Ettore Gotti Tedeschi / Strategie e alleanze della Chiesa di oggi. Ovvero come adattare Cristo all’evoluzione del mondo

Cari amici di Duc in altum, Ettore Gotti Tedeschi mi ha inviato questa riflessione, che volentieri vi propongo.

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Capire le scelte della Chiesa di papa Bergoglio

Da tempo cerco di interpretare, con fatica crescente, il complesso obiettivo strategico della Chiesa di oggi, caratterizzato da (annunciate) rivoluzioni teologico–dottrinali e da recenti alleanze globali.

L’impressione d’insieme, preliminare, è che, consapevolmente o no, si stia cercando di proporre un Cristo che ci aiuti a adattarci al mondo, un Cristo che animi l’uomo di questo secolo anziché insegnargli a disdegnare e rifiutare il mondo, perché, in questo secondo caso, l’uomo ne risulterebbe danneggiato.

Non è necessario spiegare perché siamo diventati un mondo che si è globalizzato e vive ormai di interrelazioni che non tollerano diversità di visione morale e comportamentali, non tollerano diversità di razza, sesso, religioni, assolutismi e dogmi vari, doveri diversi e diverse educazioni. Poiché si è convinti che questo mondo globalizzato, uniformizzato e interrelato faccia bene ai diritti umani (molto meglio del modello proposto dalla Chiesa), la missione evangelizzatrice della Chiesa stessa non può opporsi, ma deve solo conformarsi, per non apparire nemica dell’umanità intera.

Ecco forse in parte spiegata la rivoluzione teologico-dottrinale in atto. Ma essendo il cristianesimo una religione rivelata, diventa necessario uno sforzo per far evolvere la Rivelazione e il Cristo dei Vangeli, troppo “rigido e assoluto”, che pretende di essere lui solo “la via, la verità e la vita” e impone di parlare secondo il “sì sì, no no”, perché il resto viene dal maligno. Si direbbe quindi che la Chiesa si sia apparentemente convinta di dover riuscire a proporre un diverso Cristo, per il bene dell’umanità. Preferisco non pensare ad altre ipotesi…

Si direbbe anche che la Chiesa abbia scelto un paio di principi strategici per sostenere questa decisione. Uno politico, per evitare scontri e dimostrare volontà di dialogo, e uno scientifico, per avere appunto giustificazioni garantite dalla scienza.

Il principio politico sembra essere indispensabile per riconoscere pubblicamente che questo mondo è “la realtà”, da cui non si può prescindere. Pertanto, alcune sue pretese vanno assecondate, a partire dal netto no ai sovranismi e a quelli che vengono giudicati fondamentalismi ideologici, perché avere una visione certa, nitida, significa creare divisioni e conflitti. Sempre per non creare conflitti con il mondo e non danneggiare l’uomo, ecco anche l’apparentemente contraddittoria adesione ai principi del Great Reset, alla ricerca del dialogo con una ben selezionata parte del capitalismo liberista da un lato e del capitalismo comunista dall’altro.

Il principio scientifico lo ritroviamo nell’alleanza con la scienza, considerata necessaria per spiegare e giustificare sia l’evoluzione nella Genesi sia l’evoluzione di Cristo stesso. Il mondo evolve, noi evolviamo, questa l’evidenza. Occorre dunque trovarne il fondamento scientifico. Per capire e rendere credibile il “disegno intelligente” si ritiene sia necessaria la scienza, la sola che interpreta correttamente e spiega la teoria evoluzionistica. Ma per poter arrivare a riscrivere addirittura la Genesi non basta la scienza in senso generico. Sono necessari due veri e propri partner scientifici e due santi testimoni.

I due partner scientifici sono Albert Einstein (1879-1955) e Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). Einstein scoprì che l’universo non è statico, ma dinamico (e non prevedibile). Teilhard de Chardin (gesuita e scienziato evoluzionista) intuì che anche lo spirito umano evolve nel tempo, prendendo coscienza di cosa è la Creazione. L’evoluzione dello spirito fa prendere coscienza all’uomo dell’evoluzione della natura, della vita, del concetto di bene e di male, di libero arbitrio, di peccato, di inferno e paradiso. Di tutto, in pratica. Per Teilhard de Chardin, infatti, l’evoluzione è un movimento verso una maggiore maturità e conoscenza della mente. Va detto che il pensiero di Theilard preoccupò l’allora Sant’Uffizio e il filosofo cattolico Jacques Maritain (vi trovarono sintomi di panteismo), ma fu apprezzato dal teologo gesuita Henri-Marie de Lubac, il quale trovò persino collegamenti del suo pensiero con quello di san Paolo. Fu apprezzato anche da papa Paolo VI e da Joseph Ratzinger, sia da cardinale (Theologische Prinzipienlehre, Principi di teologia cattolica, del 1982), sia in quanto papa Benedetto XVI (omelia nella cattedrale di Aosta, 2 agosto 2009).

I due santi testimoni, necessari per cercare di far accettare questo pensiero dal mondo cattolico, sono san Bonaventura e san Francesco d’Assisi. La re-interpretazione del loro pensiero ha permesso di proporre il ridimensionamento del peccato originale e di enfatizzare l’interpretazione dell’Incarnazione quale amore visibile di Dio e non invece come necessario rimedio al peccato originale. In pratica, Dio non si è incarnato per salvarci, ma per la stessa ragione della Creazione: per Amore. Non credo sia necessario sottolineare l’impatto di questa considerazione teologica.

Nell’ultimo secolo una delle maggiori preoccupazioni dei teologi è consistita nel tentativo di conciliare le Verità eterne con le mutevoli condizioni della realtà, cercando di unire fede, teologia e scienza. È evidente che questi teologi sono preoccupati per il bene dell’uomo, come possiamo non riconoscerlo? O invece possiamo e abbiamo proprio il diritto e il dovere di non riconoscerlo?

Ettore Gotti Tedeschi

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