l’ultima enciclica del papa, Fratelli tutti, come “la corona della dottrina sociale”.

Tuttavia, secondo il vescovo Savva (Tutunov) della Chiesa russa, il limite di sicurezza dell’enciclica è il “globalismo sociale”. Secondo l’appropriata osservazione del vescovo Savva, Fratelli tutti è “in generale, un interessante trattato politico, tutt’altro che indiscutibile, con un riferimento formale al Vangelo e adattato alle moderne aspettative della sinistra liberale, nuovi sogni di costruire un mondo giusto”.

Concordando con questa caratteristica del vescovo russo, aggiungiamo che questo documento papale deve essere percepito alla luce di tutto ciò che sta accadendo oggi: la pandemia, la politica migratoria dell’Unione europea (non è un caso che abbiano invitato il capo della Commissione europea alla “Preghiera per la pace”), i movimenti di protesta negli Stati Uniti e in Europa, le dichiarazioni sul sostegno alle persone Lgbt. Tutto questo insieme crea davvero una nuova dottrina sociale della Chiesa cattolica romana, per molti aspetti diversa da quella che la Chiesa ha predicato per millenni.

Pertanto, è possibile chiamarla “corona” solo in caso di rifiuto dell’assioma secondo il quale la missione della Chiesa è portare una persona nel regno di Dio, nell’unità con Cristo. Ed è molto triste che il patriarca ortodosso della città un tempo gloriosa del grande Costantino se ne dimentichi.

Tuttavia, molto probabilmente non dimentica, ma partecipa a un progetto il cui obiettivo principale è creare una religione sincretista. La base sarà proprio quella comprensione di “amore” e “fraternità” che è stata espressa in questi giorni a Roma. Secondo tale progetto, la religione non è altro che un’appendice sociale progettata per aiutare a migliorare la vita della società. E il fatto che le esigenze della società siano in costante cambiamento suggerisce che anche questa religione sincretista cambierà, sia in termini di linguaggio (ricordate le parole del papa sul “linguaggio da moderare”?) che in termini di forma. Cambierà fino a quando diventerà chiaro che l’umanità deve inchinarsi al suo “salvatore”. Quello che verrà “al posto di” Cristo.

Konstantin Shemljuk

Fonte: Ricognizioni

Foto: Ansa

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