Lettera ad Aurelio Porfiri sui vescovi (i quali, se vogliono, possono fare la differenza)

Caro Aurelio,

di recente ho sentito il cardinale Cupich, arcivescovo di Chicago, avrebbe vietato la recita, alla fine della Santa Messa, della preghiera a san Michele Arcangelo e anche la recita dell’Ave Maria.

In proposito mi è capitato di vedere un video nel quale un sacerdote americano, al termine della celebrazione, annuncia ai fedeli le disposizioni del cardinale e poi, per l’ultima volta, canta un inno a Maria. Di quel video mi ha colpito, oltre alla comunicazione, la chiesa quasi completamente vuota e la freddezza dell’insieme. Posso dirlo? Il tutto mi ha trasmesso un sentore di fine, di morte.

Mi spiace per te, caro Aurelio, e per i nostri lettori, ma non riesco a sottrarmi a queste riflessioni cupe. D’altra parte, basta entrare in una qualsiasi chiesa per verificare che, tranne rare eccezioni, il clima, umanamente parlando, è di decadenza.

Mi chiedo se vescovi e cardinali riflettano mai su questo stato di cose (immagino di sì) e perché vadano avanti dritti per la strada del modernismo, che ci ha condotti a questo punto. Come possono non vedere? E, se vedono, perché persistono in una linea che ha portato al tracollo, alle chiese vuote, al trionfo dell’indifferentismo religioso?

Non mi si dica che un vescovo non può farci niente. Un vescovo può fare tutta la differenza del mondo. È lì per quello.

Qualche nome? In un post nel suo seguitissimo blog padre John Zuhlsdorf ne fa un paio che rendono l’idea: John Fisher (fatto decapitare da Enrico VIII per la sua opposizione all’annullamento del matrimonio con Caterina d’Aragona) e Clemens August von Galen (il “leone di Münster”, strenuo oppositore del nazismo). Ecco due vescovi che dissero non possumus, che non si piegarono, che testimoniarono la Verità nonostante la persecuzione. Lungo la storia ce ne sono stati tanti altri, a tutte le latitudini, e il loro insegnamento è uno solo: un vescovo, se vuole, può davvero incidere sulla realtà spirituale, sociale, culturale, politica.

Padre Zuhlsdorf scrive che “abbiamo bisogno di un cattolicesimo di forte identità da parte dei vescovi”, non di “parole dolci e sfumate” e, aggiungo io, di quel “dialogo” e di quella “prudenza” che sono spesso le foglie di fico con cui i pusillanimi cercano di coprire la loro mancanza di coraggio. Il problema è che i vescovi anche quando parlano tra loro si comportano allo stesso modo: non un “sì sì, no no”, ma un “sì, ma anche no”, un “no, ma anche sì”. E hanno solo il coraggio delle idee altrui.

Il nostro snervato cattolicesimo, tutto zucchero e peace and love, ha bisogno di vescovi virili. Signori vescovi, alzate la testa! Ma non per sposare il politicamente corretto. Quello lo fanno tutti. Basterebbe tornare a predicare i dieci Comandamenti, magari ricordando che se si sostiene, come ha fatto Francesco, che “non sono assoluti”, ecco che abbiamo già spalancato la porta agli “ismi” che fanno terra bruciata della Fede: soggettivismo, relativismo, indifferentismo.

A proposito, sai che cosa rispose l’arcivescovo Giacomo Biffi a un giornalista quando a Bologna un presepe fu affiancato, naturalmente in nome del “dialogo”, della “tolleranza” e del “pluralismo”, da immagini di Budda e Maometto? “Vede, Gesù Cristo ha un brutto carattere, non sopporta altri dèi vicino a lui. I primi martiri sono morti per questo”. Quelli erano vescovi!

Nella foto, il vescovo e cardinale Clemens August von Galen (1878 – 1946), il “leone di Münster”

 

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