Cardinale Müller: l’aborto come “diritto”, rivendicato dalla maggioranza del Parlamento europeo, è un ritorno alla barbarie

Il cardinale Gerhard Müller in una corposa intervista al giornalista Lothar C. Rilinger (Cna Deutsch) analizza la deriva dell’Europa e del resto dei paesi del mondo che stanno varando leggi inique. Particolare enfasi è posta sulle norme che legalizzano eutanasia e suicidio assistito e liberalizzano ulteriormente l’aborto.

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Il diritto alla vita è considerato un diritto umano – in quanto diritto da tutti considerato fondamentale – e in ultima istanza appartiene a tutti, almeno teoricamente. Ma gli esseri umani non nati, anche se ne fossero capaci, non potrebbero sempre invocare questo diritto; infatti, è concesso solo selettivamente, solo se la madre è d’accordo.

Questa limitazione del diritto umano alla vita si manifesta non solo nella legge sull’aborto. Di questa restrizione legale del diritto si sta discutendo anche in relazione all’assistenza attiva alla morte (eutanasia, suicidio assistito), e tale restrizione è già diventata una realtà giuridica in diversi paesi europei. Mentre dopo l’ultima Guerra mondiale esisteva ancora un tabù generalmente accettato contro il dibattito sulla legalizzazione dell’omicidio nell’ambito dell’assistenza attiva alla morte, il dibattito etico si è gradualmente sviluppato e ora include, se qualcuno lo desidera, la legalizzazione dell’omicidio da parte di terzi. La dimensione etica e la rilevanza di questo dibattito sono immense.

Per questa ragione, il cardinale Gerhard Müller ha voluto rendere pubblico il suo punto di vista su come classificare eticamente e legalmente l’assistenza attiva alla morte.

Il diritto umano alla vita è assegnato agli esseri umani da un’élite politica o questo diritto è intrinsecamente inerente a ogni essere umano, nato o non nato?

Ogni essere umano è concepito e nasce da suo padre e sua madre. Proviene dalla loro capacità generativa e incontra – così speriamo e preghiamo – genitori e parenti che lo accolgono con amore e rispetto e gli conferiscono così la fiducia primordiale nella bontà dell’essere. Lo Stato è solo la forma organizzativa della vita sociale, ma non è il creatore della vita, tanto meno il proprietario e signore degli abitanti del suo territorio. Siamo cittadini liberi, non vassalli di potentati e schiavi nelle loro strutture produttive.

Qualsiasi Stato perverte la sua limitata autorità in materia di bene comune quando coloro che ne guidano il destino si comportano come tiranni e si lasciano adorare come dei. Perché il vero Dio, come crede la tradizione giudaico-cristiana, è il Creatore della vita che garantisce generosamente la libertà. Egli stabilisce anche la dignità inalienabile di ogni singolo essere umano predestinandolo alla salvezza eterna. La questione della dignità umana non è una riflessione astratta accessibile solo alle menti filosofiche più brillanti. Dopo gli efferati delitti degli Stati totalitari – nientemeno che nel XX secolo, e si dicevano così illuminati – i padri e le madri della Costituzione della Repubblica federale di Germania hanno stabilito la dignità inalienabile di ogni essere umano e i diritti umani fondamentali come fondamenta di una democrazia costituzionale. Questi diritti fondamentali precedono, come punto di riferimento critico, ogni legislazione positiva.

