Io, eremita, prego e vivo così. In lotta con Dio

Cari amici di Duc in altum, l’Investigatore Biblico (pseudonimo dietro il quale si cela un sacerdote che è stato emarginato dal suo vescovo), nell’articolo che qui vi propongo parla della sua scelta: vivere da eremita, nella preghiera.

di Investigatore Biblico

In questa condivisione voglio parlare della mia esperienza personale di preghiera, a partire da un brano biblico che per me è un grande punto di riferimento su questo fondamentale aspetto cristiano. Spesso si parla di preghiera in modo astratto: si spiega ai fedeli in modo etereo, senza far comprendere cosa sia realmente. Credo che l’unico modo per far capire ai miei fratelli in Cristo questa azione spirituale del cuore, sia raccontarvi come prego io stesso e cosa significa per me la preghiera, in modo concreto, partendo dalla mia esperienza. Spiegare la preghiera in modo nebuloso e astratto è segno che chi la spiega non prega realmente, per questo racconta teorie, e non una propria esperienza concreta.

Che cos’è dunque per me la preghiera? Il mio riferimento biblico per raccontarvi la mia esperienza è la Parola di Genesi 32,23-33: “Durante quella notte Giacobbe si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: ‘Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora’. Giacobbe rispose: ‘Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!’. Gli domandò: ‘Come ti chiami?’. Rispose: ‘Giacobbe’. Riprese: ‘Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!’. Giacobbe allora gli chiese: ‘Svelami il tuo nome’. Gli rispose: ‘Perché mi chiedi il nome?’. E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: ‘Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva’. Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuèl e zoppicava all’anca. Per questo gli Israeliti, fino a oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico”.

Quando prego ho sempre dinnanzi questo brano biblico. Per me la preghiera è la mia lotta quotidiana con Dio. A qualcuno sembrerà strano, ma quando prego io lotto con Dio. La mia preghiera quotidiana è la Santa Messa, il Salterio monastico benedettino, la lectio divina quotidiana, lettura e studio della Scrittura dai testi originali, ebraico e greco, preghiera continua del cuore, santo Rosario. Queste sono le preghiere che concretamente celebro ogni giorno. Ma come “concretamente” prego? Qual è il mio atteggiamento? Il mio è un atteggiamento di “lotta con Dio”. Non ho visioni mistiche o apparizioni. Non ho locuzioni interiori. Non ho estasi. Non ho nulla. Ma quando prego so che Dio è davanti a me e mi ascolta. Dentro di me scaturiscono tanti sentimenti. Quando non riesco a portare la mia croce, mi arrabbio con Lui. Mi ribello. Gliene dico di tutti i colori. Gli dico che non è vero che mi ama, perché altrimenti per me le cose sarebbero andate diversamente (sono un sacerdote emarginato dalla neo-chiesa, perché ho sempre predicato il Vangelo senza se e senza ma). Gli dico che gli piace “guardare” dall’alto e non intervenire. Gli dico anche che io cerco ogni giorno di fare la sua volontà, ma non lo vedo poi tanto esaudire le mie preghiere. Gli parlo come se stessi parlando al mio padre terreno. Io provo santa “invidia” per quelle persone che mi raccontano esperienze mistiche esaltanti nella preghiera. Io non le ho mai avute. Ho sempre avuto tanta aridità quando prego. Certamente ci sono momenti in cui Dio mi consola e mi riserva belle sorprese. Ma da qualche tempo stanno diventando sempre più rare. Tuttavia, prego e parlo con lui. Ho un rapporto con Dio. Tante volte nella mia storia ho sperimentato la sua potenza. Ecco perché questo mio “arrabbiarmi” non è una mancanza di rispetto verso di lui, ma sento davvero “intimità” verso di me. Mi sento libero di esprimere ogni mio sentimento davanti alla sua presenza.

Nonostante il mio rapporto con Dio sia molto spesso conflittuale, non riesco a stare senza pregare e senza la sua presenza. È capitato spesso da parte mia dire al Signore: “Se non mi ascolti questa volta, non ti prego più. Tanto tu ascolti solo chi si comporta male, ma di chi si sforza di fare la tua volontà ti dimentichi. Te ne infischi”.

Eppure, anche se non mi ascolta come io vorrei, ogni mattina, alle 4:30 del mattino, sono sempre lì, davanti all’altare a celebrare Messa.

Vi dirò, a questo punto, anche i miei orari e come concretamente prego. Vivendo da eremita, posso gestire gli orari con molta libertà.

Mi alzo alle 4 e alle 4:30 celebro la Santa Messa. Successivamente leggo la Scrittura dai testi originali e inizio con il Salterio; Ufficio, Lodi, ora terza. Segue la lectio divina. Alle 7:45 faccio colazione e poi lavoro. Ore 12:30 ora sesta. Ore 15:00 ora nona. Ore 19 vespri. Ore 21 compieta. E poi a nanna. Durante il giorno prego nel mio cuore con giaculatorie e versetti della Bibbia.

Sono certo che qualcuno resterà scandalizzato dal mio racconto. Non me ne vogliate, ma non mi importa. Il mio rapporto con Dio è quello che vi ho raccontato. Lo sento vicino, a volte lo sento lontano, ma lo sento. Questo mi aiuta ad andare avanti. A superare tutti i giorni quella lotta, quei ricordi delle ingiustizie che ho subito e che subisco. Come a Giacobbe, il Signore mi lascia perennemente il “nervo sciatico” dolorante. È questo l’unico modo di esprimere la sensazione che ho dopo la preghiera. Stanco, come dopo una lotta. Ferito, ma con la speranza. Comunque, benedetto da Dio.

Per noi eremiti la vita non è facile. Dobbiamo lavorare per procurarci il pane. Non mi è mai mancato nulla, tuttavia. Anche se di soldi sul conto non me ne restano mai. Dio mi mette alla prova. Ma, quando meno me lo aspetto, arriva abbondante provvidenza. Ho sempre il denaro giusto per pagare tutto quello che mi tocca pagare. Alla fine del mese resto sempre senza un soldo. Ma va bene così: come voi pago la luce, il gas, ho il cibo, l’affitto della casa nella quale risiedo in solitudine, faccio elemosine. Sono felice così. E ogni mese si comincia da capo, con il conto a zero virgola, ma poi puntualmente arriva tutto il necessario. Mi accade un po’ come Dio ha fatto con il popolo di Israele nel deserto: la manna era solo per quel giorno e non se ne doveva conservare per il giorno dopo. Questo perché il giorno successivo Dio ne avrebbe mandata altra, e Israele aveva il dovere di fidarsi.

Ecco qui: ho voluto mettermi un po’ a nudo per i miei lettori. Quella che vi ho raccontato è l’esperienza della mia preghiera nel concreto e del mio rapporto con Dio.

In un prossimo articolo voglio scrivere una breve esegesi del brano della Genesi. Così come sono solito pregarlo.

Un caro saluto a tutti i lettori. Se qualcuno tra i lettori fosse rimasto confuso dalla mia esperienza, preghi per me. Perché possa diventare migliore.

Fonte: Investigatore Biblico

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