Lettera ad Aurelio Porfiri sulla Chiesa “inclusiva”

Caro Aurelio,

vedo in Internet la foto di una chiesa cattolica degli Stati Uniti. È la parrocchia di St. Paul a Lexington, nel Kentucky, davanti alla quale campeggia un cartello con i colori dell’arcobaleno e la seguente scritta: “Lgbtq+ Catholics. Families, Friends and Allies. All are Welcome”. Un avviso che è nello stesso tempo superfluo e sconcertante. Superfluo perché ogni chiesa cattolica è aperta a tutti coloro che vi desiderano entrare con rispetto. Sconcertante per quei colori e quell’acronimo Lgbtq+, utilizzato per indicare le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer e, più in generale, tutte quelle che non si sentono pienamente rappresentate sotto l’etichetta di donna o uomo eterosessuale.

Il Catechismo della Chiesa cattolica è chiaro: “Dio creò l’uomo a sua immagine; […] maschio e femmina li creò” (Gn 1,27); “Siate fecondi e moltiplicatevi” (Gn 1,28); “Quando Dio creò l’uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati” (Gn 5,1-2).

L’omosessualità si oppone in radice a questo disegno divino. Non ci sono margini, per nessun tipo di giustificazione. “La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare. L’armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui si vivono tra i sessi la complementarità, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto”. “Creando l’uomo “maschio e femmina”, Dio dona la dignità personale in egual modo all’uomo e alla donna” “L’uomo è una persona, in eguale misura l’uomo e la donna: ambedue infatti sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale”. “Ciascuno dei due sessi, con eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore”.

Si potrebbe continuare, ma mi sembra tutto lampante. E altrettanto chiare sono le parole sull’omosessualità: “Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.

La Chiesa sa bene che “un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate”, tuttavia ricorda che “questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione”. Infine, “le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana”.

Tu potrai dirmi che sul cartello posto fuori dalla parrocchia di St. Paul non è scritto che la Chiesa giustifica il peccato di sodomia, ma c’è scritto solo che le persone Lgbtq+ sono le benvenute. Va bene, te lo concedo. Tuttavia il cartello con i colori dell’arcobaleno sottolinea il desiderio di mostrare una particolare simpatia verso quelle persone, e questo tipo di operazione non è frutto del pensiero cattolico, ma dell’ideologia omosessualista che è penetrata in profondità anche nella Chiesa cattolica.

Oggi quando si ricordano certi passi scritturistici si viene giudicati reazionari, ma nessuno può negare che le Scritture sono cristalline. Mi limito a Romani 1,24-27:Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento”.

Le parrocchie cosiddette gay friendly, semplicemente, vanno contro l’insegnamento cattolico. Vittime del dogma dell’inclusività, benedicono o per lo meno giustificano il peccato, il che non può essere.

A ben guardare, i messaggi come quelli promossi dalla chiesa di St. Paul nascono da un tradimento radicale dell’insegnamento cristiano, perché, finendo con il tollerare o, peggio, incoraggiare certi comportamenti, promuovono la perdizione e la condanna eterna. Ma la Chiesa non è stata voluta da nostro Signore per migliorare il benessere psicofisico. È stata voluta per la salvezza delle anime.

Nel web ho visto sacerdoti con stole arcobaleno e altari ricoperti con gli stessi colori. Questa non è inclusività. Questa è apostasia.

Tutto ciò che sto dicendo è lapalissiano, eppure siamo arrivati a un punto per cui, come diceva Chesterton, occorre attizzare fuochi per dimostrare che due più due fa quattro e sguainare spade per testimoniare che le foglie sono verdi in estate.

Una parrocchia cattolica che espone cartelli arcobaleno non è gay friendly, ma sodomy friendly. Quindi non è veramente cattolica.

Ciò non significa essere cattivi e intolleranti verso gli omosessuali. Significa avere a cuore la cattolicità della Chiesa cattolica e la salvezza delle anime.

Eppure il pensiero gay frinedly imperversa, e ci sono personaggi, come il gesuita James Martin, che pontificano un giorno sì e l’altro pure su inclusività e accoglienza, e vengono ricevuti con larghi sorrisi dal Vicario di Cristo in Vaticano. Il che, dopo tutto, non stupisce, visto che un altro gesuita (e non uno qualsiasi, ma niente meno che il generale dell’ordine, padre Arturo Sosa Abascal) ha detto che ai tempi di Gesù non c’era il registratore e quindi non possiamo essere proprio sicuri delle parole che ci sono state tramandate dalle Scritture.

La chiamano “Chiesa liquida”. Direi che “Chiesa apostatica” è più calzante.

Accogliere tutte le persone non significa accogliere tutti i comportamenti, tutte le ideologie, tutte le credenze, tutte le morali, tutte le visioni politiche.

Oggi, nella “Chiesa in uscita”, si parla tanto di discernimento e accompagnamento, ma questi concetti sono spesso utilizzati come cavalli di Troia per introdurre nell’insegnamento cattolico il più vieto relativismo.

I pastori e i laici cattolici ansiosi di apparire accoglienti e “non giudicanti” tradiscono volontariamente l’insegnamento morale cattolico che ci è stato trasmesso. Non desiderano la salvezza delle anime, ma solo che la Chiesa sia ritenuta progressista e à la page rispetto al mondo.

Il peccato è “aversio a Deo et conversio ad creaturas” (sant’ Agostino): è la pretesa di essere “dio” di se stessi, nella convinzione di poter fare a meno del Creatore. E Geremia ammonisce: “Maledictus homo qui confidit in homo”. Ma dove sono, oggi, i pastori che ce lo ricordano? Spesso sembrano più che altro promotori culturali progressisti, desiderosi di apparire molto politicamente corretti e aggiornati.

Ma, poi, che risultati ottiene questa politica dell’inclusività a ogni costo? Forse vediamo frotte di persone correre nelle chiese e riempirle? Forse assistiamo a conversioni di massa? Non sembra proprio. Quello a cui assistiamo è, piuttosto, un suicidio, un processo di autodistruzione che rientra in quello, più ampio, dell’autodissolvimento della civiltà occidentale di matrice cristiana. Un quadro di fronte al quale non mi resta che alzare l’invocazione cara a don Dolindo Ruotolo: “Gesù, pensaci tu!”.

 

 

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