Ogni Stato e qualsiasi organizzazione sovranazionale che neghi e limiti il ​​diritto all’integrità fisica già sancito nella natura razionale, corporale e sociale dell’uomo, e il diritto al libero arbitrio e alla libertà di coscienza in materia di religione ed etica, è automaticamente pervertito in un sistema di ingiustizia. I diritti fondamentali devono derivare dalla natura razionale dell’uomo e non possono essere decretati “dall’alto” in modo positivista e arbitrario dall’autorità di governo attraverso una decisione maggioritaria o i dettami di un’oligarchia dominante. La “classe politico-mediatica” non può più prescrivere ciò che i filosofi devono pensare e ciò che i fedeli possono professare. Inoltre, le sottili pressioni a conformarsi alle proprie convinzioni e opinioni sulla religione, la spiritualità e la vita morale evocano il pericolo di una dittatura totalitaria in veste moderna. Questo vale anche per gli Stati europei o per l’Unione europea, che, dalla loro immagine di democrazie parlamentari traggono l’errata conclusione di poter limitare o addirittura revocare i diritti fondamentali con decisioni a maggioranza. Per citare un esempio terrificante: è e continua a essere un crimine contro l’umanità quando le agenzie governative privano i genitori del loro diritto naturale a prendersi cura dei propri figli, solo perché prudentemente non accettano alcune misure individualmente discutibili nella crisi del Covid-19.

Il quinto comandamento proibisce di uccidere. Tuttavia, a quali condizioni potrebbe essere giustificata l’uccisione di esseri umani?

Il Decalogo biblico riflette la fede di Israele in Dio, Creatore della vita e liberatore dalla disumana schiavitù. Ma le prescrizioni dei Dieci Comandamenti sono comprensibili a ogni essere umano ragionevole come legge morale naturale, perché il contrario significherebbe il crollo di tutta l’umanità. Senza questi principi si finisce con la legge del più forte, cioè il trionfo del potere sul bene o l’assoggettamento della verità alle menzogne ​​della propaganda.

La forma giuridica storica della pena di morte si fondava sulla verità che una persona perde il diritto alla propria vita solo se ha volontariamente e consapevolmente assassinato un altro essere umano per motivi vili o se ha maliziosamente ha messo in pericolo di morte la comunità, come tradimento. Eppure, sappiamo benissimo come la pena di morte sia stata strumentalizzata milioni di volte come mezzo per affermare il potere e di intimidazione. Inoltre, le migliaia e migliaia di errori giudiziari e omicidi giudiziari commessi contro esseri umani innocenti hanno – grazie a Dio – reso obsoleta la pena di morte nei moderni Stati costituzionali democratici.

Nel caso dell’autodifesa, nel caso di morte, la colpa è dello stesso aggressore, perché minacciando un essere umano innocente ha messo a rischio immoralmente la propria vita. Tuttavia, una situazione limite ed estrema va valutata dal punto di vista dei principi morali e, viceversa, non deve essere strumentalizzata per relativizzare il divieto generale di uccidere. Il difficile dilemma da superare in gravidanza, quando la vita del bambino si suppone sia in conflitto con la vita della madre, non può essere superato con il diritto morale all’autodifesa, ma solo con la logica dell’amore di una madre da sola di fronte a Dio.

La soppressione della vita umana è sempre un atto che non può essere intrapreso senza conflitto morale. Per aggirare questo dilemma, il filosofo australiano Peter Singer ha suggerito di fare una distinzione tra l’essere umano e la persona. Secondo questa teoria, il diritto umano alla vita non dovrebbe essere legato alla pura condizione umana – classifica la vita di un neonato come inferiore a quella di un maiale, cane o scimpanzé – e, di conseguenza, dovrebbe quindi essere disponibile solo per le persone che possono esercitare razionalità, autonomia e autocoscienza e, quindi, sono da considerarsi persone. Può accettare questa distinzione?

Questi “filosofi”, con le loro preferenze per maiali, cani e scimpanzé, sono inaffidabili semplicemente perché applicano i loro principi deliranti e misantropici solo agli altri, ma non a se stessi. Una madre che, dopo un parto felice, prende in braccio il proprio bambino, secondo quella logica, sarebbe moralmente a un livello inferiore rispetto a un amante dei cani che si lascia leccare il viso dal suo amico a quattro zampe. Vedere una donna incinta o un neonato nella culla risveglia in ogni essere umano psicologicamente normale un gioioso stupore per il miracolo della vita e, inoltre, produce più ormoni della felicità che vedere un branco di maiali che grugniscono o una schiera di scimmie urlanti.

