Michel Aupetit, gigante della fede e spina nel fianco dei laicisti

Il Papa ha accettato al volo la decisione dell’arcivescovo di Parigi di rimettere l’incarico nelle sue mani. Il tutto  in seguito al presunto scandalo sollevato da Le Point. La Francia (e non solo) perde un grande arcivescovo. Che infatti aveva molti nemici.

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di Leone Grotti

«Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. Sia benedetto il nome del Signore». Cita Giobbe, l’ormai ex arcivescovo di Parigi, Michel Aupetit, per comunicare ai fedeli della sua diocesi che papa Francesco ne ha accettate le dimissioni. Al prelato di 70 anni in realtà questa parola non piace, come precisato pochi giorni fa a La Croix: «Non mi sono dimesso. Ho rimesso la mia carica nelle mani del Santo Padre». Nel messaggio di addio a tutti i parigini precisa di averlo fatto per «preservare la diocesi dalla divisione, che provoca sempre il sospetto e la perdita di fiducia».

Quanto fango contro monsignor Aupetit

Monsignor Aupetit lascia la diocesi a testa alta, ringraziando tutte le persone «magnifiche» che hanno servito la Chiesa insieme a lui («troppe per poter fare una lista esaustiva») e, com’è nel suo carattere schietto, senza nascondersi dietro un falso manierismo: «Prego per coloro che forse mi hanno augurato il male, come Cristo ci ha insegnato a fare, lui che ci aiuta ben al di là delle nostre forze».

Quel “forse” è l’unica concessione del vescovo al “bon ton”, essendo cosa certa che a volerlo far fuori erano in tanti. A provocare il terremoto nell’arcidiocesi di Parigi è stata una vergognosa inchiesta del settimanale Le Point, che ha accusato Aupetit di aver gestito con fare dittatoriale la comunità di fedeli di Parigi e soprattutto di avere avuto una relazione amorosa con una donna nel 2012. La circostanza, smentita a più riprese dallo stesso arcivescovo («Non ho mai avuto una doppia vita e chi era con me lo sa»), lo ha comunque spinto a rimettere la sua carica nelle mani di papa Francesco.

Il sostegno dei fedeli cattolici

Come dichiarato dallo stesso Aupetit dopo la pubblicazione dell’articolo di Le Point a Radio Notre Dame, «anche per me è stato uno choc leggerlo e mi sono chiesto se davvero c’erano così tante persone che desideravano che me ne andassi».

La risposta è senza dubbio affermativa, ma non per le ragioni di cui parlano Le Point Libération, che hanno sempre preso di mira il prelato. Dopo le dichiarazioni rilasciate alla radio, infatti, i fedeli hanno inondato l’emittente di commenti di questo calibro: «Continui la sua missione, se può», «Non se ne vada, le sue omelie e le sue azioni mi hanno sempre sostenuto»; «Non si dimetta, abbiamo bisogno di lei»; «Monsignor Aupetit! Noi la amiamo e la sosteniamo con le nostre preghiere»; «Sostegno incondizionato a monsignor Michel Aupetit». E così via.

Perché tanti in Francia odiano Aupetit

Se il suo apprezzamento tra i fedeli era diffuso, lo stesso non si può dire degli ambienti mediatici, politici e laicisti della Francia. L’arcivescovo di Parigi, infatti, ha sempre dato fastidio a quella vasta galassia di persone che considerano la libertà religiosa come una generosa concessione della Repubblica ai fedeli e che vedono bene i cattolici solo quando restano confinati in sacrestia a pregare.

Questo, monsignor Aupetit, non avrebbe mai potuto farlo a meno di tradire se stesso. Laureato in medicina e specializzato in bioetica, è diventato sacerdote in tarda età, a 44 anni, dopo aver esercitato la professione per 12 anni. Come scritto nel suo ultimo comunicato, «prendermi cura dell’altro è qualcosa di profondamento radicato in me».

