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Comunione sulle mani. Ecco perché non è solo questione meccanica

Cari amici di Duc in altum, con il contributo che qui vi propongo don Marco Begato conclude la sua riflessione in tre puntate sull’apostasia eucaristica in corso nella Chiesa cattolica. Il modo in cui si ricevere l’ostia consacrata non è questione soltanto esteriore e meccanica. Il tipo di manipolazione cambia il rapporto con la Verità.

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Dopo aver dato voce all’apprensione pastorale, di fronte a tendenze che potrebbero portare rapidamente il popolo cristiano ad allontanarsi dalla retta e piena adorazione eucaristica, e dopo aver indicato alcuni elementi di tipo teologico, che rendono poco difendibile l’opzione di imporre a tutti la Comunione sulla mano (intendo poco difendibile di fronte a Dio), vengo a condividere alcune riflessioni di taglio filosofico, con le quali proverò a dire come mai la Chiesa dovrebbe tornare a imporre – se proprio qualcosa va imposto – la Comunione sulla lingua e quale sia la posta in gioco a livello di cultura e di significatività agli occhio del mondo. Coglierò tre spunti, e per ognuno di essi prima ascolterò le parole di un autore affermato e poi trarrò una mia lettura personale. Mi scuso per la difficoltà di alcune espressioni, connessa alla profondità delle citazioni d’autore.

Un primo spunto lo prendo da Martin Heidegger. La mossa è audace, perché molta teologia contemporanea attinge a Heidegger e quindi per alcuni aspetti il pensiero del filosofo tedesco è complice delle variazioni in atto, probabilmente anche di quella legata alla prassi eucaristica. Ma un grande filosofo rimane un grande filosofo e a lui voglio chiedere un piccolo buon consiglio per avviare le mie considerazioni.

Nella sua conferenza “La questione della tecnica” (1976) Heidegger si chiede anzitutto “che cosa è la strumentalità” e questo lo porta a riflettere: strumentalità implica causalità e la causa come origine del produrre strumentale implica anzitutto una responsabilità di fronte alla realtà. Ecco la sua prima intuizione, che prova subito ad applicare a un esempio e curiosamente sceglie di riferirsi a un calice sacrificale! Tale responsabilità ha a che fare con “un modo del disvelamento”, cioè con la verità (perché per Heidegger la verità è svelamento). Non solo. Egli suggerisce che, fin dalle origini della filosofia greca, tecnica e sapere sono stati congiunti, come due modi di accesso alla verità, cosicché una modifica nell’approccio tecnico significa una modifica nel nostro accesso alla verità. Ma perché ci interessa la riflessione heideggeriana sulla tecnica? Proprio perché essa porta l’autore ad accorgersi che “l’elemento decisivo della techne non sta nel fare e nel maneggiare, nella messa in opera di mezzi, ma nel disvelamento”. Il maneggiare ha a che fare con lo svelamento, e ugualmente il nostro rapporto con gli strumenti modifica il nostro rapporto con la realtà e la nostra apertura alla verità.

In riferimento alla Comunione sulle mani, bisognerebbe allora sostare a riflettere per capire come muta il mio rapporto con la Verità in base al tipo di manipolazione che permetto rispetto alla Eucaristia. Disporre che solo i sacerdoti consacrati possano manipolare le particole consacrate o al contrario che anche i fedeli ne abbiano facoltà significa aprire a un rapporto ben differente con la realtà manipolata e quindi con la Verità. Ma, a un livello ulteriore, imporre a tutti il secondo tipo di manipolazione significa obbligare tutti a un nuovo tipo di disvelamento. Ora, si badi bene, questa nuova costrizione impone peraltro a tutti un rovesciamento di paradigma, che ci sospinge in massa su di una posizione opposta a quella dei nostri predecessori nella fede (come notato nei precedenti articoli, in realtà ci pone in opposizione anche coi documenti magisteriali finora validi). Infine, tale rivoluzione pratica, cui sarà inevitabilmente connessa una rivoluzione nel rapporto alla verità, ufficialmente non è nemmeno fatta a motivo di fondati ragionamenti teologico-spirituali, ma solo per un adattamento a norme burocratico-sanitarie. Quindi non posso che domandarmi: davvero a partire da un accordo giuridico-medicale siamo disposti a mettere a repentaglio il senso del nostro rapporto con la verità eucaristica?

