Natale a Betlemme, tra le tenebre della cronaca e la luce della fede

Nella piazza della Mangiatoia c’è il grande albero di Natale illuminato e lungo le strade ci sono le decorazioni, ma per Betlemme è un Natale triste.

Nelle ultime settimane i casi di coronavirus sono aumentati in Cisgiordania, e nel distretto di Betlemme si sono registrati alcuni dei più alti tassi di infezione. Gli ospedali sono pieni e le autorità palestinesi hanno fatto ricorso a severe restrizioni. Le strade sono vuote, i negozi chiusi. Per l’economia locale un duro colpo.

La Messa di mezzanotte e l’accensione dell’albero attirano di solito migliaia di pellegrini e turisti, ma quest’anno è il vuoto. La celebrazione si è svolta alla presenza di poche persone.

Il blocco del turismo e dei pellegrinaggi ha portato la città al tracollo economico. Migliaia di abitanti di Betlemme non hanno più un lavoro, intere famiglie si ritrovano in miseria, e il governo non ha i mezzi per alleviare le conseguenze della crisi.

Un anno fa a Betlemme si festeggiava il Natale all’insegna della ritrovata speranza. Il Muro e la presenza militare israeliana incombevano come sempre, ma l’afflusso di turisti e pellegrini mostrava che, nonostante tutto, c’era la possibilità di risollevarsi. Poi è arrivato il Covid.

Nei territori palestinesi il distretto di Betlemme è stato il primo, nel marzo scorso, a far registrare casi di malati da Covid-19 e da allora, con Hebron, è uno dei focolai principali della pandemia.

Negli anni scorsi l’occupazione israeliana, gli scontri armati e le violenze avevano già messo a dura prova l’economia locale, ma la pandemia sembra aver assestato il colpo mortale. I settantadue alberghi di Betlemme sono chiusi totalmente o parzialmente. Idem per quanto riguarda ristoranti, negozi di souvenir e botteghe artigiane.

Le istituzioni caritative fanno il possibile per aiutare, ma ormai ampie fasce della popolazione si trovano nella povertà. Non ci sono soldi per il cibo, per pagare le bollette.

“C’è un miscuglio di sentimenti che si avvicendano nella quotidianità” dice a Vatican News suor Lucia Corradin, terziaria francescana delle Elisabettine, da diciotto anni al Caritas Baby Hospital di Betlemme.

“In primavera eravamo uno dei Paesi con minor numero di contagi. Poi con l’estate sono aumentati. C’è ancora chi non si adegua alle norme sanitarie, ma l’opera di sensibilizzazione da parte delle autorità ha favorito una presa di coscienza più diffusa. Noi siamo fortunati perché abbiamo la possibilità di fare il tampone sia ai bambini che alle mamme. Qui la maggior parte sono asintomatici o con lieve sintomatologia e abbiamo un controllo piuttosto severo internamente per monitorare che tutti gli operatori osservino le regole”.

“Ci sentiamo tutti ottenebrati, stanchi, sfiniti, oppressi da troppo tempo sotto il giogo pesante di questa pandemia che sta bloccando le nostre vite, sta paralizzando i rapporti, sta mettendo a dura prova la politica, l’economia, la cultura, la società” ha detto nella basilica della Natività, durante l’omelia della Messa di mezzanotte, il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Pierbattista Pizzaballa, alla sua prima Messa di Natale da quando è stato nominato, nell’ottobre scorso.

Tuttavia, ha aggiunto il patriarca, “non voglio accordare la mia voce a quella di quanti sanno ben descrivere la notte. Io devo, voglio, dare voce alla profezia, farmi eco del Vangelo, comunicarvi la grazia di quest’ora”.  “Quella che stiamo vivendo qui, adesso, è un’ora di grazia! Non è una pia illusione, né fuga romantica in una religione rassicurante o in una consolazione a buon mercato. Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un Figlio: questa è la certezza dei cristiani. La notte, qualunque notte, non è l’ultima parola sulla storia nostra e dell’umanità. Se Colui che è Luce da Luce è nato di notte, allora anche la notte appartiene al giorno, anzi, la notte diviene natalizia, cioè diviene luogo di una nuova e possibile nascita”.

A.M.V.

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