Razionalità, autonomia, autocoscienza, intelligenza, talento sono da un lato disposizioni naturali in ogni singolo essere umano, ma dall’altro sono qualità innate o acquisite che sono e possono svilupparsi, in misura diversa, nei singoli esseri umani. Qualsiasi computer ha una potenza di calcolo migliore grazie all’intelligenza artificiale. Tuttavia, non è un essere vivente, e non è certo una persona spiritualmente dotata di responsabilità morale delle sue azioni e omissioni: la cui peculiarità individuale è chiamata “persona”. Per inciso, la definizione del concetto di persona risale a Boezio, un vero filosofo rovinato da intrighi politici. Teodorico, re dei Goti, lo fece brutalmente giustiziare intorno all’anno 524 o 526 per alto tradimento. Sin dai tempi di Socrate, il potere è in guerra con l’intelletto.

L’uomo si comporta come un dio quando nella sua arroganza – come diceva Robert Spaemann – si allontana dalla comunione delle creature con tutti gli esseri viventi sulla terra attraverso l’eutanasia attiva?

L’espressione “assistenza attiva alla morte” suona molto gradevole, utile ed empatica. L’eutanasia è un eufemismo che suggerisce una “buona morte” che ci libera dal nostro dolore e dalla paura e, in generale, dai tormenti dell’esistenza terrena, e anche dal bisogno di affrontare la nostra contingenza. L’aiuto veramente filantropico per una persona morente consiste nel rispettare la sua dignità di essere umano nell’ultima fase della vita, dandogli coraggio di fronte alle sue paure. Il credente lo consolerà con la speranza che il nostro Creatore non ci lascia soli, nemmeno dopo la morte. Dio ci dona la pace e una casa in comunione eterna con Lui. Anche il sollievo medico dal dolore dovrebbe essere dato a ogni persona morente. L’accompagnamento affettivo attraverso la cura amorevole dei propri familiari e l’accompagnamento spirituale dei pastori sono più richiesti di una soluzione apparente che attraverso la tecnologia spegne semplicemente la luce della vita, cioè uccide consapevolmente e deliberatamente il paziente. Questo è il peggior attacco alla sua dignità, perché gli viene detto che non esiste come persona in se stessa e che non è amata da noi come tale, ma solo nella misura in cui è utile alla società. Gli viene dato di intendere che sarà smaltito come materiale usato. E perfidamente si pretende da lui che dia persino il suo consenso suicida, così da smettere di essere un peso inutile per i suoi simili.

Le seguenti domande e risposte riguardano le leggi vigenti in Germania.

La depenalizzazione dell’aborto durante i primi tre mesi e dopo la consulenza potrebbe avere conseguenze per l’ulteriore trattamento giuridico del diritto alla vita e servire a ridurre il diritto alla vita delle persone nate? Dato che, in definitiva, tutti i cambiamenti nella legge nascono da piccoli inizi, da cambiamenti insignificanti in certe sottolineature, potrebbe portare a una rivalutazione del diritto alla vita?

L’uccisione di una persona nel grembo di sua madre è un orribile crimine contro la dignità di questo essere umano nella sua irripetibile unicità. Il fatto che egli sia nelle prime fasi del suo sviluppo corporeo non cambia in alcun modo il valore della sua esistenza come essere umano individuale. Se la maggioranza dei deputati al Parlamento europeo – in una diabolica perversione del concetto – chiede un “diritto umano” all’aborto e vuole criminalizzare i difensori del diritto alla vita di ogni essere umano –specialmente di quelli nel grembo materno – allora tutto ciò non è altro che un’aperta ricaduta nella barbarie. Stiamo parlando del peggior attacco suicida da parte dello Stato di diritto su se stesso.

