Vaticano / Nuove disposizioni sulla trasparenza. Ennesima operazione di facciata

I dirigenti vaticani, compresi i cardinali capi dicastero e gli amministrativi, dovranno sottoscrivere una dichiarazione nella quale attestano di non avere condanne o indagini a proprio carico per terrorismo, riciclaggio, evasione fiscale. Non potranno inoltre avere beni nei paradisi fiscali né investire in aziende che operano contro la dottrina della Chiesa. È quanto stabilisce la Lettera apostolica in forma di motu proprio del papa, recante disposizioni sulla trasparenza nella gestione della finanza pubblica. La dichiarazione dovrà essere sottoscritta all’atto dell’assunzione dell’ufficio o dell’incarico e poi ribadita con cadenza biennale. È inoltre proibito a tutti i dipendenti vaticani accettare regali del valore superiore a quaranta euro.

Qui sotto il testo integrale del provvedimento. Ma ci sia consentito un breve commento. Il nuovo motu proprio ha dell’incredibile. Delle due l’una: se il papa si vede costretto a far firmare una tale dichiarazione ai cardinali e agli altri dirigenti di prima fascia, significa che non ha alcuna fiducia nel personale che lui stesso ha selezionato; oppure che lo stato di corruzione, malcostume e immoralità nei Sacri Palazzi è endemico. In entrambi i casi, la classe dirigente vaticana ne esce malissimo. Oppure, ed è una terza possibilità, il papa ha deciso il provvedimento pro domo sua, per mostrare al mondo quanto è bravo nella lotta alla disonestà. Ma anche in questo caso l’operazione risulta devastante per la credibilità della curia romana, dello Stato della Città del Vaticano e della Santa Sede. Ma non pare che tale credibilità stia poi tanto a cuore all’attuale inquilino di Santa Marta.

Se un osservatore esterno può forse credere all’immagine mediatica di un Bergoglio integerrimo impegnato nella lotta alla corruzione ma vittima dei suoi collaboratori, chi conosce le dinamiche d’Oltretevere sa che i proclami odierni rappresentano un’ennesima operazione di falsificazione della realtà, in cui ciò che viene divulgato corrisponde all’esatto contrario di quanto avviene. Chi come monsignor Carlo Maria Viganò tentò di combattere la corruzione e si adoperò con efficacia al risanamento del bilancio del Governatorato, fu “promosso” (promoveatur ut amoveatur) e la squadra dei suoi collaboratori di fiducia dispersa, perché rappresentava una minaccia al sistema. Al più valido di loro, Eugenio Hasler, il papa misericordioso riservò un trattamento inqualificabile: da lui stesso convocato, fu licenziato sui due piedi senza fornirgli alcuna motivazione, consegnato alla gogna mediatica e distrutto nella sua dignità.

Da ricordare anche che l’opera meritoria del cardinale Pell e di altri ottimi amministratori dei beni della Sede Apostolica fu bloccata da accuse infondate e da una vera e propria persecuzione, che portò il cardinale australiano a subire l’ingiusta condanna del carcere dalla quale è stato poi totalmente assolto. Viceversa, gli artefici del dissesto finanziario vaticano non solo rimangono al proprio posto, ma vengono oggi affiancati da personaggi ampiamente compromessi e, di conseguenza, estremamente ricattabili e manovrabili.

Gli scandali vaticani che vanno emergendo in questi mesi, compresi gli investimenti azionari in aziende farmaceutiche produttrici di farmaci abortivi, non possono essere insabbiati da operazioni di facciata; né la rimozione del cardinale Becciu dopo la denuncia delle speculazioni immobiliari a Londra può attenuare le gravissime responsabilità di chi crede di poter incantare l’opinione pubblica con un roboante motu proprio, dopo aver creato le premesse della corruzione e del conflitto di interessi con la rimozione di quanti avrebbero potuto invece sanare definitivamente una inveterata situazione di malcostume.

Ancora una volta Bergoglio pare determinato a screditare l’immagine e il prestigio della Chiesa pur di emergere come moralizzatore e trarne vantaggio personale. Ma la Storia insegna che il culto della personalità, proprio delle dittature, si muta facilmente in damnatio memoriae.

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LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI «MOTU PROPRIO»

DEL SOMMO PONTEFICE FRANCESCO

RECANTE DISPOSIZIONI SULLA TRASPARENZA
NELLA GESTIONE DELLA FINANZA PUBBLICA

La fedeltà nelle cose di poco conto è in rapporto, secondo la Scrittura, con la fedeltà in quelle importanti. Così come l’essere disonesto nelle cose di poco conto, è in relazione con l’essere disonesto anche nelle importanti (cf. Lc 16,10).

La Santa Sede, nell’aderire alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (Convenzione di Merida), ha deciso di conformarsi alle migliori pratiche per prevenire e contrastare la corruzione nelle sue diverse forme. Già con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio del 19 maggio 2020, recante «Norme sulla trasparenza, il controllo e la concorrenza dei contratti pubblici della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano», sono stati posti presidi fondamentali nel contrasto alla corruzione nella materia dei contratti pubblici. La corruzione, però, può manifestarsi in modalità e forme differenti anche in settori diversi da quello degli appalti e per questo le normative e le migliori prassi a livello internazionale prevedono per i soggetti che ricoprono ruoli chiave nel settore pubblico particolari obblighi di trasparenza ai fini della prevenzione e del contrasto, in ogni settore, di conflitti di interessi, di modalità clientelari e della corruzione in genere.

