Lettera ad Aurelio Porfiri sulla stanchezza

Caro Aurelio,

come sai, nel mio blog non risparmio critiche all’attuale conduzione della Chiesa cattolica e in particolare a Francesco. A volte mi dico che dovrei limitarmi ad affidare tutto al buon Dio, evitando di commentare. Poi però mi prudono i polpastrelli ed eccomi di nuovo a pigiare sulla tastiera, nella convinzione che la testimonianza della verità, dovere di ogni battezzato, implichi anche il chiedere ragione ai nostri pastori delle loro prese di posizione.

Dico questo perché, avendo ascoltato il messaggio che il papa ha rivolto agli ascoltatori della Bbc in occasione della Cop26, che sarebbe la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, i polpastrelli hanno ricevuto una scossa, ed eccomi qui a sfogarmi con te, destinatario privilegiato delle mie esplosioni di indignazione (un ruolo terapeutico, il tuo, per il quale non finisco mai di ringraziarti).

Dunque, già il fatto che un papa debba occuparsi di tutto ciò che riguarda le fissazioni ecologiste dell’Onu, e non manchi mai di spendere parole a favore dell’assai discutibile ideologia ambientalista, mi procura una grande tristezza. Ma se poi si va a leggere il messaggio in questione, alla tristezza si aggiunge un profondo sconcerto.

Dopo aver affermato che “il cambiamento climatico e la pandemia da Covid-19 mettono a nudo la radicale vulnerabilità di tutti e tutto e suscitano numerosi dubbi e perplessità sui nostri sistemi economici e sulle modalità di organizzazione delle nostre società”, il papa dice: “Le nostre sicurezze sono crollate, il nostro appetito di potere e la nostra smania di controllo si stanno sgretolando. Ci siamo scoperti deboli e pieni di paure, immersi in una serie di crisi: sanitarie, ambientali, alimentari, economiche, sociali, umanitarie, etiche. Crisi trasversali, fortemente interconnesse e foriere di una tempesta perfetta, capace di spezzare i legami che avviluppano la nostra società all’interno del dono prezioso del Creato”.

Ora, se queste parole fossero pronunciate da un funzionario dell’Onu capirei, ma dal papa! Questa è esattamente la narrazione che ci è stata imposta dalle élite mondialiste e rispetto alla quale la Chiesa, specie per bocca del suo più alto rappresentante, dovrebbe per lo meno prendere prudentemente le distanze.

Vorrei che il papa mi dicesse non che le nostre sicurezze sono crollate, ma che c’è una sicurezza suprema che non può crollare e mai crollerà. Vorrei mi dicesse non che ci siamo scoperti deboli e pieni di paure, ma che si è deboli e pieni di paure se non c’è la fede in Dio, se non si ha fiducia in Dio nostro Padre. Vorrei che tra le tante crisi citate ci fosse, in primo piano, la crisi della ragione umana e dunque della fede: crisi decisiva, perché è la fonte di tutte le altre.

“Ogni crisi – dice invece il papa usando la lingua di legno dei burocrati mondialisti – richiede visione, capacità di pianificazione e rapidità di esecuzione, ripensando il futuro della nostra casa comune e del nostro progetto comune”. Al che mi permetto di obiettare: ma tu, papa, non puoi limitarti a questo. Tu, che sei il Vicario di Cristo sulla terra, mi devi dire su quali basi devo realizzare questa capacità di pianificazione e di esecuzione, su quale roccia devo costruire il futuro, con lo sguardo rivolto a Dio e ai suoi comandamenti.

Invece Francesco, con espressioni banali e insipide, si limita a sostenere che “queste crisi ci mettono di fronte a scelte radicali non facili”. Oh bella, davvero? Già, perché “ogni momento di difficoltà racchiude, infatti, anche delle opportunità, che non possono essere sprecate”. Poi, per quanto riguarda le vie d’’uscita, ecco il predicozzo di rito: “Possono essere affrontate facendo prevalere atteggiamenti di isolamento, protezionismo, sfruttamento; oppure possono rappresentare una vera occasione di trasformazione, un vero punto di conversione, non solo in senso spirituale”.

