Maria sacrificata sull’altare dell’ecumenismo?

di Mark Miravalle*

Le onnipresenti crisi globali di oggi sottolineano l’imperativo per tutti i cristiani di unirsi nella massima misura possibile. Ma come può la Chiesa realizzare al meglio un vero progresso ecumenico e promuovere la vera unità dei cristiani in questi tempi di difficoltà?

Gli sforzi ecumenici a partire dal Concilio Vaticano II hanno generalmente condotto a forme fruttuose di preghiera comune e di dialogo fraterno tra le diverse tradizioni cristiane, principalmente sottolineando ciò che tutte le confessioni cristiane hanno in comune.

Ma è abbastanza? Possiamo davvero realizzare la preghiera ecumenica di Gesù affinché “siano tutti uno” (Gv 17,19) discutendo solo di ciò che tutti i cristiani hanno in comune?

Molti cattolici coinvolti nella missione ecumenica della Chiesa sono giunti con umiltà alla conclusione che, in misura significativa, il movimento ecumenico è arrivato ad un punto morto.

Sebbene la preghiera e il dialogo cristiani comunitari siano certamente utili, da soli non porteranno le diverse confessioni cristiane nell’unico Corpo di Cristo.

Cosa si richiede allora? Perché si realizzi l’unità ecumenica definitiva, la pienezza della dottrina e della vita cattolica deve essere discussa onestamente, in piena trasparenza e senza alcuna riduzione o compromesso.

Per quanto dogmatico o “non-ecumenico” possa sembrare a prima vista, la pienezza della rivelazione cristiana è tuttavia l’unico fondamento e prerequisito per l’unità cristiana reale, vera e duratura. L’unità scaturisce dalla verità, la comunione dalla dottrina. L’istruzione ecumenica di San Giovanni Paolo II lo rende indiscutibilmente chiaro:

L’unità voluta da Dio può realizzarsi soltanto nella comune adesione all’integrità del contenuto della fede rivelata. In materia di fede, il compromesso è in contraddizione con Dio che è Verità. Nel Corpo di Cristo, il quale è “via, verità e vita” (Gv 14,6), chi potrebbe ritenere legittima una riconciliazione attuata a prezzo della verità?[1]

Cooperazione umana libera nella redenzione

Alla base di tutta la discussione ecumenica la questione centrale è la legittimità e la necessità della libera cooperazione umana nella Redenzione. Questa verità essenziale cattolica sembra perdere il suo status dogmatico critico, o anche in alcuni casi negato, all’interno delle discussioni ecumeniche contemporanee.

Karl Barth, uno dei massimi teologi protestanti del Novecento, ha visto la centralità di questo tema e la sua singolare componente mariana. Barth identificò la dottrina e la devozione mariane come “l’unica grande eresia” della Chiesa cattolica da cui seguirono tutte le altre eresie cattoliche: “Nella dottrina e nel culto di Maria si rivela l’unica eresia della Chiesa Cattolica Romana che spiega tutto il resto”.[2] Egli individua specificamente la cooperazione umana di Maria nella Redenzione come un esempio preminente di questa presunta eresia cattolico-mariana:

La “madre di Dio” del dogma mariano cattolico romano è semplicemente il principio, il tipo e l’essenza della creatura umana che coopera come serva alla propria redenzione sulla base della grazia preventiva, e in tale misura il principio, tipo ed essenza della Chiesa.[3]

Barth ha proseguito concludendo sulla dottrina mariana: “La mariologia è un’escrescenza, cioè un costrutto malato del pensiero teologico. Le escrescenze devono essere asportate”.[4]

Si noti che Barth ha fatto specifico riferimento al concetto di “creatura umana che coopera” alla “redenzione” nella sua condanna della dottrina cattolica della corredenzione mariana.

