Dibattito su “Roma senza papa”

Cari amici di Duc in altum, il mio Roma senza papa (qui) continua a suscitare reazioni e commenti. Dopo l’intervento di don Alberto Strumia (qui) e il mio dialogo con Radio Spada (qui), vi propongo questa lettera che mi è stata inviata da un lettore e che risponde alle argomentazioni di don Strumia.

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di Antonio Polazzo

Carissimo Aldo Maria Valli, no, non dica (come fa nella sua premessa all’intervento di don Strumia) che probabilmente il titolo del suo articolo (Roma senza papa) è fuorviante. Esso è invece appropriatissimo, oltre che mediaticamente molto riuscito. Lei non ha affatto ceduto al sensazionalismo, perché Roma e il mondo sono veramente senza papa. Personalmente ho apprezzato moltissimo il suo parlare a viso aperto, con l’istinto della fede, della semplice realtà delle cose. Non si autoinfligga quindi colpe che non ha.

E se ora si dice d’accordo con quanto poi ha commentato al riguardo don Alberto Strumia, lasci almeno che sia io a esprimere il mio totale e rispettoso dissenso con quello che dice il reverendo.

Mi sembra fuorviante, infatti, questo sì, osservare che Gesù non ha mai revocato il primato a Pietro “nel tempo della sua permanenza sulla terra” sia perché così si accredita – con le migliori intenzioni, ne sono certo – l’idea sbagliata e fonte di grandi fraintendimenti che in quel tempo Pietro fosse il vicario di Cristo e avesse l’autorità e i poteri di sommo pontefice, sia perché constatare la mancanza di autorità papale nell’eletto al papato non significa revocargli il mandato.

Sotto il primo profilo, vale la pena di considerare che finché Gesù era sulla terra Pietro ancora non era il suo vicario, dato che non c’è un vicario quando è ancora presente la persona rappresentata. E soprattutto ancora non possedeva l’autorità papale, ancora non aveva ricevuto dal Signore il mandato di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle, mandato che ricevette soltanto dopo la risurrezione di Gesù, sul lago di Tiberiade. Non prima.

In una pagina commovente fino alle lacrime monsignor Pietro Gorla descrisse perfettamente questa realtà: «Pietro non era ancora papa, era ancora Simone; Gesù Cristo gli aveva promesso le chiavi, non gliele aveva ancora consegnate. Lo Spirito Santo non era ancora disceso sopra di lui. Invano i nemici della Chiesa gridano contro il fallito magistero infallibile, fin dalla sua origine. L’origine del papato è là, in Tiberiade, in faccia al mare, è nella parola di Gesù Cristo: “Pasci i miei Agnelli, pasci le mie Pecorelle”. È là, nella triplice consegna fatta da Gesù a Pietro per la triplice risposta d’amore in seguito alla triplice domanda: “Mi ami tu più di costoro?”. “Tu sai che io ti amo… Tu sai tutto; Tu sai che io ti amo”. Il Papa non è nato in un giorno di colpa, ma in uno di supremo amore»[1].

Del resto, prima di profetizzare i rinnegamenti di Pietro, il Signore ingiunge a Pietro di confermare i fratelli nella fede, ma solo “una volta ravveduto” (cf. Lc. 22, 32)[2].

Sotto il secondo profilo, si consideri invece che col constatare che nel mondo non c’è attualmente autorità pontificia nessuno revoca alcun mandato. Ai fini di quella constatazione non c’è nemmeno bisogno di una revoca del mandato petrino, perché,  affinché il mandatario sia realmente tale (abbia cioè l’autorità), occorre che prima accetti realmente il mandato. E questa reale accettazione non è compatibile con atti che manifestano la volontà oggettiva di non fare il bene della Chiesa.

Quanto, infine, al primario problema della salvezza dell’anima, mi chiedo se l’anima la si metta davvero al sicuro cominciando a sostenere che un papa, per quello che insegna “come papa” (cioè non come persona privata o come dottore privato ma come Maestro di tutti i cristiani), fa del male alle anime e alla Chiesa o che questo male lo fa il magistero della Chiesa. A me pare proprio di no. Dire e credere che la Chiesa docente somministra del veleno ai fedeli è una cosa compatibile con la nostra fede? È una cosa sana per la nostra vita spirituale? È una cosa edificante per chi ci ascolta? Certamente no.

Se ammettessi per un solo istante che un papa, come pastore supremo e maestro di tutti i cristiani (cioè, ripeto, non per mezzo della sua vita privata o per quello che dice in pubblico come privato) oppure la Chiesa docente potessero insegnare qualcosa di nocivo per le anime, allora il papato e la Chiesa non avrebbero più senso, la mia fede non avrebbe più senso. Perché di chi più potrei fidarmi?

Tra l’altro, ciò vorrebbe dire che il Signore non avrebbe mantenuto le sue promesse. Il che è impossibile. Dice il Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28, 20). Ma come può una Chiesa che distrugge se stessa essere la Chiesa di Gesù Cristo? E come può il Signore essere con questa Chiesa?

Non vedo comunque come potrebbe trovarsi in una situazione migliore, ai fini della salvezza dell’anima, chi afferma che in generale l’autorità del papa può essere dannosa per i fedeli e che in concreto lo sia quella dell’“attuale papa” rispetto a chi ritiene che un determinato eletto non possiede l’autorità papale.

C’è poi da chiedersi quanto la “legittimazione” di una falsa autorità, cioè il riconoscere autorità a chi non ce l’ha, incida sul protrarsi nel tempo dell’attuale crisi della Chiesa. Perché concordo pienamente con don Alberto Strumia sul fatto che solo Dio risolverà questa situazione, ma rilevo anche che essa è determinata dal comportamento degli uomini. La certezza dell’intervento di Dio pertanto non toglie che noi non dobbiamo dare alcun contributo alla sua permanenza.

Un saluto cordialissimo, anche a don Alberto Strumia, se mai leggerà questa lettera.

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[1] Mons. Pietro Gorla, Il più gran dramma dei secoli. La vita dolorosa di Nostro Signore Gesù Cristo, 1945, pp. 315-316.

[2] Guardiamoci bene, quindi, dall’usare l’episodio dei rinnegamenti di Pietro per dire che un papa, come papa, può far del male alla Chiesa, può ingannare nelle cose della fede o della morale. Tanti “tradizionalisti” del dopo Vaticano II, sempre con le migliori intenzioni, lo hanno fatto, non accorgendosi forse di far proprio il peggior repertorio anticattolico dei protestanti (almeno quelli di una volta, adesso ai protestanti quel repertorio non serve più). Sui rinnegamenti sant’Agostino dice che “Rinnegando Cristo, Pietro morì, e piangendo ritornò alla vita” e che “dal suo esempio noi dobbiamo imparare che nessuno può fidarsi delle proprie forze”.

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Con contributi di Enrico Maria Radaelli, padre Serafino Maria Lanzetta, padre Giovanni Cavalcoli, Fabio Scaffardi, Alessandro Martinetti, Roberto de Mattei, cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Eric Sammons, monsignor Carlo Maria Viganò, monsignor Guido Pozzo, Giovanni Formicola, don Alberto Strumia, monsignor Athanasius Schneider, Aldo Maria Valli.

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