Un secondo spunto lo prendo da Ivan Illich che, sempre nel 1976, pubblicava lo studio “Nemesi medica”. Di che si tratta? Anzitutto l’autore definisce il concetto di Nemesi: “La nemesi era la vendetta divina che colpiva i mortali quando questi usurpavano le prerogative che gli dei riservavano gelosamente a sé. La nemesi costituiva l’ineluttabile castigo di ogni tentativo di essere eroi anziché creature umane… La nostra moderna hubris sanitaria ha determinato la nuova sindrome della nemesi medica” (“Nemesi medica”, p. 29). A detta di Illich, tale nemesi si scatenerebbe su tre livelli: “Nella medicina questo danno si manifesta come iatrogenesi. La iatrogenesi è clinica quando il dolore, la malattia e la morte sono il frutto di cure mediche; è sociale quando le politiche sanitarie rafforzano un’organizzazione industriale che genera malessere; è culturale e simbolica quando un comportamento e una serie di illusioni promossi dalla medicina restringono l’autonomia vitale degli individui insidiando la loro capacità di crescere, di aver cura l’uno dell’altro e di invecchiare, o quando l’intervento medico mutila le possibilità personali di far fronte al dolore, all’invalidità, all’angoscia e alla morte” (p. 281). La vendetta della medicina industrializzata si abbatte dunque sull’uomo moderno, e ciò fin dagli anni Settanta. L’analisi di Illich risulta terribilmente attuale e aiuta a leggere il panico epidemico degli ultimi mesi come una forma di enfatizzazione globale della nemesi medica e della sua iatrogenesi socio-culturale portata a livelli estremi e sistematici.

Venendo a noi, mi chiedo se non sia possibile individuare all’interno della iatrogenesi culturale una sotto-categoria, che chiamerò iatrogenesi liturgica. Parafrasando Illich, essa andrebbe denunciata laddove “un comportamento e una serie di illusioni promossi dalla medicina restringono l’autonomia vitale dei fedeli insidiando la loro libertà spirituale, le relazioni nella comunità ecclesiale, il cammino liturgico, o quando l’intervento medico mutila le possibilità personali di far fronte al dolore, all’invalidità, all’angoscia e alla morte alterando l’accesso tradizionale a forme cultuali e sacramentali, da secoli strutturatesi per rispondere efficacemente a tali sfide antropologiche”. Se la Chiesa vuole essere un annuncio per il mondo e se vuole essere strumento di salvezza per una umanità per se stessa preda di angoscia e disperazione dinanzi all’apparente non senso e alla insopportabile finitezza dell’essere, è assolutamente necessario che tale Chiesa si scrolli di dosso ogni forma di adeguamento alla iatrogenesi liturgica e in ogni modo mostri e denunci la propria autonomia rispetto ai processi e agli esiti che l’idolatria medico-industriale impone ai suoi adepti. La libertà della Comunione è in cima alla lista dei requisiti che vanno liberati dall’assalto di tale iatrogenesi.