Che un importante teologo protestante abbia rifiutato l’intero insegnamento cattolico su Maria e la sua cooperazione umana alla Redenzione basata sulle sue premesse della Riforma “solus Christus” “sola fide” e “sola scriptura” non dovrebbe sorprendere nessuno. Ma quando la discussione teologica cattolica contemporanea presenta rifiuti simili riguardo alla corredenzione di Maria con e sotto Cristo, allora dobbiamo ammettere una grave omissione della fede cattolica. Questa omissione della fede si estende ben oltre il campo della mariologia. In linea di principio, minaccia l’essenza stessa delle verità soteriologiche fondamentali cattoliche riguardanti la natura della fede, della grazia e della redenzione. Mette in discussione l’imperativo cristiano della libera cooperazione umana alla nostra redenzione e alla redenzione degli altri.

Quando vengono fatte dichiarazioni da membri della Chiesa che riflettono le idee sbagliate di Barth, come “Solo Gesù può essere coinvolto nella Redenzione” e “nessun essere umano può cooperare alla Redenzione”, allora l’insegnamento cattolico fondamentale – e anche la sua più straordinaria esemplificazione manifestata nella singolare cooperazione di Maria alla redenzione – è negato. Ciò costituisce, per quanto non intenzionale, il rifiuto di una componente dogmatica essenziale della Tradizione cattolica, della verità e del depositum fidei: che a) è necessaria la libera e attiva collaborazione umana con la grazia per ricevere i frutti della Redenzione; e b) tutti i cristiani sono chiamati a partecipare alla missione universale di Cristo di redenzione umana per noi stessi e per gli altri.

In che modo dunque la Chiesa articola positivamente la necessità provvidenziale della libera cooperazione umana all’interno dell’atto divino della Redenzione?

Libertà, Creazione, Redenzione

Il dono più grande che ci ha fatto il nostro Creatore, indissolubilmente legato alla vita umana, è la libertà umana. La libertà umana, qualità essenziale dell’essere creati a immagine e somiglianza di Dio, ci permette di scegliere e di amare. Dio è libero e Dio ha fatto l’uomo libero.

Se la libertà è una componente così indispensabile dell’essere umano, perché dovremmo stupirci che l’esercizio della libertà umana sia una dimensione così critica nella redenzione umana?

Dio Padre sceglie liberamente di inviare suo Figlio a farsi carne per la nostra redenzione. Gesù sceglie liberamente di essere obbediente al piano del Padre per la redenzione umana morendo per noi al Calvario. Noi, a nostra volta, dobbiamo scegliere liberamente di accettare le grazie della redenzione meritate da Cristo per la nostra salvezza personale. È un disegno provvidenziale di libertà personale, divina e umana, che rende possibile la nostra redenzione umana.

Gesù Cristo è il Figlio di Dio fatto uomo che redime il genere umano come solo un divino Redentore poteva. Gesù paga il prezzo infinito con il proprio sangue per il peccato umano, offrendo al Padre celeste il sacrificio di sé sul Calvario per le offese dell’umanità contro un Dio infinito. Solo un essere divino potrebbe fare una tale riparazione per la totalità di ogni peccato umano. Solo Gesù, divinamente e umanamente, redime il mondo nell’ordine della giustizia – scopo della discussione, per qualsiasi cristiano ortodosso, dell’assoluta necessità di un Redentore divino per la redenzione umana.

Possono quindi le creature umane partecipare alla missione della redenzione umana compiuta dall’unico divino Redentore?

«Dio, che ci ha creati senza di noi, non ha voluto salvarci senza di noi» [5] Sant’Agostino articola chiaramente la necessità della libertà umana per la redenzione umana. [6] L’accettazione libera e personale da parte di ogni persona umana delle grazie redentrici di Gesù ottenute con la sua storica e oggettiva redenzione al Calvario costituisce un insegnamento cattolico dogmatico essenziale, perenne e non negoziabile. [7]

Vediamo inoltre l’imperativo cattolico non solo di cooperare liberamente con Gesù alla nostra redenzione, ma anche di partecipare dinamicamente alla redenzione di altri esseri umani. Ciò costituisce il mandato cristiano universale del Redentore di andare, predicare a tutte le nazioni, battezzandole nel nome della Trinità (cfr Mt 28,19); offrire le nostre sofferenze ei nostri sacrifici per il bene della Chiesa e per la sua crescita (cfr Col 1,24); ed essere “collaboratori di Dio” nella missione cruciale della redenzione umana (cfr 1 Cor 3,9).