Mi fa piacere che sia stata usata la parola conversione. Ma conversione verso dove? Verso chi?

Niente. Il papa non risponde. Anzi, insiste a tenere lo sguardo incollato a terra: “Quest’ultima via è la sola che conduce verso un orizzonte luminoso e può essere perseguita solo attraverso una rinnovata corresponsabilità mondiale, una nuova solidarietà fondata sulla giustizia, sulla condivisione di un comune destino e sulla coscienza dell’unità della famiglia umana, progetto di Dio per il mondo”.

Qui entra in scena Dio, ma solo come promotore di un generico progetto di unità della famiglia umana. La dimensione è tutta orizzontale. Dalle crisi si esce con la “corresponsabilità mondiale”, con la “condivisone”. Ma che vuol dire? Se non mi fornisci i perché, se non mi indichi una strada per l’anima, queste restano parole. Buone per i proclami dell’Onu, ma irritanti sulla bocca del Vicario di Cristo.

Immancabile arriva il richiamo alla “dignità di tutti gli esseri umani di oggi e di domani”, ma mi vuoi spiegare, per favore, il perché di tale dignità? Su che cosa è fondata? Anzi, su chi è fondata?

Niente. Sentite qui: “La lezione più importante che queste crisi ci trasmettono è che è necessario costruire insieme, perché non vi sono frontiere, barriere, mura politiche, entro le quali potersi nascondere. E lo sappiamo: da una crisi non si esce da soli”.

D’accordo, costruire insieme sarà pure importante, ma, di nuovo, manca il fondamento. Insieme possiamo anche costruire qualcosa di sbagliato e di orribile. Non è che per il fatto di essere costruita insieme un’impresa debba essere necessariamente buona. Ci sono anche le associazioni per delinquere.

Il papa chiede “azioni più responsabili e coerenti”, e aggiunge di essere rimasto colpito da ciò che gli ha detto uno scienziato: “La mia nipotina, appena nata, entro cinquant’anni dovrà abitare in un mondo inabitabile, se le cose sono così”. Ok. Tuttavia, mi chiedo: la preoccupazione del papa, per lo meno la preoccupazione numero uno, deve essere questa oppure quella espressa nella famosa domanda: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”

Continuando con gli slogan onusiani, il papa sostiene: “È fondamentale l’impegno di ciascuno verso quel cambio di rotta così tanto urgente; impegno che va alimentato anche dalla propria fede e spiritualità”. Finalmente un accenno alla fede. Ma come se fosse un inciso, qualcosa che, dopo tutto, non è veramente necessario o fondamentale.

Infine il papa dice che “tutti noi — è bene ripeterlo, chiunque e ovunque siamo — possiamo avere un ruolo nel modificare la nostra risposta collettiva alla minaccia senza precedenti del cambiamento climatico e del degrado della nostra casa comune”. Certo, tutti possiamo avere un ruolo. Ma non sarebbe il caso di ricordare, da parte del papa, il monito di Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”, “Benedetto l’uomo che confida nel Signore”?

E di nuovo viene da chiedersi: ma la vera minaccia senza precedenti è quella del cambiamento climatico o è la perdita della fede in Dio da parte di un uomo che non si concepisce più come creatura ma come padrone del mondo e di se stesso? La vera minaccia è il degrado della casa comune o questo degrado è piuttosto una conseguenza, mentre la causa è l’ateismo pratico dilagante?

Quando il papa fa discorsi come quello appena riportato ottiene, ovviamente, l’applauso del mondo, ma di questo consenso dovrebbe preoccuparsi. Sta scritto infatti: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”.

Qualcuno potrà dirmi che sono prevenuto. Invece sono solo stanco. Stanco di un successore di Pietro che parla come l’Onu e le logge massoniche. Stanco della mancanza di un papa che confermi i fratelli nella fede perché è tutto preso a confermare le élite mondialiste che utilizzano il terrore ecologista per dipingere l’uomo come un parassita e, di conseguenza, predicare l’assoluta necessità di ridurre la popolazione. Sì, sono stanco di questa Chiesa che, tradendo l’insegnamento del suo Fondatore, fa di tutto per mostrarsi à la page e, così facendo, si schiera dalla parte della morte.

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