In Germania, alcune persone hanno ceduto all’illusione che lo Stato possa adempiere alle proprie responsabilità nei confronti del diritto illimitato alla vita dei bambini nel grembo materno anche senza diritto penale. La pratica corrente si fa beffe di tali illusioni. Soprattutto, si è insinuata la falsa consapevolezza che un atto è ingiusto solo se è punito dalla legge. Ciò che è consentito sembra anche essere giusto, ma il sistema giuridico non è identico all’etica. Tuttavia, entrambi gli ordini non devono essere completamente estranei l’uno all’altro. Altrimenti, la legge diventa arbitraria e la morale una questione privata.

La discussione sulla legalizzazione dell’assistenza attiva alla morte –come chiedeva il costituzionalista Ernst-Wolfgang Böckenförde – non dovrebbe prendere in considerazione anche le forze che precedono la legge e che ritroviamo nella religione?

La legislazione positiva, nel cambiare le leggi statali e la relativa giurisprudenza, deve essere preceduta da una coscienza morale che le sostenga. Le leggi positive non possono essere sempre applicate in modo formalistico. A seconda delle circostanze, ci sono anche delle eccezioni. Se un pedone attraversa la strada quando il semaforo è rosso, il conducente il cui semaforo è verde non può insistere sui suoi diritti e mettere in pericolo il pedone. In altre parole: nessuno ha il diritto di spegnere la propria ragione morale e appellarsi al proprio diritto formale o addirittura di invocare la necessità di eseguire ordini, solo per evitare la responsabilità delle conseguenze negative delle proprie azioni. Anche se un medico europeo è obbligato per legge a eseguire un aborto, è altrettanto responsabile della morte del bambino quanto il suo collega in Cina lo è per il prelievo di organi ordinato dallo Stato.

Si possono addurre considerazioni utilitaristiche, che potrebbero essere puramente economiche, per giustificare il suicidio assistito?

L’”assistenza alla morte” gestita commercialmente, o il suicidio assistito, non è altro che un grave crimine contro la dignità e la vita di una persona umana, per quanto sia “venduto” (nel senso peggiore del termine) come una buona azione.

In alcuni paesi europei è stato legalizzato il suicidio assistito. Può condividere l’opinione dell’autore francese Michel Houellebecq, che ha affermato che uno Stato che legalizza l’eutanasia ha perso ogni rispetto, quindi deve essere sciolto per fare spazio a un altro sistema?

Sì. Posso facilmente essere d’accordo con lui. Non è l’unico pensatore che, anche senza fare esplicito riferimento a Dio in senso ebraico e cristiano, vede oggi in pericolo i fondamenti della cultura europea della ragione e dell’umanità. Con il loro programma di scristianizzazione sistematica, quelli della nomenklatura politico-mediatica firmano la propria condanna a morte per l’Europa che pretendono di rappresentare.

Solo una potente rinascita della verità sulla dignità inalienabile che appartiene incondizionatamente per natura a ogni singolo essere umano può salvarci dal disastro abissale di una dittatura orwelliana del puro potere senza senso e del calcolo utilitaristico amorale: i sistemi fascista e stalinista nel secolo XX erano solo orribili anticipazioni. Ma quando i nostri vicini orientali furono brutalmente oppressi dai tre Stati assolutisti Russia, Prussia e Austria, e poi dall’Unione Sovietica e dalla Germania nazista, cosa cantarono? “La Polonia non è ancora persa, finché siamo vivi…”.

I credenti sanno che da tempo immemorabile i nemici del popolo di Dio “confidano nei carri, gli altri nei cavalli” (cfr Sal 20,7), e oggi mettono la fiducia nel potere finanziario delle élite e nel lavaggio del cervello delle masse. Tuttavia, contro tutti i meri calcoli terreni, “noi invocheremo il nome del Signore, del nostro Dio”. A Lui grida il salmista: “Salvami dalla gola del leone.
Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali” (Sal 22, 21).

Fonte: de.catholicnewsagency.com

Titolo originale: Gibt es ein gutes Töten? Ein Gespräch über die aktive Sterbehilfe. Kardinal Gerhard Ludwig Müller im Gespräch mit Lothar C. Rilinger

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