Un ingegnere di fronte alla Sindone

Cari amici di Duc in altum, vi propongo l’intervista di Francesco Agnoli ad Alessandro P. Bramanti, autore con Daniele De Matteis del libro Sacra Sindone. Un mistero tra scienza e fede (Edizioni Servi della Sofferenza). Bramanti, laureato in ingegneria elettronica e in fisica della materia, è anche autore del libro I miracoli eucaristici alla luce della scienza.

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di Francesco Agnoli

Alessandro Paolo Bramanti si è laureato in ingegneria elettronica presso l’Università di Pavia, dove ha conseguito anche il dottorato di ricerca, e in fisica della materia presso l’Università del Salento. È ricercatore per una multinazionale dell’elettronica nel campo delle nanotecnologie, ed è autore di numerose pubblicazioni su riviste internazionali e inventore o co-inventore di brevetti internazionali.

Sulla Sindone ha scritto Sacra Sindone. Un mistero tra scienza e fede (Taranto, 2010).

Il miracolo del quale il cristianesimo non può fare assolutamente a meno è soprattutto uno: la resurrezione di Cristo. E, guarda caso, proprio di questo miracolo esiste quella che molti considerano una prova: la Sindone. Cos’è per lei un miracolo? E perché la Sindone appare a moltissimi scienziati, oggi, un miracolo?

Il miracolo è un’eccezione alle leggi della natura; e poiché tutto il mondo materiale deve sottostare alle leggi naturali senza possibilità di sospenderle o modificarle, il miracolo non può che venire da un intervento superiore, ossia direttamente dall’Autore delle leggi naturali stesse. Negare la possibilità assoluta di sospendere le leggi significa, in definitiva, negare l’esistenza del Legislatore; e questa posizione, oltre ad essere molto ristretta e limitante, certamente non può essere sostenuta con argomenti scientifici.

La scienza è come un esploratore libero di muoversi in un paese – quello delle leggi naturali – che è sì, vasto, ma non infinito, ed è circondato da una muraglia che lui, da solo, non può scavalcare. Ma se l’esploratore, a causa di questa sua incapacità, affermasse che non esiste niente oltre il muro, terrebbe un comportamento irragionevole e, in fin dei conti, un po’ ridicolo.

Consideriamo ora la Sindone. È un oggetto materiale e, come tale, senza dubbio ubbidisce alle leggi naturali, compresa quelle dell’invecchiamento e della sensibilità al calore, come purtroppo constatiamo dall’ingiallimento del lino e dalle bruciature degli incendi che l’hanno insidiata lungo i secoli.

Eppure, essa porta anche il segno di un intervento esterno; qualcosa che non proviene dalla materia, anche se nella materia stessa ha lasciato una traccia profonda. Quella doppia immagine insanguinata è inspiegabile alla luce di ogni fenomeno fisico noto.

Un corpo senza vita (e quello “fotografato” sulla Sindone lo è senza dubbio, perché mostra i segni del rigor mortis, escludendo così che si tratti di un caso di coma o morte apparente; è meglio specificarlo visto che qualcuno si è persino spinto su ipotesi del genere pur di escludere la morte e quindi la Risurrezione) un corpo senza vita, dicevo, non può lasciare impronte nemmeno vagamente simili a quella. E in generale in natura non vi è nulla di assimilabile.

Per questo, molti scienziati ammettono onestamente la inspiegabilità della Sindone.

Mentre altri, che pure la negano a parole, non perdono occasione – soprattutto a pochi mesi dalle ostensioni – di annunciare, con rulli di grancasse e squilli di fanfare, di essere riusciti a riprodurla e, perciò, di aver dimostrato che essa è un falso.

E se fino a ora ogni tentativo di imitazione del Lenzuolo si è rivelato, anche solo a un’analisi superficiale, un fiasco clamoroso, è comunque molto interessante osservare l’accanimento di questi scettici. Deridono la credulità di chi ritiene la Sindone autentica, ma poi sprecano così tanto tempo e risorse nel cercare di fabbricarne una uguale, proprio per dimostrare che è falsa! Si direbbe che nel profondo siano rosi da un dubbio».

Entriamo più nel dettaglio. La Sindone vista dall’ingegnere elettronico.

Partiamo da una semplice considerazione. Se la Sindone non è autentica deve ovviamente essere un manufatto fabbricato da un abilissimo falsario desideroso di arricchirsi con il commercio di finte reliquie. Ed è proprio questa, ovviamente, la teoria di chi nega l’autenticità del Sudario: un fantomatico fabbricante di reliquie medievale, rimasto per ovvie ragioni anonimo, avrebbe forgiato l’oggetto nella propria officina per venderlo poi, magari insieme a tanti altri, in una sorta di mercato nero del sacro, spacciandolo come autentico. Un simile personaggio, probabilmente, avrebbe considerato la Sindone il suo capolavoro, il coronamento della sua carriera di mistificatore sacrilego!

Ora, l’ingegnere è una sorta di inventore specializzato: il suo atteggiamento è quello di chi progetta e costruisce, sfruttando le leggi naturali a proprio vantaggio. Davanti alla Sindone, quindi, tenta di immedesimarsi nel falsario, immaginando quale geniale metodo di fabbricazione possa aver escogitato per imprimere sul lino l’immagine del grande Crocifisso. E l’ingegnere elettronico in particolare, essendo legato al mondo del microscopico e nanoscopico – cioè dei fenomeni che interessano la materia a scale che vanno dal milionesimo giù fino al miliardesimo di metro – è particolarmente portato ad accendersi di curiosità. Perché l’immagine sindonica è causata da una modifica fine nella struttura delle fibre tessili. Ma con quale strumento, si chiede l’ingegnere, e sfruttando quali fenomeni fisici, si può imprimere una modifica simile?