La denuncia della «cultura della morte»

E Aupetit si è preso cura della sua diocesi, dei suoi fedeli e di tutti i francesi denunciando con forza e a più riprese la «cultura della morte che incombe sulla Francia». Non poteva certo suscitare approvazione negli ambienti parlamentari il suo articolo per il Figaro del 29 giugno 2020 – quando è stata approvata in prima lettura la legge di bioetica, con l’apertura della fecondazione per coppie lesbiche e donne single – nel quale denunciava lo stravolgimento «di ciò che la nostra civiltà ha costruito per il rispetto dell’uomo, della sua dignità, della sua vita e della sua salute». Scriveva:

«Qui siamo di nuovo impegnati a capofitto nello sconvolgimento delle relazioni genealogiche che strutturano la persona, nella banalizzazione degli embrioni umani selezionati, analizzati e gettati via come volgari prodotti di consumo, nella produzione artificiale di gameti che non ha altro interesse che quello di alimentare il mito della procreazione “senza sesso”. Sappiamo che dobbiamo rilanciare il commercio e l’industria, ma non a scapito della dignità umana. La scelta di aprire il mercato per i bambini, separando l’assistenza medica alla procreazione dalle difficoltà di concepimento, è un grave attacco alla dignità umana. Questa scelta di  promuovere l’industria procreativa alimentandola con un numero sempre crescente di embrioni mostra chiaramente le ragioni commerciali alla base di questo progetto».

Dalla parte di ragione e scienza

E quando i giornalisti gli chiedevano provocatoriamente se pensava che l’embrione fosse «vita», aspettandosi una risposta religiosa da ignorare con disprezzo, non potevano certo sopportare che lui li umiliasse brandendo la ragione e la scienza: «Non sono certo io a dire che l’embrione è vita, ma l’embriologia. Del resto, basta guardare un’ecografia. Sono esseri viventi, saranno bambini. Questo è incontestabile. E la nuova legge aprirà anche la strada all’eugenetica con la selezione degli embrioni».

Ha certamente poi suscitato gelosie che ad aprile, quando in Francia si è aperto il dibattito sull’eutanasia, lo scrittore e intellettuale decadente, Michel Houellebecq, abbia riconosciuto pensando alla sua figura che i cattolici da lui guidati erano gli unici a resistere contro la «menzogna». Allora lo stesso Aupetit tuonò:

«È paradossale che ci sia questa offensiva per dare la morte in un momento in cui la morte ci accerchia ed è dappertutto. Bisognerebbe piuttosto battersi per la vita. La soluzione davanti alla sofferenza non è uccidere la persona, ma alleviare la sofferenza e accompagnarla. La vera libertà è quella di lasciarsi amare».

La stoccata a Macron su Notre-Dame

Aupetit è stato un gigante anche durante le fasi più dure della pandemia e non solo perché ha saputo indicare una strada ai francesi smarriti. Quando nel 2020 alcuni poliziotti troppo zelanti entrarono armati in una chiesa, violando la legge, per vedere se le restrizioni anti Covid venivano rispettate, l’arcivescovo denunciò la «pagliacciata inammissibile». E allo stesso presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, che nel 2019 pronunciò parole molto laiche, architettoniche e di circostanza per il rogo della cattedrale di Notre-Dame, rifilò questa stoccata:

«Siamo molto addolorati per la perdita della nostra cattedrale, questa è la Settimana Santa e dovremo riorganizzare completamente le nostre preghiere. Sarebbe stato bello se ci fosse stata una piccola parola di compassione per la comunità cattolica, perché dopo tutto, sono i cattolici che fanno vivere la cattedrale di Notre Dame».

«Non guardate me, guardate Cristo!»

È per questa sua presenza ingombrante e mai accomodante che monsignor Aupetit era inviso a tanti. Ma soprattutto, è perché non si faceva mai ridurre semplicemente a un attivista pro life o a un santino da bacheca. La ragione profonda di ogni sua invasione in campo laico, infatti, era quella indicata nella sua prima omelia da arcivescovo: «Non guardate me, guardate Cristo!». Ecco perché monsignor Aupetit mancherà all’arcidiocesi di Parigi, alla Chiesa di Francia, già messa a dura prova dallo scandalo abusi sessuali, e anche a noi. E lo scandalo amoroso? Nous nous en foutons carrément.

Fonte: tempi.it

 

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