Considerato che quanti prestano la loro opera nei Dicasteri della Curia Romana, nelle istituzioni collegate alla Santa Sede, o che fanno riferimento ad essa, e nelle amministrazioni del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano hanno la particolare responsabilità di rendere concreta la fedeltà di cui si parla nel Vangelo, agendo secondo il principio della trasparenza e in assenza di ogni conflitto di interesse, stabilisco quanto segue:

§1 Nel Regolamento Generale della Curia Romana, dopo l’articolo 13, è inserito il seguente articolo «Articolo 13bis.

§1 I soggetti inquadrati o da inquadrare nei livelli funzionali C, C1, C2 e C3, ivi compresi i Cardinali Capi Dicastero o Responsabili di Enti, nonché quelli che abbiano funzioni di amministrazione attiva giurisdizionali o di controllo e vigilanza di cui al §2, ivi inclusi i soggetti di cui agli articoli 10, 11 e 13§1 del presente Regolamento e 20 del Regolamento per il personale dirigente laico della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, devono sottoscrivere all’atto di assunzione dell’ufficio o dell’incarico e con cadenza biennale una dichiarazione nella quale attestano:

a) di non aver riportato condanne definitive per delitti dolosi nello Stato della Città del Vaticano o all’estero e di non aver beneficiato in relazione agli stessi di indulto, amnistia, grazia e altri provvedimenti assimilabili o essere stati assolti dagli stessi per prescrizione;

b) di non essere sottoposti a processi penali pendenti ovvero, per quanto noto al dichiarante, a indagini per delitti di partecipazione a un’organizzazione criminale; corruzione; frode; terrorismo o connessi ad attività terroristiche; riciclaggio di proventi di attività criminose; sfruttamento di minori, forme di tratta o di sfruttamento di esseri umani, evasione o elusione fiscale.

c) di non detenere, anche per interposta persona, contanti o investimenti, ivi incluse le partecipazioni o interessenze di qualunque genere in società e aziende, in paesi inclusi nella lista delle giurisdizioni ad alto rischio di riciclaggio o finanziamento del terrorismo come individuati con provvedimento dell’Autorità di Sorveglianza e Informazione Finanziaria, salvo che il dichiarante o i suoi consanguinei entro il terzo grado siano residenti in detti paesi o vi abbiano stabilito il domicilio per comprovate ragioni familiari, di lavoro o di studio;

d) che tutti i beni, mobili e immobili, di proprietà o anche solo detenuti dal dichiarante ovvero i compensi di qualunque genere da questo percepiti, per quanto noto al dichiarante, hanno provenienza da attività lecite e non costituiscono il prodotto o il profitto di reato;

e) di non detenere, per quanto a conoscenza del dichiarante, partecipazioni o interessenze di qualunque genere in società o aziende che operino con finalità e in settori contrari alla Dottrina Sociale della Chiesa;

f) di non detenere, anche per interposta persona, contanti o investimenti, ivi incluse le partecipazioni o interessenze di qualunque genere in società e aziende, nei paesi inclusi nella lista delle giurisdizioni non cooperative a fini fiscali individuati con provvedimento della Segreteria per l’Economia, salvo che il dichiarante o i suoi consanguinei entro il terzo grado siano residenti in detti paesi o vi abbiano stabilito il domicilio per ragioni familiari, di lavoro o di studio e tali disponibilità siano state dichiarate alle autorità fiscali competenti.

§2 Per funzioni di amministrazione attiva si intendono quelle che comportano la partecipazione ai procedimenti che determinano l’assunzione di impegni economici di qualunque tipo da parte dell’Ente. Le funzioni giurisdizionali di cui al paragrafo 1 sono solo quelle giudicanti. Il paragrafo 1 non si applica al personale di supporto degli organismi di controllo e vigilanza. Con provvedimento dell’Ufficio del Revisore Generale in quanto autorità anticorruzione sono individuati gli uffici e gli incarichi cui si applicano gli obblighi dichiarativi in base al presente paragrafo.

§3 La dichiarazione di cui al paragrafo 1 è conservata dalla Segreteria per l’Economia nel fascicolo personale del dichiarante. Copia della stessa è trasmessa, per quanto di competenza, alla Segreteria di Stato.

§4 Ove ne abbia ragionevole motivo, la Segreteria per l’Economia, avvalendosi delle strutture a ciò preposte nella Santa Sede o nello Stato della Città del Vaticano, può eseguire controlli sulla veridicità delle dichiarazioni presentate.

§5 Fermi i casi di responsabilità penale, la mancata dichiarazione ovvero la dichiarazione falsa o mendace costituiscono grave illecito disciplinare ai sensi dell’articolo 76, §1, n. 2) e legittimano la Santa Sede a richiedere il danno eventualmente subito».

§2 All’articolo 40, paragrafo 1, del Regolamento Generale della Curia Romana, dopo la lettera m) è inserita la seguente lettera: «n) accettare o sollecitare, per sé o per soggetti diversi dall’Ente nel quale prestano servizio, in ragione o in occasione del proprio ufficio, doni, regali o altre utilità di valore superiore a euro quaranta».

§3 Il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, i Tribunali dello Stato della Città del Vaticano e gli Enti inclusi nell’elenco di cui all’art.1§1 dello Statuto del Consiglio per l’Economia per i quali non è prevista l’applicazione del Regolamento Generale della Curia Romana debbono provvedere a modificare la propria normativa sul personale in maniera conforme a quanto previsto dai paragrafi 1 e 2 entro novanta giorni dall’entrata in vigore del presente Motu Proprio.

Dispongo che quanto stabilito abbia immediato, pieno e stabile valore, anche abrogando tutte le disposizioni incompatibili, e che la presente Lettera Apostolica in forma di Motu proprio sia pubblicata su “L’Osservatore Romano” del 29 aprile 2021 e successivamente negli Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 26 aprile 2021, nono del Pontificato.

FRANCISCUS

Fonte: vatican.va

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