Cooperare è corredimere

La chiamata a partecipare alla Redenzione degli altri, a “corredimere” per usare un solo termine, non manca mai di riconoscere l’assoluta necessità teologica, metafisica ed esistenziale di Gesù Cristo come nostro unico divino Redentore.

Né, d’altra parte, rende banale o meramente simbolica l’altrettanto necessaria cooperazione umana alla Redenzione. Come possono esistere contemporaneamente entrambe queste realtà necessarie senza violare l’integrità o la libertà di nessuna delle due?

Prendiamo ad esempio (ovviamente sempre entro i limiti degli esempi concreti) un certo numero di esseri umani cadono in un buco profondo senza la capacità di uscirne da soli. Una mano divina scende: è la mano di Cristo. Una delle persone cadute sceglie liberamente di afferrare la mano di Cristo e viene tirata fuori. Viene quindi riscattato per il potere di Cristo.

Diciamo inoltre che mentre quella persona viene tirata fuori dal buco per mano di Cristo, afferra la mano di un’altra persona caduta nella voragine che accetta volentieri la sua mano umana, e quindi anche la seconda persona viene tirata fuori. La seconda persona è quindi riscattata dal potere (necessario) di Cristo ma anche dalla cooperazione umana strumentale della prima persona. Così, l’umanità può partecipare strumentalmente alla Redenzione di Cristo pur restando assolutamente e interamente dipendente da Cristo, unico divino Redentore.

Se noi cristiani, caduti ma redenti come siamo, siamo stati più volte chiamati dai pontefici romani ad attuare fedelmente il nostro obbligo di battezzati di diventare “corredentori con Cristo”,[8] potremmo forse negare lo stesso ruolo alla madre umana di Gesù?

L’unicità della corredenzione mariana

Un essere umano è stato creato “pieno di grazia” dal Padre. L’Immacolata Concezione di Maria, essendo libera dal peccato e scegliendo di non ribellarsi mai al disegno del Padre, ha preparato e sostenuto il suo speciale ruolo umano nella missione redentrice di Cristo.

Quale altro essere umano potrebbe ragionevolmente affermare di aver donato al divino Redentore lo strumento stesso della Redenzione, il suo corpo umano? “Siamo santificati dall’offerta del corpo di Gesù Cristo una volta per tutte” (Eb 10,10), e quel corpo umano è stato dato a Gesù attraverso una madre umana, in virtù del suo “sì” libero, attivo e femminile .”

Ma poiché la maternità umana di Maria non è stata surrogata ma perenne, la sua cooperazione umana non si esaurisce con il concepimento divino a Nazareth e la nascita miracolosa a Betlemme. La sua missione corredentrice con Gesù continua per tutta la durata della sua vita terrena, dove, come conferma il Concilio, «perseverò fedelmente unita al figlio fino alla croce”.[9]La Madre soffrì nel suo cuore umano ciò che il Figlio soffrì nel suo cuore divino, e offrì tutta la sua materna agonia nell’unione umana corredentrice con Gesù per la Redenzione del mondo. Maria liberamente e umanamente «ha acconsentito all’immolazione di questa vittima nata da lei»”[10] in questo sublime insegnamento del Vaticano II. San Giovanni Paolo II spiega inoltre che le sofferenze umane di Maria unite a Gesù costituivano un contributo soprannaturale «alla redenzione di tutti»:

È, innanzitutto, consolante – come è evangelicamente e storicamente esatto – notare che a fianco di Cristo, in primissima e ben rilevata posizione accanto a lui, c’è sempre la sua Madre santissima per la testimonianza esemplare, che con l’intera sua vita rende a questo particolare Vangelo della sofferenza. In lei le numerose ed intense sofferenze si assommarono in una tale connessione e concatenazione, che se furono prova della sua fede incrollabile, furono altresì un contributo alla redenzione di tutti. In realtà, fin dall’arcano colloquio avuto con l’angelo, Ella intravide nella sua missione di madre la « destinazione » a condividere in maniera unica ed irripetibile la missione stessa del Figlio. … Ed ancora, dopo le vicende della vita nascosta e pubblica del suo Figlio, da lei indubbiamente condivise con acuta sensibilità, fu sul Calvario che la sofferenza di Maria Santissima, accanto a quella di Gesù, raggiunse un vertice già difficilmente immaginabile nella sua altezza dal punto di vista umano, ma certo misterioso e soprannaturalmente fecondo ai fini dell’universale salvezza. [11]

