Lettera / Io, sacerdote cattolico, ricordo a tutti: “Non esiste alcun dovere morale di ricorrere alla cosiddetta vaccinazione contro il Covid-19″

Cari amici di Duc in altum, ricevo da un sacerdote cattolico questa lettera.  

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Carissimi, torno a rivolgermi a voi in qualità di sacerdote cattolico e in forza della missione che, tramite la Chiesa, ho ricevuto dal Signore stesso. Un aspetto centrale di questa missione è la difesa della verità, primariamente di quella rivelata da Dio, ma anche, secondariamente, di quella conoscibile con la ragione. L’uomo è fatto per un fine di ordine soprannaturale, per raggiungere il quale è però necessaria una corretta gestione anche dell’ordine naturale. A tale scopo è utile, se non doveroso, diffondere conoscenze oggettive; ciò non comporta alcun illecito sul piano della legge civile né alcuna disobbedienza sul piano della legge canonica, non essendo altro che un servizio al bene integrale delle persone.

In questa prospettiva, sento l’imperioso dovere di avvertirvi che nessuno al mondo può obbligarvi a ricevere un trattamento sanitario, ancor meno se di natura sperimentale. L’autorizzazione del suo utilizzo non equivale a un’approvazione scientifica o legale, che non può essere data in assenza dei risultati della sperimentazione. Le autorità governative non hanno pertanto alcuna facoltà di imporne la somministrazione per decreto-legge; se lo fanno, violano la legge vigente, nonché la Costituzione e le dichiarazioni internazionali in materia, come quelle di Oviedo e di Norimberga. Tale procedura si configura come un abuso d’ufficio, tanto più ingiustificato quanto più si basa su dati erronei o fraudolenti. È ormai accertato che l’esame tramite il tampone nasale non è affatto attendibile e produce un numero esorbitante di falsi positivi.

Quando si ha a che fare con un virus che muta continuamente e non è stato neppure completamente identificato, la vaccinazione non è di alcuna utilità; quand’anche lo fosse, qualunque medico sa perfettamente che non si vaccina mai una popolazione nel bel mezzo di un’epidemia, dato che ciò rende il virus più aggressivo, catalizzando la formazione di varianti più resistenti. Tale strategia risulta ancor più irrazionale laddove si consideri che esiste tutto un ventaglio di cure efficaci a basso costo facilmente reperibili; nella stragrande maggioranza dei casi, la malattia denominata Covid-19, trattata in fase precoce, si cura egregiamente con le terapie domiciliari. Dato poi che il tasso di letalità è bassissimo e riguarda quasi esclusivamente soggetti anziani già affetti da patologie pregresse, vaccinare i giovani e i bambini è un abominio intollerabile.

Queste considerazioni, evidentemente, non favoriscono gli interessi dei colossi farmaceutici e dei grandi fondi di investimento che hanno scommesso sull’operazione Coronavirus; non è la prima volta, d’altronde, che si creano malattie in laboratorio per poi lucrare, grazie a esse, profitti stratosferici. A noi, però, stanno a cuore non gli interessi dell’oligarchia finanziaria, ma la salute fisica e spirituale delle persone. Per questo dobbiamo ricordare alcuni dati inoppugnabili.

1) Quelli attualmente in commercio non sono vaccini nel senso tradizionale del termine, bensì prodotti di terapia genica inadatti a prevenire un’infezione, anzi capaci di favorirla e contenenti per giunta varie sostanze nocive; essi risultano perciò non solo inefficaci, ma anche molto dannosi per la salute. L’improvvisa impennata di gravi patologie in soggetti sanissimi e la moria di persone di ogni età cui stiamo assistendo, benché censurate dall’informazione ufficiale, devono assolutamente esser prese in considerazione dalle autorità competenti perché sia sospeso il genocidio in corso.

2) I soggetti asintomatici non sono contagiosi e non devono essere obbligati a eseguire ripetuti test per dimostrare di essere in buono stato di salute. In assenza di sintomi, si presume che una persona sia sana; non si è mai presupposto a priori, senza alcun criterio verificabile, che le persone siano malate, obbligandole a provare il contrario. Gli eventuali portatori sani di un agente patogeno, se non sanno di esserlo, non ne hanno alcuna responsabilità, né civile né morale, finché la malattia non si manifesti; da quel momento in poi hanno semplicemente il dovere di adottare ragionevoli misure di precauzione volte a salvaguardare la salute altrui.

3) Il nostro sistema immunitario, opportunamente rafforzato con l’assunzione di sostanze idonee nel quadro di uno stile di vita sano, è dotato di risorse straordinarie ed è normalmente in grado di neutralizzare la maggior parte degli agenti patogeni. Il vaccino antinfluenzale, invece, lo indebolisce considerevolmente, tanto che gli si può con buona probabilità attribuire la vasta diffusione del Covid-19 nelle aree in cui la sua somministrazione è stata più massiccia. È ormai accertato, inoltre, che l’immunità naturale acquisita da chi è guarito dall’infezione è durevole e completa, mentre i vaccinati contraggono la malattia molto più facilmente.

