Brasile: arcivescovo utilizza la Santa Messa per collaborare con la lobby Lgbt

di Juan Carlos Monedero

Il 21 maggio 2021 il cardinale Sérgio da Rocha – arcivescovo di San Salvador de Bahia e primate del Brasile – ha celebrato una Messa “per le vittime della Lgbt-fobia”: così, proprio con queste parole. Erano presenti attivisti della cosiddetta lobby gay, tra cui un travestito. La celebrazione è stata trasmessa sui social network, ed è iniziata con il saluto di quest’uomo travestito da donna. Dopo la comunione, il travestito ha cantato l’Ave Maria.

Acidigital riferisce che la Messa, con queste modalità, si è svolta su richiesta del Centro per la promozione e la difesa dei diritti Lgbt di Bahia, nonché di un ente statale denominato Agenzia del Dipartimento di giustizia, diritti umani e sviluppo di Bahía.

Offrire la Messa in questi termini è – da parte del cardinale Sérgio da Rocha – uno schiaffo in faccia, un vero oltraggio. In primo luogo, al Volto di Nostro Signore Gesù Cristo e, in secondo luogo, nei confronti dei cattolici. Per favorire l’ideologia di genere, il prelato non si tira indietro nemmeno davanti alla maestà del Santo Sacrificio della Messa: anzi, la strumentalizza per legittimare il codice linguistico del nemico.

“Se lo stesso cardinale li invita, significa che non sono persone cattive e non dicono bugie e falsità”. Così ragiona una persona comune, ed è quello che sta già accadendo in Brasile.

La presenza in massa di attivisti di genere dimostra (nel caso ci fossero dubbi) che si è verificato un vero sacrilegio, per il semplice motivo che questi sabotatori del buon senso non sosterrebbero con la loro presenza un atto veramente religioso.

Il cardinale potrebbe essere definito un “collaboratore dell’agenda di genere”: si è servito della Santa Messa come paravento e così ha compromesso niente meno che la sua autorità di successore degli apostoli. Il messaggio inespresso, per il resto dei fedeli e per i suoi subordinati, è chiaro: se può farlo il primate, possono farlo anche i parroci.

Questa derisione del culto e del Sacramento è una coltellata per milioni di cattolici che, sia in Brasile sia in tutte le nazioni del mondo, lottano da anni contro l’ideologia di genere. Quale messaggio viene dato a tutti quei cattolici che cercano di stabilire la verità sul sesso, confutare gli errori in materia e salvare le vittime di questa ideologia, la cui identità sessuale è in pericolo?

San Tommaso d’Aquino definisce lo scandalo come l’occasione di rovina altrui con parole o azioni: indurre gli altri, trascinare gli altri al peccato, anche dando il cattivo esempio (Summa theologica II-II, q 43, art. 1, corpo).

Qui accade esattamente questo: il cardinale induce i cattolici brasiliani a compiacersi con i nemici dell’ordine naturale e soprannaturale. Il fatto non è tanto che il cardinale promuova comportamenti omosessuali, ma, soprattutto, che trascini i fedeli della Chiesa – con il suo cattivo esempio – a porre il culto come strumento docile degli agenti della sovversione culturale, come se non ci fosse una guerra in atto nei collegi, nelle scuole, nelle università, nei media, nella comunicazione, nelle leggi. Come se questi agenti non ricevessero milioni di dollari per promuovere la cultura della morte, così come ci avvertì san Giovanni Paolo II. Pertanto, il culto cattolico rimane al servizio degli attivisti di genere, che sono anche promotori di pedofilia, pornografia e “educazione sessuale integrale”.

Nelle dichiarazioni fatte dopo la celebrazione, il fondatore di uno di questi gruppi chiamati pro-gay, presente alla Messa, ha affermato: “È la prima volta nella storia del Brasile che un cardinale, massima autorità della Chiesa cattolica, primate del Brasile, celebra una messa in memoria degli Lgbt assassinati”. Se fosse stata un’iniziativa nobile, il cardinale avrebbe semplicemente ricordato le persone ingiustamente assassinate, senza soffermarsi su questo codice linguistico ingannevole. Invece no: il cardinale ha usato l’acronimo Lgbt come Cavallo di Troia. L’obiettivo perseguito è chiaro: rendere naturale il comportamento omosessuale e muovere a compassione il pubblico, a scapito del giudizio critico.

Nonostante tutto ciò che abbiamo riportato, in dichiarazioni successive il cardinale Sérgio da Rocha non si è vergognato nell’affermare che l’équipe incaricata dell’organizzazione della Messa “non ha favorito la diffusione o l’uso ideologico della celebrazione”. Ma le azioni non possono essere coperte con semplici parole. Colui che nega con la bocca ciò che afferma con i fatti perde ogni credibilità.

Com’era prevedibile, il cardinale si aspettava le critiche: infatti, anticipando le lamentele dei fedeli cattolici, ha detto da un lato di accettare “la critica rispettosa, cercando di superare gli insuccessi”, e dall’altro sostiene che risponde “alle offese personali con il silenzio e la preghiera”. In questo modo anticipa che si prenderà il lusso di non rispondere e che, se non risponde, è perché si è sentito offeso. Il modus operandi che sta dietro questa apparente dignità è facile da decifrare: il cardinale tacerà su quelle critiche che non gli conviene riferire, e risponderà solo se gli converrà; questo è quanto, di fronte ad argomentazioni traballanti e/o reazioni tiepide da parte di chi teme di affrontare il primate del Brasile.

La cosa più grave di tutte è vedere come siano state imbastardite le parole amore e carità, che stanno diventando strumenti per rendere solidali il peccato e l’ideologia di genere. Alla fine, è passato quasi un mese e il cardinale non è stato pubblicamente esautorato. Alcuni lettori potrebbero chiedersi se valga la pena di prendere in considerazione l’inerzia del papa. A questo proposito, è bene ricordare un principio della logica – e di conseguenza del diritto – che dice così: “Si presume il normale, si dimostra l’anormale”. D’altra parte, lo stesso papa Francesco una volta ha detto: “Coloro che hanno fatto il Diritto romano dicono che il silenzio è un modo di parlare”. Il proverbio popolare insegna che chi tace acconsente. La mancanza di risposta è una risposta.

In Brasile c’è l’effetto, a Roma c’è la causa. È lì che deve guardare la militanza cattolica: verso il papa.

Fonte: jcmonedero.com

Mail: juancarlosm_82@hotmail.com

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