Mezzo secolo prima, Papa Pio XI aveva già articolato il ruolo di Maria di impareggiabile cooperazione umana nella Redenzione compiuta da Cristo, e ha difeso con forza il suo uso del titolo di Corredentrice per indicare quel ruolo:

Il Redentore non poteva, per necessità di cose, non associare la Madre Sua alla Sua opera, e per questo noi la invochiamo col titolo di Corredentrice. Essa ci ha dato il Salvatore, l’ha allevato all’opera di Redenzione fin sotto la Croce dividendo con Lui i dolori dell’agonia e della morte in cui Gesù consumava la Redenzione di tutti gli uomini.[12]

L’uso di titoli come Corredentrice cerca di incarnare, in una parola, il cuore della dottrina e, allo stesso tempo, di accentuare le verità chiave per la nostra fede e salvezza. La Corredentrice serve ad entrambi questi scopi, ricordando al tempo stesso ai fedeli, con il sublime esempio mariano, la chiamata ad offrire le nostre preghiere e le nostre sofferenze per la massima efficacia possibile della Nuova Evangelizzazione: in breve, per diffondere la fede e per salvare le anime.

Molto prima del XX secolo, il principio della corredenzione umana di Maria ci riporta all’antico insegnamento della Chiesa apostolica. Come ribadisce il Concilio, Maria come “Nuova Eva” era “liberamente cooperante all’opera della salvezza umana”.[13] Come insegna sant’Ireneo nel II secolo, l’unica partecipazione umana di Maria alla Redenzione universale, storica, fu libera, attiva e perfino causale, «per tutto il genere umano»:

Così Maria … consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell’uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant’Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano”.[14]

La partecipazione di Eva con Adamo alla perdita della grazia per l’umanità è stata reale ed essenziale. Vera ed essenziale è stata anche la partecipazione di Maria, la Nuova Eva con il Nuovo Adamo alla Redenzione che ha restaurato la grazia.

Come può, allora, la Chiesa negare o anche mettere in discussione la legittimità della partecipazione umana attiva di Maria alla Redenzione? Questa verità mariana percorre l’intera gamma teologica e storica dell’autentica Tradizione e Magistero cattolici, conciliari e papali.

Cooperare è corredimere. Partecipare umanamente alla Redenzione è necessariamente corredimire umanamente.

Qualcuno potrebbe obiettare che il termine “redenzione” dovrebbe essere riservato solo all’atto divino di Gesù. Ma questo negherebbe logicamente un’altra dottrina e missione cattolica centrale: partecipare liberamente e attivamente alla vita e alla missione salvifica di Gesù Cristo.

Quando un essere inferiore, un essere umano, partecipa a una qualità o perfezione dell’essere superiore, Dio, questa partecipazione non toglie nulla né compete con la perfezione di Dio. Così, per un essere umano, partecipare all’opera di Gesù, il divin Redentore, nulla toglie né compete con l’unica mediazione di Gesù (cfr 1 Tm 2,5), ma anzi ne manifesta la gloria. Come insegna il Concilio: «La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia ».[15]

La stessa realtà della partecipazione umana all’attività e alla vita divina è celebrata liturgicamente nelle parole del diacono, o in sua assenza del sacerdote, che prega riverente durante l’aggiunta dell’acqua al vino alla preparazione dei doni durante l’offertorio: “per la misteriosa unione di quest’acqua e di questo vino, ci sia concesso di partecipare della divinità di Colui che si è degnato di partecipare alla nostra natura umana” “Per il mistero di quest’acqua e di questo vino, veniamo a condividere la divinità di Cristo che si è umiliato per condividere la nostra umanità”. La partecipazione umana all’attività e alla vita divina pervade tutta la vita sacramentale cattolica.

