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Vedere “Unplanned” e capire che cos’è veramente l’aborto

di Silvana De Mari

Unplanned, il toccante film, uscito nel 2019 per la  regia di Cary Solomon e Chuck Konzelman, sta per uscire nelle sale italiane. Prodotto dalla Dominus Production, narra la storia vera di Abby Johnson, direttrice di una delle più importanti cliniche per gli aborti in Texas, divenuta attivista per la difesa della vita dopo aver assistito per la prima volta a un aborto eco–guidato. Arruolata come volontaria ai tempi del College, perché è bello che le donne possano abortire, quindi un’adolescente sceglie questa libertà come causa cui votare il suo tempo libero e la sua energia, Abby si prodiga nell’associazione a cui lei stessa, all’insaputa dei genitori fermamente contrari, era ricorsa in due occasioni per interrompere la gravidanza. Particolarmente traumatico e doloroso il secondo aborto, quello farmacologico: la pillola abortiva le viene consegnata dicendole che libererà gentilmente il suo utero. Le scene successive ci mostrano Abby a casa, sola, raggomitolata sul pavimento del bagno, in preda a dolori lancinanti mentre sanguina ed espelle coaguli. La procedura richiederà giorni e le conseguenze si protrarranno per mesi. Eppure quando qualcuno anche in Italia ha osato avvertire le donne, quando è stata scritta la verità su un cartellone, prenderesti mai un veleno?, paragonando la pillola abortiva a un veleno, le associazioni che fingono di amare le donne erano insorte. Qualcosa che, se dato a una persona sana, la fa vomitare, la fa contorcere, la fa sanguinare, uccide il bimbo che porta, la mette in condizioni di pericolo di trombosi non è un veleno?

Nessuno aveva avvertito Abby, come nessuno avverte mai le donne che prendono questa strada. Una mia paziente aveva seguito questa procedura: mi ha descritto quelle interminabili ore, raggrumate in interminabili giorni seguiti da interminabili anni di rimpianti, ma chi si azzarda a parlarne alle donne viene accusato di mancare loro di rispetto. La spassionata impressione è che delle donne e del dolore delle donne non importi un accidente a nessuno, quello cui bisogna portare rispetto è alla loro volontà di abortire. Tutte le loro altre volontà sono spazzatura.

Convinta che lo scopo principale dell’associazione sia quello di prevenire le gravidanze indesiderate e quindi ridurre il numero degli aborti, che dovrebbero restare comunque un’ultima ratio, la protagonista si spende al suo interno. Il suo coinvolgimento e la dedizione alla causa la porteranno, dopo la laurea, ad una rapida ascesa fino a ricoprire il ruolo di direttrice della clinica che fa capo all’ organizzazione per la “pianificazione familiare” più potente d’America, la Planned Parenthood, il più straordinario abortificio: Abby arriva alla nomina di “dipendente dell’anno 2008”.

Una mattina iniziata apparentemente come tutte le altre in realtà cambierà la sua vita: a causa della carenza di personale, la protagonista, per la prima volta, viene chiamata ad assistere un medico che pratica le interruzioni di gravidanza monitorando l’intervento per mezzo dell’ecografia. Abby  appoggia la sonda sul ventre della donna alla tredicesima settimana di gestazione e vede il feto. Deve tenere gli occhi sul monitor per seguire l’intervento e assiste a qualcosa che mai si sarebbe aspettata: quando il medico avvicina l’estremità dell’aspiratore, il feto si sposta, cerca di sottrarsi. Le parole del clinico fanno capire che è sempre così… L’aspiratore viene messo in funzione e il piccolo corpo finisce smembrato mentre i tubi dell’aspiratore si riempiono di sangue, perché l’aborto è questo.

Questa è anche la mia storia.