Ora, ai fini di una decisione moralmente buona, è necessario il giudizio della coscienza retta e ben formata, la quale rappresenta l’ultima istanza di discernimento, che è obbligatorio seguire. Esso, nell’applicare i princìpi generali ai casi particolari, deve tener conto di tutti i dati disponibili. Alla luce di quanto esposto, non esiste alcun dovere morale di ricorrere alla cosiddetta vaccinazione contro il Covid-19; affermare ciò costituisce un palese errore ed è una grave violazione della coscienza altrui. Anche a prescindere dalle attuali circostanze, in ogni caso, nessun trattamento preventivo può essere considerato obbligatorio, né a livello legale né a livello etico; ognuno è libero di curarsi o di non curarsi, di eseguire una profilassi o di non farlo. Invocare la carità cristiana, a questo proposito, non ha alcun senso, in quanto la vera carità non può prescindere dalla retta ragione. Chi si rifiuta di vaccinarsi non mette in pericolo la vita di nessuno.

Compito dei Pastori sarebbe quello, all’opposto, di condannare la fabbricazione e l’utilizzo di farmaci per i quali si è fatto ricorso, in sede di ricerca, produzione o sperimentazione, a linee cellulari ricavate da feti umani abortiti. Tutti i tentativi di giustificare sul piano morale tale barbara pratica, come ho già osservato, peccano di formalismo intellettualistico: essi si limitano infatti a valutare il grado di cooperazione dell’utente con un ristretto numero di aborti avvenuti decenni prima e isolatamente considerati, quando invece si sa con certezza che esiste una vera e propria industria dell’aborto strutturalmente connessa a quella farmaceutica. Non si possono chiudere gli occhi su questa agghiacciante verità, diventata di pubblico dominio grazie alla testimonianza di operatori pentiti del settore.

La realtà innegabile è che la cosiddetta vaccinazione è il fine – ed è quindi parte integrante – di un processo che presuppone la morte di esseri umani non ancora nati, quando non è assolutamente lecito sacrificare neanche una sola vita per procurare beneficio ad altri, neppure se si è in presenza di un grave pericolo e non ci sono altri rimedi, ancor meno se tali condizioni non sussistono affatto e il beneficio è inesistente. Chi, sapendo questo, accetta la vaccinazione coopera dunque all’aborto in modo diretto e ne diventa corresponsabile, seppure in misura proporzionata al grado di libertà del consenso. Che l’uso di quelle linee cellulari riguardi oggi numerosi prodotti farmaceutici, alimentari e cosmetici non lo giustifica comunque, anche se esso non è imputabile a chi non ne sa nulla, finché non ne venga a conoscenza.

È opportuno ricordare che, se le autorità civili non hanno il diritto di imporre un trattamento sanitario né di limitare la libertà di chi lo rifiuta, ancor meno lo hanno le autorità ecclesiastiche, la cui sfera di competenza è tutt’altra. Un vescovo o superiore religioso che imponga ai suoi sudditi la vaccinazione o impedisca ai non vaccinati l’accesso alle strutture sottoposte alla sua giurisdizione commette un gravissimo abuso; se respinge una vocazione per via della mancata vaccinazione, impedisce il compimento della volontà di Dio e dovrà risponderne a Lui. Poiché l’Ordinario, in tal caso, esercita l’autorità al di là delle sue attribuzioni, non si è tenuti ad obbedirgli, ma a resistergli apertamente, per amore della verità e del bene. Le sanzioni canoniche non possono essere comminate se non conformemente al diritto vigente; in caso contrario, vanno impugnate. Minacce e intimidazioni non obbligano affatto la coscienza e non devono impressionare nessuno.

Dato però che siamo vittime di un’inedita congiura tra poteri disomogenei e che chi dovrebbe difenderci sembra alleato col nemico, invochiamo la protezione del Cielo. A questo scopo è indispensabile riconoscere fino a che punto, in ogni ambiente, ci siamo allontanati dalla volontà divina, calpestando i Comandamenti in ambiti serissimi come quelli della vita, della sessualità e della famiglia. La prova che stiamo attraversando è per tutti un richiamo alla conversione e al ravvedimento, senza i quali non potremo venirne fuori. Le forze in gioco superano le possibilità umane; perciò, anche se è legittimo e consigliabile mobilitarsi nelle forme consentite, non possiamo aspettarci dalla nostra azione risultati positivi se non tornando a Dio, facendo penitenza dei nostri peccati e implorando con fede il Suo soccorso.

Un sacerdote cattolico

 

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