Il Concilio, inoltre, difende la realtà cristiana della “condivisione” e della “cooperazione” umana nella mediazione divina del Redentore:

Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo fedele, e come l’unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l’unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un’unica fonte.[16]

L’analogia è un classico strumento teologico utilizzato nella storia della teologia cattolica. Che qualcuno o qualcosa possa avere allo stesso tempo un’essenziale somiglianza e un’essenziale dissomiglianza è stato usato fin dai Padri Apostolici per parlare di partecipazione umana alle realtà divine. La “deificazione” e la “divinizzazione” furono usate durante i primi tre secoli del cristianesimo per riferire come l’individuo cristiano partecipasse alla vita e all’amore della Trinità, in una parola, alla grazia. Usare espressioni come “corredentori in Cristo”, per l’obbligo cristiano universale di partecipare alla Redenzione (cfr Col 1,24), o chiamare Maria la “Corredentrice” umana segue semplicemente la ricca tradizione teologica della Chiesa cattolica analogia. Entrambi sono stati ripetuti più volte dal grande San Giovanni Paolo II.[17]

Maria corredentrice ed ecumenismo

Il teologo anglicano John Macquarrie ha offerto consigli saggi e onesti alle autorità sia cattoliche che protestanti coinvolte nell’attività ecumenica riguardo alla discussione sulla corredenzione mariana e sulla mediazione:

La questione non può essere risolta indicando i pericoli dell’esagerazione e dell’abuso, o facendo appello a testi isolati della Scrittura come 1 Timoteo 2,5, o dalle mutevoli mode nella teologia e nella spiritualità, o dal desiderio di non dire nulla che potrebbe offendere i propri interlocutori nel dialogo ecumenico. Gli entusiasti sconsiderati possono aver elevato Maria a una posizione di uguaglianza virtuale con Cristo, ma questa aberrazione non è una conseguenza necessaria del riconoscimento che potrebbe esserci una verità che cerca di esprimersi in parole come Mediatrice e Corredentrice. Tutti i teologi responsabili sarebbero d’accordo che il ruolo di corredenzione di Maria è subordinato e ausiliario al ruolo centrale di Cristo. Ma se lei ha un ruolo del genere, più chiaramente lo capiamo, meglio è. È materia di indagine teologica. E, come altre dottrine riguardanti Maria, non è solo dire qualcosa su di lei, ma qualcosa di più generale riguardo alla Chiesa nel suo insieme o addirittura all’umanità nel suo insieme.[18]

È ora che la Chiesa esponga in totale trasparenza ecumenica il suo insegnamento dottrinale sulla necessità della cooperazione umana alla Redenzione e confidi nella potenza dello Spirito di unire i cristiani nella testa e nel cuore.

Ora è il momento che la Chiesa insegni in modo inequivocabile la missione cristiana e il mandato per gli esseri umani di cooperare attivamente e liberamente alla propria redenzione e alla redenzione degli altri.

Ora è il momento di invocare il pieno potere di intercessione della Madonna riconoscendola solennemente come Madre della Chiesa, nostra vera Corredentrice e Mediatrice umana, per un mondo che ha disperatamente bisogno delle grazie redentrici di Gesù Cristo e dell’autentica unità dei cristiani.

*titolare della cattedra di mariologia San Giovanni Paolo II

Università francescana di Steubenville, Usa

Presidente International Marian Association

[1] Giovanni Paolo II, lettera enciclica, Ut Unum Sint (25 maggio 1995), n. 18.

[2] Karl Barth, Church Dogmatics: The Doctrine of the Word of God, Part 2, edited by G.W. Bromiley and T.F. Torrance (London and New York: T&T Clark, 2004) p. 143.

[3] Ibid.

[4] Ibid., p. 139.

[5] S. Agostino, Sermo 169,11, 13:PL 38, 923. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1847.

