Il demiurgo liturgico e il tramonto di Dio

Cari amici di Duc in altum, con il presente articolo don Marco Begato torna sulla riflessione riguardante i riti e la liturgia. La tesi sviluppata in questo contributo è duplice: da un lato l’autore sostiene che in crisi non è la ritualità, ma la fede; dall’altro che le nuove liturgie attingono simboli e risorse da un retroterra paganeggiate che nulla ha a che vedere con la tradizione cristiana e che mette l’uomo al posto di Dio.

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Oggi voglio riprendere ciò che avevo lasciato in sospeso con la domanda: “E se l’Anticristo fosse un rito?” Con essa non intendevo certo escludere quel che le Sacre Scritture insegnano circa l’Anticristo, persona che pervertirà le masse e le porterà a negare la divinità di Cristo. D’altro canto, mi pare una possibilità del tutto logica pensare che l’avvento dell’Anticristo e degli anticristi (1Gv 2,18) sia accompagnato, favorito e sostenuto da rituali. Del resto, con buona pace dei teorici della crisi del rito, sappiamo bene che la nostra società è invece ricolma di riti: le grandi manifestazioni sportive e i grossi raduni musicali soddisfano pienamente la logica rituale, così come l’affollamento dei grandi magazzini. A essere in crisi non è il bisogno di ritualità, né il bisogno di sacralità, bensì la fede specifica nel Cristo. Credo che sia importante fissare tale distinzione.

Torniamo allora sulla mia precedente suggestione: e se l’Anticristo fosse un rito? Cosa ho affermato attraverso quella domanda? Ho sostenuto che le più recenti correnti liturgiche stanno andando nella direzione di adulterare i riti cristiani, impregnandoli di simboli pagani.

Questo cosa significa? Se è vero quanto ho affermato, che cioè a essere in crisi non è la ritualità, ma la fede, l’idea dei liturgisti contemporanei di adulterare i riti cristiani, sostituendo la simbolica tradizionale con elementi tratti dalla cosmologia pagana, è destinata a fallire per definizione. Nel migliore dei casi fallirà in quanto i fedeli cristiani continueranno a disertare le prossime liturgie, tanto quanto stanno disaffezionandosi alle attuali. Nel peggiore dei casi i fedeli torneranno a frequentare le liturgie, nelle quali però saranno alimentati da messaggi non più cristiani, bensì pre-cristiani o anti-cristiani.

Che fare dunque? Bisognerebbe a mio avviso operare in primo luogo per rinvigorire la fede e non per rimodellare il rito.

In realtà, proprio questa considerazione ci porta ad approfondire ulteriormente l’accusa di paganità anticristica e a svelarne più a fondo il meccanismo contraddittorio (contraddittorio rispetto all’obiettivo di edificare il Popolo di Dio).

Se parliamo di rimodellare il rito, introduciamo infatti un antico riferimento culturale, esso pure pagano. Mi riferisco alla figura del Demiurgo, resa celebre da Platone, e fatta propria in vari modi dalle eresie di ogni tempo. Il Demiurgo era in Platone una sorta di semidivinità, incaricata di plasmare e riplasmare continuamente la materia, formando forme storiche ispirate a quei modelli spirituali, eterni e trascendenti che sono le Idee. Il demiurgo compare anche in varie eresie e soprattutto in quelle gnostiche: il demiurgo gnostico appare talvolta come divinità malvagia responsabile della creazione, talvolta come potenza cosmica inferiore in attesa di redenzione.

In tempi moderni, successivamente al trionfo della cultura illuministica, in un clima sempre più secolarizzato, sarà l’uomo stesso a presentarsi come demiurgo. L’uomo che non vuole essere una pedina passiva nelle mani di Dio, inizia a progettare un nuovo mondo plasmato da lui stesso e distaccato dal Creatore. In questo clima culturale Prometeo torna a essere un eroe (personaggio mitico, che aveva rubato il fuoco agli dei greci); Satana diviene una figura eroica, simbolo della creatura che difende la propria dignità contro i dogmi del Creatore (grazie al ritratto di John Milton in Paradise Lost); l’argomento del Peccato Originale viene messo sempre più in discussione, mentre si esalta il gesto di Adamo ed Eva quale importante iniziativa che ha dato avvio alla cultura e alla storia umana.

In tale scenario non stupisce il fatto che Dio perda centralità, che la fede si indebolisca, che la capacità contemplativa venga meno, che Cristo stesso sia messo in disparte oppure ridotto a modello umano, prescindendo dalla sua azione di Redentore. Ma, appunto, lo scenario presentato di per sé è quello della cultura moderna, non quello della Chiesa.

In merito a ciò mi permetto di suggerire un testo di Plinio Corrêa de Oliveira: Innocenza primordiale e contemplazione sacrale dell’universo. È un è molto semplice, chiaro, immediato. Un suo merito è quello di ricordarci quanto sia centrale il valore della contemplazione nella nostra religione e fede, e al contempo aiutarci a comprendere quanto lo abbiamo perso e per quale via potremmo andare a rinforzarlo in noi stessi.

Dopo tali premesse, veniamo all’applicazione liturgica. Nello scorso articolo avevo accusato le nuove correnti liturgiche di tendere a una cultura pagana, in quanto inclini ad attingere a simboli cosmici neutri e pre-cristiani. Oggi, se vogliamo scendere di livello nella nostra critica, dovrò aggiungere che, ben al di là dell’uso di certi simboli, le nuove liturgie mostrano il proprio retroterra paganeggiante proprio in quanto sono mosse da un focus più prometeico che cristiano. I nuovi liturgisti, infatti, non sembrano dare vera importanza alla dimensione contemplativa/ricettiva, bensì paiono continuamente impegnati nello sforzo di produrre nuove ritualità. Sforzo prometeico, quasi che i liturgisti debbano sottrarre a Dio le incomprensibili liturgie che la Provvidenza ha fatto arrivare fino a noi oggi, per trarne fuori da se stessi il fuoco da portare in modi nuovi agli uomini. Sforzo demiurgico, quasi che il compito del liturgista e del cristiano in genere sia divenuto quello di riplasmare in modi sempre nuovi riti, cerimonie, dogmi, prassi.

Ed ecco individuato e presentato il nuovo e più profondo livello della querelle tra indirizzi liturgici. Da un lato la linea più tradizionale che si pone in una prospettiva di contemplazione, come un nano sulle spalle di giganti (cfr. Bernardo di Chartes), fiera di poter ricevere attraverso la Tradizione i tesori della propria fede trasportati attraverso la storia. Dall’altro lato la linea demiurgica, più progressiva e moderna, che si pone in una prospettiva di produzione, come un gigante sulle spalle di nani, fiera di poter aggiungere, modificare, riplasmare quanto ricevuto dal passato.

Don Marco Begato

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Cari amici di Duc in altum, sono lieto di annunciare l’uscita del libro L’altro Vaticano II. Voci da un Concilio che non vuole finire (Chorabooks 2021), nel quale è proposto un modo alternativo e controcorrente di guardare al Concilio Vaticano II, tema imprescindibile se si vuole affrontare la questione della crisi della Chiesa e della fede stessa.

Con contributi di Enrico Maria Radaelli, padre Serafino Maria Lanzetta, padre Giovanni Cavalcoli, Fabio Scaffardi, Alessandro Martinetti, Roberto de Mattei, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Eric Sammons, monsignor Carlo Maria Viganò, monsignor Guido Pozzo, Giovanni Formicola, don Alberto Strumia, monsignor Athanasius Schneider, Aldo Maria Valli.

 

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