Lettera ad Aurelio Porfiri sulla speranza

Caro Aurelio,

se c’è una cosa che mi piaceva fare era entrare nelle chiese per salutare nostro Signore. Era bello avviarsi verso l’altare, individuare la luce rossa, inginocchiarsi davanti al Santissimo, ringraziare, dire arrivederci e poi riprendere la strada. Dirai: perché parli al passato? Perché tutti gli avvisi e le procedure anti-contagio mi hanno tolto il piacere. Se entri in una chiesa, ecco subito uno o più cartelli con l’indicazione di tutto ciò che non puoi fare e devi fare, il numero massimo di presenze (come se le chiese ai nostri giorni fossero prese d’assedio), la distanza da mantenere. E poi ecco l’immancabile totem, lo strumento per igienizzare le mani, e poi le panche con su scritto dove puoi stare e dove no, e magari c’è pure un solerte addetto che controlla se hai la mascherina, se ti sei igienizzato e se fai tutto per bene. Sembra di arrivare non nella casa del Signore, ma in un ambulatorio, e ti viene l’angoscia. Povero Signore nostro, ti hanno medicalizzato.

Ti dico la verità: faccio fatica a perdonare gli ideatori di questa grottesca macchina del terrore. Lo so, lo so: tu pensi che siano tutte misure necessarie, e io rispetto la tua posizione. Resta il fatto che le chiese non sono più come prima. Certo, già prima ce n’erano di brutte e perfino di orrende, fredde e inospitali, e già prima a volte era difficile trovare la luce rossa e il tabernacolo, perché oggi va di moda spiazzare il fedele e dissacrare. Ma ora si è superato il limite.

Su certi portoni delle chiese manca solo il filo spinato e la telecamera puntata addosso. È tutto un avvertimento. E se, bene o male, riesci ad avventurarti fino all’altare, ti senti quasi un pericoloso infiltrato. Poco importa che le chiese siano deserte. A quanto pare, per qualche misteriosa ragione là dentro il virus è quanto mai aggressivo e pronto a colpire. Altrimenti non si potrebbero spiegare tanti cartelli e tante richieste imperiose.

Togliere a un fedele il piacere di entrare in chiesa credo sia il massimo successo del demonio, per cui, sinceramente, devo fargli i complimenti: “Bravo, ci sei riuscito. Non so che cosa tu abbia in serbo per il futuro, ma questo giro lo hai vinto”.

Se poi ci mettiamo anche le ingiunzioni contro la Santa Messa apostolica (il caso di Roma è il top, con il diktat emesso dal vicario De Donatis), direi che il signor diavolo può festeggiare alla grande.

E i nostri pastori, alias vescovi? Che fanno, che dicono?

Apparentemente nulla. Non si accorgono di nulla, non reagiscono, non parlano. Imperturbabili (a furia di predicare l’amicizia col buddismo), si nascondono, tacciono o parlano solo per ricordare che bisogna obbedire alle direttive segregazioniste.

Oppure cascano dal pero.

È il caso del cardinale Sarah, che in questa specialità è ormai un primatista. Dopo l’uscita del libro From Benedict’s Peace to Francis’s War. Catholics Respond to the Motu Proprio Traditionis Custodes on the Latin Mass (curato dal musicista e liturgista statunitense Peter Kwasniewski, il volume raccoglie settanta testi di quarantacinque autori più o meno critici sul motu proprio Traditionis custodes) il porporato guineano, che molti ritengono un papabile, ha detto di sentirsi “tradito” perché nel libro, nel quale compare un suo testo, c’è anche un intervento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, e non sia mai! “Non sapevo che ci fosse anche lui” protesta l’ex prefetto della Congregazione per il culto divino.

Ma un altro specialista di caduta dal pero è il cardinale Walter Brandmüller, anch’egli stupito di trovarsi accanto, fra gli autori del libro, monsignor Viganò, e pronto a dire che non ne sapeva niente e che è stato raggirato. Ora, tenuto conto che Sarah e Brandmüller vengono dati come “conservatori”, viene da dire: povero fronte conservatore!

Che fino ha fatto il coraggio? Abbiamo pastori o funzionari religiosi? Curatori delle anime o della propria immagine? Difensori della fede o della carriera?

Avviene nella Chiesa come nella politica. Si ripete spesso che il pontificato di Bergoglio è stato un fallimento, uno dei peggiori nella storia. Sì, ma dove sono le alternative? Dove e a chi guardare per trovare un briciolo di speranza?

Un caro amico mi dice: “Fatti forza. I vecchi modernisti, che continuano a esaltare il Vaticano II e le sue riforme ed esaltano Francesco, stanno per esaurire il loro tempo su questa terra. Altri li sostituiranno e saranno migliori. Per lo meno, non saranno così ostinati e ideologizzati”.

L’amico basa il suo giudizio speranzoso sui dati di un sondaggio condotto nel 2021 dall’Austin Institute for the Study of Family and Culture tra sacerdoti cattolici degli Stati Uniti su temi come l’aborto, il comportamento omosessuale e, in generale, l’approvazione della linea di papa Francesco. Ne emerge che i preti più giovani, a quanto pare, sono sensibilmente più cattolici dei confratelli anziani. Per il 90% dei sacerdoti ordinati dopo il 2010, l’aborto è sempre un peccato, rispetto al 56% dei sacerdoti ordinati prima del 1980. Per l’89% dei sacerdoti ordinati dopo il 2010 il comportamento omosessuale è sempre peccaminoso, rispetto al 34% dei preti ordinati prima del 1980, e i numeri sono molto simili circa questioni come il sesso al di fuori del matrimonio e la contraccezione. Inoltre, solo il 20% dei sacerdoti ordinati dopo il 2010 approva “molto” la linea del pontificato di Francesco, rispetto all’80% dei sacerdoti ordinati prima del 1980. E il 92% dei preti anziani afferma con scoramento che i preti giovani sono più “conservatori”. Cioè più cattolici.

Staremo a vedere. Intanto preghiamo. Per la Chiesa, per i papi (l’attuale, l’emerito, il prossimo), per i vescovi, per i cardinali, i parroci, per ogni prete. Abbiamo bisogno di esempi, di guide, di santi. Preghiamo perché il Signore ci mandi sacerdoti come il santo Curato d’Ars, il quale diceva: “Il prete possiede le chiavi dei tesori del Cielo: è lui ad aprirne la porta; egli è l’economo di Dio, l’amministratore dei suoi beni”.

Così sia.

 

 

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