Lettera ad Aurelio Porfiri su Paolo VI e la “nuova Messa”

Caro Aurelio,

fai bene a ricordare che noi cattolici siamo quelli dell’et et e non dell’aut aut. Ti ringrazio poi per aver ricordato Vittorio Messori, che dell’et et può essere considerato il paladino, e Cesare Cavalleri, grande amico e maestro di giornalismo. Io sono ovviamente d’accordissimo con te su questo piano. Quando però uso la metafora dell’andare nel bosco non mi riferisco a una forma di aut aut (o la città o il bosco, o la vita nella cosiddetta comunità civile o la vita da ribelle) quanto piuttosto a un atteggiamento culturale, a una forma mentis necessaria oggi in ogni ambito, compreso quello religioso, per salvaguardare la propria identità messa a repentaglio da autorità che nell’esercizio delle loro funzioni dimostrano di non essere più per l’uomo, ma contro l’uomo. Ma de hoc satis: non voglio ripetermi. Torno invece sulla questione della Messa.

Dopo la pubblicazione di Traditionis custodes da parte di Francesco, nel mio blog Duc in altum ho proposto ai lettori (qui e qui) i testi di due udienze tenute da Paolo VI nel novembre del 1969, pochi giorni prima di quella domenica 30 novembre che segnò l’inizio della “nuova Messa” riformata.

Nelle due udienze papa Montini si sforza di giustificare i motivi che lo hanno indotto al cambiamento, ma tra le righe emerge un grande disagio. Il pontefice è determinato ad attuare il Concilio, ma si avverte un’inquietudine. Pur sostenendo le ragioni del rinnovamento, sembra quasi che egli abbia deciso di far propria una tesi che in fondo non condivide completamente o della quale, per lo meno, avverte tutti i limiti e le incongruenze.

Lungi da me il tentativo, che sarebbe goffo, di psicanalizzare Paolo VI, tuttavia l’impressione che ho appena esposto è piuttosto forte. La riforma, dice a un certo punto il papa, “corrisponde ad un mandato autorevole della Chiesa; è un atto di obbedienza; è un fatto di coerenza della Chiesa con se stessa; è un passo in avanti della sua tradizione autentica; è una dimostrazione di fedeltà e di vitalità, alla quale tutti dobbiamo prontamente aderire”. E poi, subito dopo: “Non è un arbitrio. Non è un esperimento caduco o facoltativo. Non è un’improvvisazione di qualche dilettante. È una legge pensata da cultori autorevoli della sacra Liturgia, a lungo discussa e studiata”. Certo, con queste parole il papa sta rispondendo ai critici, che già allora non mancavano, ma il tutto ha l’aria dell’excusatio non petita, accusatio manifesta. Anziché comunicare entusiasmo per il nuovo che avanza, il papa finisce per dar voce a coloro che lo stanno implorando di non compiere quel passo.

Paolo VI sostiene anche che il cambiamento imminente non deve “rompere né turbare” la “coralità” della Chiesa, ma, così dicendo, lascia intuire che, in realtà, la coralità è già stata rotta, e proprio a causa del cambiamento alle porte.

Deve essere chiaro a tutti, afferma ancora, che “nulla è mutato nella sostanza della nostra Messa tradizionale”, perché la Messa “è e rimane quella di sempre”. Ma poche righe dopo, spiegando che non bisogna dire “nuova Messa”, bensì “nuova epoca della vita della Chiesa”, sembra contraddirsi: se c’è una nuova epoca, significa che c’è una cesura con il passato, e dunque la Messa riformata non può essere quella di prima.

Una settimana dopo, il 26 novembre 1969, quando ormai mancano solo quattro giorni alla prima domenica di Avvento, scelta per dare il via alla Messa riformata, il papa avverte il bisogno di tornare sull’argomento e dice: “Nuovo rito della Messa: è un cambiamento, che riguarda una venerabile tradizione secolare, e perciò tocca il nostro patrimonio religioso ereditario, che sembrava dover godere d’un’intangibile fissità, e dover portare sulle nostre labbra la preghiera dei nostri antenati e dei nostri Santi, e dare a noi il conforto di una fedeltà al nostro passato spirituale, che noi rendevamo attuale per trasmetterlo poi alle generazioni venture. Comprendiamo meglio in questa contingenza il valore della tradizione storica e della comunione dei Santi”. Ecco di nuovo la sensazione di disagio e di lacerazione interiore: si capisce che il papa ha ben presente il valore di quella “venerabile tradizione secolare” di cui parla, così come dell’”intangibile fissità”, però ha rivoluzionato tutto, e ormai non si può tornare indietro. Perché?

“Molteplice disturbo”: così il pontefice, mettendosi dalla parte dei fedeli, definisce la conseguenza del cambiamento, e aggiunge che “le persone pie” saranno le più turbate e “le cose all’altare” non si svolgeranno più con la medesima “identità di parole e gesti”. E di nuovo torna la domanda: ma allora, perché vuole cambiare? Non è strano che il promotore del cambiamento parli di ciò che sta per eliminare come di qualcosa di bello, nobile e identitario, e dica che “le persone pie” ne subiranno un danno?

Tanto più che sull’altro piatto della bilancia il papa che cosa mette? Il “passaggio alla lingua parlata”, la “partecipazione” e la “semplicità”. Tutto qui. Da una parte una tradizione secolare, nella quale si sono forgiate generazioni di fedeli e di santi, dall’altra un’opera di semplificazione al fine di una presunta migliore comprensione. Davvero poco.

Conclude il papa: “In ogni caso, e sempre, ricordiamo che la Messa è un Mistero da vivere in una morte di Amore. La sua Realtà divina sorpassa ogni parola”. Ma allora, se è così (ed è davvero così), perché impegnarsi tanto nell’opera di semplificazione e di appiattimento?

Qui siamo di fronte certamente a un nodo interiore, che ci riporta alla drammaticità di quei giorni. E oggi, più di mezzo secolo dopo, dinnanzi al totale fallimento dell’operazione (perché non si può definire in altro modo il panorama attuale, con le chiese vuote, le liturgie indifendibili, gli abusi infiniti, la generale sciatteria, la maleducazione liturgica imperante, l’analfabetismo religioso dilagante) ci chiediamo: quale tipo di pensiero poté spingere il vicario di Cristo ad assumersi la responsabilità del cambiamento? Come fu possibile per il pastore supremo cedere allo spirito del tempo? Che cosa lo spinse a barattare una “venerabile tradizione secolare” degna di essere mantenuta quale tesoro “intangibile” con il cedimento all’ideologia del cambiamento imposta dalle forze nemiche della fede?

Domande forse senza riposta. Ma oggi abbiamo il dovere di porle. Si dice: “Ci vogliono cinquant’anni per assimilare i cambiamenti di un concilio”. Può essere. Di certo, dopo cinquant’anni se ne possono vedere gli errori.

 

 

 

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