Lettera ad Aldo Maria Valli sull’apocalisse

di Aurelio Porfiri

Caro Aldo Maria,

a mano a mano che andiamo scrivendoci vedo venire fuori da te un versante quasi apocalittico che io comprendo, anche se bisogna stare in guardia per riuscire a osservare l’apocalisse dall’esterno e non dall’interno, altrimenti si va in confusione e si vede tutta la realtà alterata. Non ti dico questo come un rimprovero, anzi mi sento vicino a te: tutti e due ci rendiamo conto che siamo in “tempi interessanti” (possa tu vivere in tempi interessanti, dice una maledizione cinese).

Mi sono chiesto più volte del perché mi è dato vivere proprio ora, in tempi di questo carattere, e la risposta che mi sembra più sensata è che proprio ora c’è bisogno di ciò che io posso dare. Ovviamente devo tener conto dei miei limiti, dei miei sbandamenti e delle mie battute d’arresto, eppure per qualcuno, che forse mai incontrerò, sarò un dono, malgrado la mia indegnità.

Noi, che cerchiamo di cavalcare l’apocalisse, dobbiamo anche cercare di mantenere quell’equilibrio di cui penso di averti già detto, citando il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira: “Equilibrio non è la posizione di un uomo seduto pacatamente su una poltrona. Il vero equilibrio è quello del cavaliere sul suo cavallo, mentre realizza con la massima intensità tutte le sue potenzialità”. L’equilibrio si conquista nella battaglia, anche e soprattutto se è la battaglia suprema.

Sappiamo bene, almeno io lo so, quanta indegnità pesi nel nostro bagaglio. Ma questo siamo: peccatori spesso impenitenti, eppure Dio non ci dimentica e ci chiama incessantemente a Lui, armandoci per un combattimento rispetto al quale ci sentiamo inadeguati e facendoci intravedere, anche se solo per pochi istanti, mentre siamo ancora prostrati al suolo, cieli e terra nuova.

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