Un terzo spunto lo prendo da Vaclav Havel. Questi scrisse il discorso “La politica dell’uomo”, che fu presentato all’Università di Tolosa nel 1984. In esso ci si interroga su tecnologia e scienza in rapporto alla responsabilità politica. Per Havel la tecnologia distruttiva che sorgeva nei suoi anni era simbolo “di un’era che cerca di trascendere i confini del mondo naturale e le sue norme e di renderlo un interesse meramente individuale”. A ciò si aggiungeva che tale epoca “nega l’importanza vincolante dell’esperienza personale, così come l’esperienza del mistero e dell’assoluto e sostituisce l’assoluto personalmente esperito quale misura del mondo con un nuovo, artefatto assoluto, privo di mistero”, mettendo in guardia i posteri circa il rischio che “per l’avvenire sarà la scienza a stringere nelle proprie mani l’ordine dell’esistenza in qualità di unico, legittimo guardiano e ad essere l’unico, legittimo arbitro di tutta la verità che conta”. L’esito di tale mutamento di paradigma dà da pensare: “La ragione umana comincia a liberarsi dall’uomo in quanto tale, dalla sua esperienza personale, dalla coscienza personale e dalla responsabilità personale”. Alla persona si sostituisce così “un potere innocente e anonimo, legittimato dalla scienza, dalla cibernetica, dall’ideologia, dalla legge, dall’astrazione e dall’oggettività, ovvero da tutto tranne che dalla responsabilità personale”. Alla luce di tale critica, qual è la soluzione proposta in alternativa? “Resistere in modo vigile e attento, ma allo stesso tempo con totale dedizione, sempre e ovunque, all’impeto irrazionale del potere anonimo, impersonale e inumano il potere delle ideologie, dei sistemi, degli apparati, della burocrazia, dei linguaggi artificiali e degli slogan politici”.

E allora quanto ho cercato di fare nel mio piccolo con questi tre articoli sul pericolo di una apostasia eucaristica è proprio resistere in modo vigile e dedito. L’Eucaristia è un mistero troppo grande per poter sottostare a leggi umane, incalzate da comunicati burocratici e ispirate da criteri medici. L’Eucaristia è un assoluto che non può essere schiacciato da un ordine puramente scientifico e in nome di una obbedienza che annichilisce le coscienze. Accomodarsi a tale sistema ideologico emergente, anche solo per ragioni di pace diplomatica, comporta un rischio eccessivo. San Paolo ci ammonisce: “Il nostro combattimento, infatti, non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Ef 6,12). Ugualmente dovremmo rammentarci che la nostra presa di posizione non è sic et simpliciter contro disposizioni sociali o tendenze scientifiche, ma contro ideologie e culture capaci di fagocitarci, espressione delle tenebre e nemiche di Cristo. Interrogarsi sull’inopportunità di imporre la Comunione sulle mani, resistere in coscienza a una prassi che contraddice la Tradizione e compiace il mainstream secolarista, opporsi alla burocratizzazione dei sacramenti è un atto di sopravvivenza non solo religiosa, ma civile, in antitesi dall’impeto irrazionale del potere anonimo e a sostegno della Santa Madre Chiesa. Sappiano i Pastori che esiste ancora una forte base di fedeli pronti a sostenerli in tale cammino. Una testimonianza rinnovata e libera è urgente e una alternativa è ancora possibile da percorrere, per ora.

Don Marco Begato

3 – Fine

I precedenti articoli sono stati pubblicati in Duc in altum il 5 dicembre e il 30 dicembre 2020.

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Aldo Maria Valli, Semel in anno

(Cronache dal futuro, Interviste pazze, Cattolici su Marte)

Semel in anno licet insanire” dicevano gli antichi. “Una volta all’anno è lecito impazzire”. Quando le cose si mettono male, una risata può essere terapeutica. E può anche servire per dire la verità a fronte di un dispotismo soffocante. Vecchia storia: quando il conformismo dilaga, solo il giullare, attraverso la satira, riesce a proporre squarci di verità. E allora “insanire” può diventare addirittura dovere civile, se vogliamo usare parole grosse. Come diceva Victor Hugo, “è dall’ironia che comincia la libertà”. L’avvertenza è quella solita, nota ai frequentatori del mio blog Duc in altum: i contributi qui raccolti contengono ironia e sarcasmo. In caso di accertata allergia all’ironia e al sarcasmo, astenersi dalla lettura. Se siete allergici e non vi astenete, peggio per voi.

Semel in anno lo trovi qui, qui e qui

 

Aldo Maria Valli:
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