Certo, anche io era così favorevole! Era così giusto. Un diritto che nessuna donna si tenesse nella pancia un figlio che non voleva. Anche io tifavo per la Bonino. E poi: tutte le donne morte di conseguenza dell’aborto. Che erano così tante. Bizzarro che in anni di pronto soccorso non ne avessi mai incontrata nemmeno una. Ma proprio nemmeno una. Se i numeri del partito radicale erano quelli che erano avremmo dovuto vederne nei nostri pronto soccorso almeno una al mese e tre complicazioni, almeno. E invece nulla. Che quei numeri fossero orrendamente gonfiati? Ma no. Era un caso. Noi non ne avevamo mai vista una per puro caso. Il fatto è che dato che gli aborti erano vietati, la gente non lo faceva, lo percepiva come una barbarie. I mariti non spingevano le mogli ad abortire. Poi è diventata una cosa normale. Era normale chiedersi “lo tengo o no, ma in fondo non ne ho voglia, quindi no?”. In realtà la scelta viene fatta nelle prime settimane, quando per motivi ormonali tutto sempre deprimente, quando ancora si è scombussolate dalla notizia, quando ancora non ci si è innamorate dell’idea di essere madri. Quando l’aborto fu legalizzato a me era sembrata una straordinaria vittoria. Poi finalmente è arrivato il 1986: sono partita a fare il medico in Etiopia, e in quei paesi bisogna essere capaci di fare un po’ di tutto, e quindi prima di partire ho chiesto ai colleghi della ginecologia di frequentare per qualche ora il loro reparto. Ho assistito a un paio di parti, aiutato un paio di cesarei (un’emozione indescrivibile), fortunatamente la manualità è la stessa delle chirurgia, e quindi il passaggio da una specialità all’altra è facile. Dato che un medico deve saper fare anche i raschiamenti, indispensabili in caso di aborto spontaneo e necessità di revisione della cavità uterina, ha assistito anche alle IVG; interruzioni volontarie di gravidanza, e ne ho fatta una. Bene, è tutto qui. Aborto è una parola. Un ammasso di sillabe. Diritto. Autodeterminazione. Sono tutte sillabe: avete capito cosa finisce nel bidone delle garze sporche? O a pezzi nel bidone dell’aspiratore. Quello che la signora Bonino aspirava con la sua pompa di bicicletta era una creatura viva con un cuore che batteva, che viene smembrata e aspirata a pezzi. Quello che io ho buttato nel bidone delle garze sporche era un bimbo con gambe e braccia, e una testa e un cuoricino che avrebbe continuato a battere, se io non lo avessi fermato.
Forse è giusto che una donna decida del suo corpo, ma deve essere ancora più sacrosanto che la società le chieda di non farlo. Questa sola frase, “Signora, ci ha pensato bene? Questo è il suo bambino!” mi ha permesso di fermare decine di donne. Tutte mi hanno ringraziato. Il maledetto consenso informato che si firma per abortire non contiene la verità. Non c’è scritto “Lei potrebbe rimpiangerlo. E quando lo rimpiangerà sarà troppo tardi, sarà troppo tardi, questo era il suo bambino unico e irripetibile e invece di proteggerlo lei lo ha ucciso. Il consenso infermato non dice nulla della depressione post aborto dell’aumento del rischio di sterilità. L’aborto è sotto censura. Perché siamo bersagliati dalle immagini degli animali scuoiati per le pellicce, o della macellazione, ed è sotto censura l’immagine del feto ucciso, con le sue manine chiuse a pugnetto, e il suo cuoricino che stupidamente batte perché il piccolo idiota non ha capito che è spazzatura, che il suo ruolo è di riempire il bidone della spazzatura con le garze sporche. È stato abortito per un sospetto di un difetto esofageo (che non c’era) un feto che è nato vivo, di quasi sei mesi ed ha impiegato dieci ore a morire di disidratazione, una morte atroce. L’aborto è un suicidio differito, una donna che si ama il suo bambino lo mette al mondo, una donna che si odia lo uccide. E il rimpianto arriva. Io passo il mio tempo ad ascoltare il dolore del rimpianto, queste voci di donne, che nessuno consola, perché non è consolabile.

Abby capisce  che, contrariamente a quanto viene detto, il feto prova dolore. Questa esperienza sarà l’inizio di un drammatico percorso personale, della presa di coscienza ed avvicinamento ai movimenti pro-vita che la porterà a dimettersi al culmine di una promettente carriera; ciò darà il via alla battaglia legale di Planned Parenthood, sostenuta da lobbies potentissime, per intimidire Abby Johnson e distruggerne la credibilità…

Il film, coinvolgente e  interpretato da ottimi attori, ha il grande merito di mettere in luce gli interessi economici, il cinismo e  le gravi mistificazioni del sistema. Alle donne che si rivolgono alla clinica per interrompere la gravidanza, viene fatta l’ecografia: serve per stabilire l’età del feto  e determinare il costo dell’intervento, ma le immagini non vengono mostrate alla madre, perché c’è il rischio che cambino idea, e la struttura guadagnerebbe meno. Donne che hanno visto le immagini hanno dichiarato che non sapevano fosse così, e che se l’avessero saputo non lo avrebbero mai fatto. Facciamo in modo che tutte lo sappiano. E chiediamo un’immediata revisione della legge 194 che tolga la gratuità all’aborto, equiparando il feto a un tumore, una vita umana a un parassita da eliminare.

Fonte: silvanademaricommunity.it 

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