Lettera / Le stagioni della Chiesa e quelle dell’uomo. Riflessioni sul far della sera

di Alberto Quagliotto

Carissimo Aldo Maria,

mi inserisco nella corrispondenza che ho visto pubblicata tra Lei ed Aurelio Porfiri.

Da un lato, vedo espressa stanchezza e sofferenza, dall’altro lo sfociare della stanchezza e della sofferenza nella speranza silenziosa, che pare quasi smettere di porsi domande, a cui nessun mortale ormai ha più voglia di rispondere (toccante l’allusione ai sacerdoti che confessano il loro smarrimento: mi viene in mente Nicodemo, che di notte cerca qualcuno a cui parlare, qualcuno che lo sappia ascoltare e soprattutto dagli una spiegazione: e che spiegazione!).

Non ho la preparazione teologica e culturale per poter dire dove sta andando la Chiesa oggi (peraltro, bisognerebbe anche chiedersi quale Chiesa: il suo carattere è sempre più frammentato e disperso in rivoli particolaristici: la Germania eresiarca, l’America del Sud erosa, l’America del Nord chiassosa, la Polonia fidelis (ma fino a quando?), l’Irlanda perduta, la Spagna silente, l’Italia tutto sommato moderata ed equilibrata eccetera).

E nemmeno ho metri di confronto con un passato che non ho mai vissuto e che pertanto ho solo sentito raccontare dalla generazione che mi ha preceduto (quella dei miei genitori, mio padre in particolare che, raramente parlando del tempo andato, non riusciva a farlo, se non alzando lo sguardo in un punto perso del piccolo orizzonte delle stanze domestiche, senza incrociare lo sguardo di nessuno, quasi avesse timore di perdere le immagini che la sua memoria gli proiettava davanti con i colori della giovinezza).

È comunque certo che la Chiesa, che vive nella Storia, che ha formato la Storia, ne assimila gli alti e i bassi, e basta fare un salto un po’ più all’indietro di qualche secolo per capire come questo non sia certo il suo momento più basso. Tempi più forti e violenti ha vissuto il gregge di Cristo.

Non ho nemmeno la capacità di sentenziare, come qualche storico ha fatto, che in questo secolo abbiamo visto la fine della Chiesa costantiniana (proprio guardando al percorso storico bimillenario, mi riesce difficile focalizzare questo, che trovo un concetto molto lato e che spiega tutto e il contrario di tutto).

Una cosa, invece, sento chiaramente: di vivere in un momento in cui la Chiesa, percorso il suo cammino intrapreso a Trento, raggiunta una certa qual moralizzazione e disciplina (non dimentichiamoci da dove partiva), ha vissuto e vive un momento di stanchezza, tipico di chi ha raggiunto una meta. Era la stanchezza che già avevano visto i papi del Novecento, e non solo quelli postconciliari.

Ma quello che più mi rattrista, a prescindere da queste caserecce analisi, è la situazione della mia generazione: quella tra i cinquanta ed i sessanta (ormai più vicina ai sessanta, ahimè)

Ricordo benissimo, nella mia parrocchia di campagna, il povero parroco, ancora in talare, ma non certo un tradizionalista (semplicemente una persona pacata e moderata), affrontare le richieste rockettare dei miei coetanei sul limitare dei vent’anni. Sono scene di ormai quarant’anni fa. Ne ricordo lo sguardo, con il quale ogni tanto in qualche riunione coi ggiovani mi cercava, per trovare un conforto al suo non possumus. Un non possumus alle imbecillità e alle stravaganze di quello scorcio di secolo XX (in campagna le novità arrivano un po’ dopo, e percepivo pure la stravaganza di quel ritardo).

Il ritornello era sempre quello: se la Chiesa non avesse aperto ai giovani, i giovani se ne sarebbero andati. Come se nella vita di un uomo esistesse solo la giovinezza! Essa, purtroppo, dura poco e non sfocia in altra età, diversamente giovane, ma nella maturità e poi nella senescenza. Se prendessimo un metro, come mi ha consigliato un amico carissimo, e ponessimo due tacche, una sui venticinque (dopo non sei più ggiovane, ma adulto) e l’altra sugli ottanta (l’età che l’uomo fortunato, secondo la Bibbia, raggiunge, ma non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza) e ci ponessimo poi in silenziosa e meditativa visione, ne trarremmo un’utilissima conclusione!

Vennero altri parroci. Nessuno certo stravagante, anzi, tutti all’altezza del loro compito. Ma nel frattempo i giovani, diventati adulti, se ne erano già andati per conto loro, e non mi risulta che siano andati in chiese discotecare a coltivare la loro fede. Semplicemente, se ne sono andati. E gli adulti di allora, che avevano vissuto la giovinezza nel piccolo mondo antico, sono invecchiati (di molti vedo la foto in questi giorni al cimitero). I pochissimi giovani rimasti sono diventati adulti e stanno alla finestra, tacciono.

Che strana generazione, la mia!

Quando eravamo giovani, avevamo la certezza di pastori che ci ascoltavano e la derisione dei coetanei (quelli che non avevano avuto il coraggio di iscriversi ai circoli Arci od al Pci sostanzialmente: ma sì, concediamoci un po’ d’ironia!). Ora che siamo adulti, temiamo forse di essere fraintesi dai pastori, che probabilmente non sanno più che pesci prendere, tirati come sono da tutte le parti (tutti vorrebbero il prete a loro immagine e somiglianza). Siamo un po’ guardinghi, ma almeno non abbiamo la noia di coetanei che rivendicano modernità e novità. Dopo la cresima i ggiovani si diradano e si dirada di conseguenza la loro voce. Ai miei tempi, erano molto più numerosi e chiassosi.

Siamo rimasti un po’ soli, un po’ paurosi. E non abbiamo voglia di toni alti: né da destra, né da sinistra. In un mondo così chiassoso, in cui la normalità è quella che per noi allora era pacificamente un vizio (vedi la morale sessuale), abbiamo solo voglia, appunto, di un po’ di normalità; di un parlare che sia sì sì, no, no; di un parlare il cui significato non cambi a seconda di chi ascolta; di un po’ di ascolto, da adulto ad adulto; di poesia, quando è opportuno (penso alla liturgia); di prosa, quando è necessario: non abbiamo voglia di birignao. Vogliamo tornare all’essenziale.

Guardo il metro: il pomeriggio è avanzato, il cielo è bello, ma si fa rosa. Fra un po’ sarà sera, e ancora un po’ e le luci di casa si spegneranno.

Mi conforta che il regno di Dio è già fra di noi. E questo basta.

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