[6] Naturalmente, casi specifici come il battesimo dei bambini rispettano il principio della libertà umana in quanto la Chiesa come madre spirituale, unita alla fede dei genitori, sceglie per il bambino fino a quando il bambino non è abbastanza grande da cooperare liberamente con la scelta di fede fatta da i loro genitori all’interno della Chiesa Madre (cfr San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae III, Qu. 68, a. 9, risposte alle obiezioni 1 e 2).

[7] Concilio di Trento, d.C.1547; DS 1525 e 1554.

[8] cfr. Pio XI, Allocuzione ai pellegrini di Vicenza, Italia, 30 novembre 1933, L’Osservatore Roma n., 1 dicembre 1933, 1; Pio XI, Allocuzione ai pellegrini spagnoli, L’Osservatore Romano, 25 marzo 1934, 1; Pio XI, Radiomessaggio di chiusura dell’Anno Santo a Lourdes, L’Osservatore Romano, 29-30 aprile 1935, 1.

Cfr. Giovanni Paolo II Udienza Generale, 10 dicembre 1980 (Insegnamenti di Giovanni Paolo [Inseg] II, III/2 [1980], p. 1646); Udienza Generale dell’8 settembre 1982 (Inseg V/3 [1982], p. 404); Discorso dell’Angelus 4 novembre 1984 (Inseg VII/2 [1984], p. 1151); Discorso alla Giornata Mondiale della Gioventù 31 marzo 1985 (Inseg VIII/1 [1985], p. 889-890); Discorso agli ammalati 24 marzo 1990 (Inseg XIII/1 [1990], p. 743); Discorso del 6 ottobre 1991 (Inseg XIV/2 [1991], p. 756). Inoltre, in un’omelia a Guayaquil, Ecuador, il 31 gennaio 1985, Giovanni Paolo II ha parlato del “ruolo corredentore di Maria (el papel corredentor de María: Inseg VIII [1985], p. 319), che è stato tradotto come “Mary’s role as Co-redemptrix” in L’Osservatore Romano, ed. inglese, 11 marzo 1985, p. 7.

[9] Concilio Vaticano II, Lumen gentium, n. 58.

[10] Ibid.

[11] Giovanni Paolo II, lettera apostolica, Salvifici doloris, 1984, n. 25.

[12] Pio XI, Allocuzione ai pellegrini di Vicenza, Italia, 30 novembre 1933, L’Osservatore Romano, 1° dicembre 1933, p. 1.

[13] Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 56.

[14] Ibid.

[15] Ibid., 60.

[16] Lumen gentium, 62.

[17] Per i corredentori in Cristo si veda, ad esempio, Giovanni Paolo II, Discorso al personale dell’ospedale Fatebenefratelli, L’Osservatore Romano, 5 aprile 1981. Per gli usi di corredentrice, cfr. Udienza Generale di Giovanni Paolo II, 10 dicembre 1980 (Insegnamenti di Giovanni Paolo [Inseg] II, III/2 [1980], p. 1646); Udienza Generale dell’8 settembre 1982 (Inseg V/3 [1982], p. 404); Discorso dell’Angelus 4 novembre 1984 (Inseg VII/2 [1984], p. 1151); Discorso alla Giornata Mondiale della Gioventù 31 marzo 1985 (Inseg VIII/1 [1985], p. 889-890); Discorso agli ammalati 24 marzo 1990 (Inseg XIII/1 [1990], p. 743); Discorso del 6 ottobre 1991 (Inseg XIV/2 [1991], p. 756). Inoltre, in un’omelia a Guayaquil, Ecuador, il 31 gennaio 1985, Giovanni Paolo II ha parlato del “ruolo corredentore di Maria (el papel corredentor de María): Inseg VIII [1985], p. 319), che è stato tradotto come “Mary’s role as Co-redemptrix” in L’Osservatore Romano, ed. inglese, 11 marzo 1985, p. 7.

[18]John Macquarrie, “Mary Co-redemptrix and Disputes Over Justification and Grace: An Anglican View,” Mary Co-redemptrix: Ecumenically Doctrinal Issues Today (Goleta, CA: Queenship, 2002), p. 140.

 

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