Vaccino senza linee cellulari di provenienza fetale. La ricerca italiana

Vaccino etico senza aborti. L’intervista al team italiano che ci sta lavorando

Nel quasi totale silenzio mediatico, avanza la ricerca sui nuovi vaccini. All’Università degli Studi di Milano, procedono le sperimentazioni a livello preclinico su LeCoVax2: questo il nome del prodotto sviluppato in collaborazione con VisMederi Research. Il lavoro è coordinato in team da Claudio Bandi, Sara Epis e Gian Vincenzo Zuccotti del Centro di ricerca pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi” dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con Emanuele Montomoli, responsabile scientifico di VisMederi Research srl e docente presso l’Università di Siena. Le peculiarità di LeCoVax2 sono molteplici: la produzione della proteina avviene all’esterno del corpo umano; si sta sperimentando la somministrazione del vaccino per via orale; soprattutto, non è previsto alcun utilizzo di linee cellulari di provenienza fetale. Non sarà dunque necessario alcun aborto per produrlo. A colloquio con Pro Vita & Famigliail professor Bandi, docente di Malattie parassitarie presso il Dipartimento di Bioscienze e coordinatore della Piattaforma di Epidemiologia genomica e Microbiologia sperimentale presso il Centro di ricerca pediatrica “Romeo ed Enrica Invernizzi”, ha illustrato un progetto per il quale si procede con grande cautela ma con ragionevoli speranze di successo.

Professor Bandi, a che punto è la vostra ricerca su LeCoVax2?

«La ricerca è in fase preclinica, non siamo, cioè, ancora arrivati alla sperimentazione sull’uomo, per la quale saranno necessari ancora alcuni mesi. È verosimile che con questo virus dovremo convivere ancora per parecchi mesi, forse per alcuni anni, quindi sarà opportuno disporre preparati vaccinali diversi. Il nostro è un gruppo di ricerca relativamente piccolo, non abbiamo né le dimensioni, né la disponibilità economica e la rapidità d’azione di una multinazionale del farmaco. Ma stiamo sviluppando un preparato molto promettente. Il compimento della fase attuale dovrebbe concludersi entro fine novembre, dopodiché tireremo le somme e valuteremo se sarà possibile passare alla fase clinica».

Quali sono le differenze fondamentali tra il vostro e i vaccini attualmente in uso, in particolare quelli a RNA messaggero?

«Le tipologie di vaccino utilizzate in questo momento sono essenzialmente due: a RNA messaggero e a vettore virale. Nel primo caso, vengono somministrati degli RNA messaggeri che, nelle nostre cellule, porteranno alla “costruzione” delle proteine del virus che faranno da antigene, determinando la risposta immunitaria. I vaccini a vettore virale, come AstraZeneca o Johnson & Johnson, prevedono invece l’ingresso di DNA nelle cellule; dal DNA deriverà l’RNA su cui verrà sintetizzata la proteina del virus. Nel nostro caso, abbiamo una produzione della proteina che avviene all’esterno dell’essere umano, per poi venire inoculata. A tal riguardo, stiamo studiando due possibilità: o la somministrazione “purificata” del prodotto o la somministrazione della proteina associata al microorganismo che la produce, la Leishmania tarentolae, che, viste le sue caratteristiche, dovrebbe potenziare la risposta immunitaria. È un approccio diverso, nel senso in cui i vaccini in fase di utilizzo prevedono che la proteina del virus venga sintetizzata di fatto dalle nostre cellule. Nell’approccio abbiamo scelto – che in realtà è già utilizzato e ben consolidato – la proteina viene prodotta al di fuori».

Non è previsto quindi, il ricorso a cellule di feti abortiti?

«In questo caso, le cellule che abbiamo a disposizione sono le cellule di un microorganismo, una Leishmania non patogena, che verrebbe somministrata inattivata (cioè non vitale) o addirittura frammentata. Quindi non utilizziamo assolutamente niente che abbia a che fare con materiale d’origine fetale».

Che tempi di sperimentazione prevedete?

«Le grandi compagnie hanno a disposizione altre strutture, altre disponibilità economiche e riescono a sviluppare la fase preclinica in tempi più rapidi rispetto a quanto è possibile per noi. Noi abbiamo iniziato la nostra sperimentazione preclinica nel marzo 2021 e contiamo di concluderla a novembre. Dobbiamo ora concludere una serie di esperimenti, i risultati sono incoraggianti, abbiamo una produzione di anticorpi con proprietà neutralizzante. Per sapere, però, se ne valga davvero la pena, se LeCoVax2 offre qualcosa di più rispetto agli altri vaccini sul mercato, dovremo aspettare novembre. Un aspetto su cui stiamo lavorando è la somministrazione per via orale. È una via di somministrazione ancora in fase di ottimizzazione, anche se alcuni giornali hanno già parlato frettolosamente di “vaccino in pillola”. In realtà stiamo ancora verificando se questo tipo di somministrazione dia una risposta adeguata e in grado di neutralizzare il virus».

Il vaccino per via orale ha dei precedenti?

«Sì, ad esempio il vaccino antipolio di Sabin. Ci sono molti studi anche in campo animale sulla somministrazione per via orale. Nel caso del vaccino di Sabin il vaccino consisteva in un virus vivo, ma attenuato nella sua capacità di determinare la malattia. Nel nostro caso, come detto, non prevediamo la somministrazione del virus.

Può infine parlarci della Leishmania e del suo “ruolo” nel potenziale vaccino?

«La Leishmania, che utilizziamo per produrre la proteina del virus per suscitare la risposta immunitaria, è un organismo che, per sua natura, ha la tendenza ad entrare nelle cellule dendritiche, cellule che innescano e guidano la risposta immunitaria. La nostra intuizione è quella di sfruttare le caratteristiche di questa Leishmania, entrare all’interno di queste cellule dendritiche che poi governano la risposta immunitaria: la Leishmania mantiene questa caratteristica, anche se viene inattivata e frammentata, come da noi previsto. Quindi possiamo avere dei frammenti di Leishmania che trasportano l’antigene del virus e, al tempo stesso, riusciamo a mirarlo su queste cellule da cui parte la risposta immunitaria; questa è una caratteristica peculiare del prodotto che stiamo sviluppando».

Fonte: provitaefamiglia.it

 

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