Nel secolo ormai abbondantemente trascorso dall’inizio degli studi scientifici della Sindone le ipotesi teoriche e i tentativi sperimentali per spiegare e, possibilmente, riprodurre la Sindone, sono stati numerosissimi: ma nessuno ha dato risultati soddisfacenti.

È fallito l’esperimento del calore, nel quale si è tentato di impressionare un telo con un bassorilievo metallico riscaldato, perché l’immagine che ne è stata prodotta è penetrata nel lino molto più profondamente di quella della Sindone – che invece è superficialissima: ne è interessato solo il guscio cellulare esterno della fibrilla più esterna.

Dell’uso di coloranti, umidi o secchi, nemmeno a parlarne: è accertato che tra le fibre di lino non vi siano pigmenti e nemmeno tracce di “pennellate”, neanche microscopiche. Non è stata una mano a disegnare l’immagine.

Molto interessanti i recenti esperimenti con il laser: gli impulsi luminosi ultravioletti hanno modificato la struttura di alcuni minuscoli campioni di lino, producendo una colorazione apparentemente simile a quella della Sindone. Ma le differenze rispetto all’originale sono ancora abissali, come gli stessi autori della ricerca onestamente riconoscono. Perché la colorazione è ancora troppo profonda. E poi è troppo uniforme, mentre nella Sindone sembra che qualcuno dalla visione microscopica abbia scelto punto per punto quali fibrille colorare e quali no, e abbia ottenuto il chiaroscuro solo variando la percentuale di colorate e di bianche da zona a zona. Un’altra caratteristica impressionante, questa.

Per non dire che ci vorrebbe un laser di potenza inaudita a produrre un’immagine grande come quella del Telo di Torino.

Aggiungiamo a tutto questo che dietro le macchie di sangue della Sindone il lino non è colorato, come se il falsario, con abilità da miniatore certosino e anche più, avesse prima deposto il sangue e poi colorato il lino girando accuratamente attorno ad ogni macchia, invece di produrre l’immagine e macchiarla successivamente, come sarebbe logico per un oggetto artificiale. Mettiamoci anche la precisione anatomica; la difficoltà di produrre un’immagine che da meno di un metro e mezzo di distanza diventa praticamente invisibile; la tridimensionalità; e varie altre sottigliezze.

La scienza si arrende. L’ingegnere elettronico, con lei.

Rimane una domanda. Se con le conoscenze di oggi fabbricare un oggetto così raffinato pare così inconcepibile, che chance avrebbe avuto un falsario medievale?

 

Tuttavia, come obiettano alcuni, non siamo nemmeno capaci di riprodurre molti capolavori artistici del passato, e non per questo li consideriamo miracoli.

Sì, ma c’è una profonda differenza. Di quelle opere d’arte, conosciamo bene la natura fisica: sono “semplicemente” strati di sostanze colorate deposte su tela, oppure “semplicemente” blocchi di pietra rotti, tagliati, forgiati. L’unicità di queste opere è di ordine artistico, non scientifico. Della Sindone, invece, non conosciamo proprio la natura fisica».

La Sindone vista dal fisico?

Il fisico cerca una teoria scientifica che riesca a spiegare tutti i dati. Ma in questo caso, come già detto, la scienza brancola nel buio. A questo punto, due sono gli atteggiamenti possibili.

Il primo. Il fisico fa propria la classica e ormai trita obiezione degli scettici: in futuro forse spiegheremo l’esistenza della Sindone in maniera scientifica. E troveremo che forse è nata da una combinazione molto improbabile – da cui l’unicità – ma del tutto naturale di vari elementi fisici. Forse. Un “forse” che nella mente di tanti scettici diventa un comodo “certamente”, con cui illudersi di aver liquidato il problema.

Il secondo atteggiamento. Il fisico considera i dati nella loro globalità. E si rende conto che la Sindone è stata studiata più di ogni altro oggetto al mondo, da un numero impressionante di esperti nelle discipline più disparate. E che tutti i dati convergono verso il dire che sia l’autentico Sudario di Cristo – tranne, apparentemente, la famosa datazione al carbonio 14, che però, come ho dimostrato altrove, è a dir poco inattendibile.

A questo punto, se la mente del fisico non basta, deve subentrare la mente dell’uomo, la cui capacità sorpassa di molto la pura e semplice scienza. E bisogna considerare veramente tutti i dati in gioco.

L’Uomo della Sindone è l’uomo dall’immagine in assoluto più riconoscibile della storia: Gesù di Nazareth. Quell’Uomo è l’unico di cui si annuncia, da duemila anni a questa parte, la risurrezione definitiva dai morti. E di risurrezione, si badi bene, non si è parlato soltanto dopo la morte. L’annuncio era stato dato già prima. Tant’è che quella notte, al sepolcro, si montava di guardia per impedire resurrezioni simulate.

Il Lenzuolo di Torino porta l’impronta di quell’Uomo, un’impronta che parla della sua morte ma anche di una misteriosa sottrazione alla morte. È l’immagine di un cadavere che prima di corrompersi è sparito lasciando una traccia indelebile. È un’immagine fisicamente unica, unica quanto quell’Uomo stesso. Se davanti a questa coincidenza la mente rifiuta a priori anche solo la possibilità che la Sindone sia un muto Testimone della Risurrezione, lo fa per una scelta deliberata che non ha nulla a che vedere con la scienza.

Non è un pensiero antiscientifico, questo. Al contrario, un fisico conosce meglio di ogni altro i limiti della scienza. La muraglia. Per questo può essere tra i primi a spiccare il balzo e andare oltre».

Fonte: provitaefamiglia.it

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