L’ipocondria dei moderni e il vaccino come grande talismano

di Giovanni Butta

Caro Valli,

mi capita di riflettere sulle parole che il professor Giulio Tarro ha recentemente pubblicato sui social. Il noto virologo, allontanato dal sistema mediatico per le sue posizioni non proprio mainstream, scrive nel suo tweet: “Oggi ci troviamo un esercito di ipocondriaci, creato da una gestione dell’emergenza, che pretendono di imporre un vaccino, considerato una sorta di talismano”. Il post poi prosegue, ma io vorrei sottolineare le parole citate: ipocondriaci, pretendono, talismano.

Mi chiedo se il disturbo psicologico citato dal professore, l’ipocondria, non sconosciuto anche negli ambienti che contano e decidono, non abbia una sua sottesa importanza nel determinare gli eventi che stiamo vivendo.

E non solo a livello di popolazione generale.

Questo atteggiamento interiore di chi paventa minacce alla propria salute provenienti da ogni dove, sempre alla ricerca di motivi per stare in ansiosa trepidazione, non sembra infatti risparmiare quegli stessi personaggi mediatici, politici, culturali e financo sanitari che oggi, per usare le parole di Tarro, pretendono di dare uno specifico ed esclusivo orientamento alla questione epidemica. Non pochi di questi personaggi, del resto, usano confessare pubblicamente questo tratto della propria personalità come un aspetto di cui essere compiaciuti o con cui attrarre interesse sulle propria persona.

E il Nemico Invisibile pare fatto apposta per alimentare questa condizione, potendo portare a prese di posizione e a decisioni magari non così ragionevoli, distaccate ed equilibrate come sarebbe lecito attendersi.

Possiamo notare che questo elemento alimenta anche il disordine in cui, come società, stiamo scivolando. Commentatori, amministratori, intellettuali, medici, pur vaccinati e quindi “a posto” a sentir loro, si lanciano tuttavia in feroci campagne comunicative contro quella parte di popolazione che non condivide le loro certezze, colpevole, così affermano, di sabotare lo sforzo comunitario, mettere a rischio la salute di tutti, sottrarsi al dovere morale.

Come non pensare che certe posizioni così estreme da lasciare interdetti non possano essere, anche, il segno di una condizione personale davanti al “nuovo” male, un’ansia che però nulla è in grado di attenuare, per quanto essi possano dire, fare, ordinare, imporre. Questa gente non si acquieterebbe neppure se si potesse raggiungere il 110% di popolazione vaccinata, per dire; neppure se si potessero inoculare tutti i cittadini ogni tre mesi, neonati compresi; neppure si potessero iniettare dieci dosi a testa. Nulla, nulla basterebbe a tranquillizzarli, rimarrebbe sempre qualcosa che manca alla sicurezza totale, qualcuno che con la sua presenza impedisce il raggiungimento della Meta desiderata, un po’ come la resistenza del villaggio di Asterix ossessiona Giulio Cesare nel celebre fumetto.

Perché il loro problema in verità è interiore. È in fondo la dannazione di una Modernità che, avendo rifiutato ogni prospettiva “ulteriore” della vita presente, si scompagina al comparire di qualcosa che può rammentare il “non habemus hic manentem civitatem“, che ancora conoscevano le generazioni che ci hanno preceduto. Modernità che per questo pensa di potersi affidare al Talismano, come lo chiama Tarro, per calmare la propria angoscia,  oggetto il cui potere salvifico non può quindi venire messo in dubbio.

In un recente dibattito televisivo un noto giornalista, reagendo a chi avanzava dubbi sulla efficacia dei sieri, si è messo a dare in escandescenze: “Ma non capite – ha urlato – che il siero ci evita la morte?!”. Proprio così, ci evita la morte, come intendendo inconsciamente la morte tout court, quella la cui inevitabilità ci qualifica appunto “mortali”. Quella per cui molti vorrebbero il talismano.

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