“Dare ai giovani l’infinito, che è la ricerca della verità”

All’interno della docuserie di Netflix SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, dedicata alla storia della comunità di recupero fondata da Vincenzo Muccioli, c’è anche la testimonianza di Fabio Cantelli, classe 1962, filosofo e scrittore, oggi dirigente del Gruppo Abele di don Luigi Ciotti. Cantelli, che è stato a lungo ospite di San Patrignano e poi responsabile dell’ufficio stampa, ha rilasciato diverse interviste circa il suo rapporto con la comunità e la sua storia di “tossicodipendente di strada”. Tra le varie interviste, mi è capitato di leggere quella che ha dato a La voce alessandrina e voglio riportarne una parte. Qui non entriamo nella vicenda personale di Cantelli (da lui raccontata nel libro SanPa, madre amorosa e crudele). Ci occupiamo invece di una sua valutazione sulla questione educativa. Ecco dunque tre domande e altrettante risposte date nel corso dell’intervista.

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Cantelli, il 33,6% degli studenti italiani – circa 870 mila ragazzi tra i 15 e i 19 anni – ha utilizzato almeno una sostanza psicoattiva illegale. I giovani cercano la vita nella droga, perché non riescono a trovarla altrove?

«Questa società non si chiede perché un giovane trova la vita nella droga. Se si ponesse questa domanda, entrerebbe in crisi. Credo che la questione di fondo è che ciascuno di noi viene al mondo assetato di infinito. Se tu vieni al mondo e trovi una società che non si cura di questa sete, perché l’ha repressa, vieni distratto dalle tante chimere: il successo, il potere, l’individualismo assoluto. Ma se un giovane con una particolare sensibilità capisce che queste sono solo illusioni, è molto facile che cerchi e trovi nelle droghe il surrogato dell’infinito che va cercando. Scopre che non gli basta più l’ultimo paio di scarpe o altre esche del mercato».

Cosa serve, allora?

«Sembrerà utopico, ma bisogna cercare di dar loro l’infinito che è la ricerca della verità. Ma anche la consapevolezza che, in quanto mortali, noi siamo esseri finiti. Ed è un bene, perché le grandi cose che l’uomo ha fatto nella vita, le ha fatte sapendo di essere di passaggio. Se avessimo l’eternità davanti non avremmo neanche la voglia di muovere un dito: una situazione di “ebetudine”, e non beatitudine. Bisognerebbe insegnare ai ragazzi il sapere della morte. Una società che toglie la morte, infligge la morte. E questo accade anche attraverso il mercato, l’arma più subdola dell’Occidente».

Possiamo parlare, quindi, di emergenza educativa?

«Un’emergenza educativa enorme. E la droga in tutto questo è stata normalizzata. Chi parla di legalizzazione, non capisce che è già in atto una “normalizzazione”, perché il meccanismo del mercato ha la capacità di ridurre tutto a merce. Quello che mi spaventa di più è che per comprare una dose di eroina, oggi, bastano cinque euro: una cifra irrisoria. Ai nostri tempi dovevamo rubare. E se le mafie continuano a guadagnare tanto dalla droga è perché la platea degli acquirenti è diventata vasta. Una platea immensa, ma invisibile: i tossici non rubano, non si vedono per strada a girovagare come zombie. La tossicodipendenza è stata banalizzata, svuotata di significato. Purtroppo credo che per un ragazzo d’oggi uscire dalla droga sia molto più difficile di quanto lo sia stato per me…».

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Ecco. Ci fermiamo qui. La risposta sulla banalizzazione della tossicodipendenza e la normalizzazione della droga dovrebbe indurre a serie riflessioni. Ma è soprattutto la risposta sulla ricerca dell’infinito e della verità quella che mi è piaciuta. E per questo ho voluto condividerla.

A.M.V.

Fonte: lavocealessandrina.it

 

 

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