Quando il vescovo, anziché essere padre, preferisce mettere etichette

di don Marco Begato

Ho letto l’intervento di S. E. mons. Fausto Tardelli, vescovo di Pistoia, pubblicato lo scorso 2 dicembre su La Vita, un articolo che si apre così: “Veramente non riesco a capire come possano dei cattolici convinti – almeno così si professano – essere accanitamente dei “no-vax”. Non ci arrivo proprio”.

Ebbene, ci sono alcuni elementi che mi paiono poco chiari.

Anzitutto trovo di difficile interpretazione il termine “cattolici no-vax”. In realtà mi costa già fatica riuscire a specificare il senso della semplice dicitura “no-vax”. Mi ricorda tanto altre etichette, utili più per agitare la tensione sociale che per individuare posizioni di pensiero omogenee: alludo per esempio ai termini “sovranista” e “omofobo”, per fermarci ai più recenti. Mi chiedo dunque: cos’è un no-vax e di conseguenza chi sarebbe il cattolico no-vax? Tanti scienziati, medici, letterati, professionisti, onesti cittadini e genitori responsabili stanno scegliendo in scienza e coscienza di non vaccinarsi o non far vaccinare i propri figli. Costoro sarebbero dei no-vax? Spero vivamente che l’abbaglio mediatico non ci abbia portato a demonizzare con lo stigma di no-vax la scelta libera e secondo verità di chi vuol evitare una vaccinazione dai contorni a dir poco incerti.

Confesso poi che ho vissuto con un certo senso di imbarazzo il ricorso a incisi quali “cattolici convinti, almeno così si professano” e “sedicenti cattolici”, una doppia ricorrenza che pesa non poco in un comunicato di una quindicina di righe. Tali espressioni, in accordo con la mia sensibilità ed educazione religiosa, possono essere accolte e comprese in un contesto di saggistica polemica o di opinionismo, ma non nelle comunicazioni di un Pastore, nemmeno a voler intendere lo scritto giornalistico come mezzo di esternazione solo informale di un presule. I cattolici non si dicono tali (sedicenti), ma lo sono in quanto fedeli battezzati, segnati perciò da un sigillo indelebile che li lega alla Chiesa e così, giuridicamente, al proprio vescovo. Può darsi che le infelici espressioni volessero colpire taluni fedeli distintisi per esternazioni vivaci e teologicamente opinabili. Allora si potrà e si dovrà indicare a tali fedeli il dovere di esprimersi secondo le debite modalità; mitigando i toni accesi e aggressivi; ricordando i confini delle rispettive competenze: a volte i fedeli sentenziano arrogandosi diritti di docenza che non spettano loro. Altro è istruire i fedeli nel loro ruolo, altro è beffeggiarli nei loro eccessi; altro è dar loro un’indicazione di crescita, altro è estromettere e irridere. E ancora, un conto è correggere chi erra, un conto è stigmatizzare generalizzando in modo confuso e offensivo.

Alla luce di queste considerazioni non parlerei di cattolici no-vax, ma di fedeli che scelgono di non vaccinarsi. E non direi sedicenti cattolici, bensì fedeli che vanno formati nell’assunzione di certe posizioni teologiche.

Ora, se posso, vorrei continuare la riflessione portando un contributo dalla mia pur semplice esperienza pastorale. Attorno al chiacchierato tema “no-vax” vedo tre problematiche emergenti e percepisco un disagio. Prima problematica: incontro numerosi cattolici degni e meritevoli, che scelgono di non vaccinarsi e che sono sottoposti a pressioni sociali indebite e vergognose. Seconda problematica: incontro alcuni cattolici vaccinati che si lanciano in forme di aggressività priva di misericordia e di accoglienza, di fraternità e di carità, il cui unico e ultimo atto d’amore degli ultimi mesi è stato forse quello di vaccinarsi (se mi è consentita una provocazione, altrimenti ritiro l’ultima riga). Sento poi – terza problematica – da testimoni diretti che centinaia di persone (non è un’iperbole) disertano le chiese per cercare conforto spirituale in forme riemergenti di esoterismo, neo-paganesimo, neo-stregoneria e New Age. Il disagio che percepisco è quello di vedere i primi condannati e abbandonati, anche da parte delle istituzioni ecclesiastiche; i secondi giustificati e quasi incoraggiati, raramente corretti da parte delle istituzioni ecclesiastiche; gli ultimi per lo più ignorati, mentre in ambito ecclesiastico si procede con ostinata insistenza a codificare l’appartenenza e la partecipazione ecclesiale in termini di protocolli sanitari.

In sintesi, alla luce della mia esperienza e della ambiguità dei termini usati dal vescovo su citato, credo che certi interventi pastorali siano poco efficaci e rischino di non ottenere gli effetti ambiti, per cui auspico che i prossimi interventi sappiano cogliere più puntualmente i punti dolenti – in entrambi gli schieramenti – e soprattutto concorrano non a etichettare, ma a indicare la giusta meta per ciascuno.

In tal senso vorrei condividere come sto vivendo la mia missione sacerdotale in questi recenti e tragici semestri: uno sforzo per portare le persone che incontro a fare almeno un passo in più verso il Mistero di Cristo. Colgo una straziante tensione centrifuga rispetto a Dio e alla Chiesa. Avverto l’umanità sbriciolarsi e andare quasi in brandelli (dalla crisi ecologica, alla dissoluzione del reale in favore del metaverso, alla polverizzazione delle identità sessuali, eccetera) e sento attuale la sfida per la salvaguardia della propria coscienza. Ragion per cui nel mio ministero quotidiano mi piace riferirmi a un frammento di cultura cinematografica cristiana e citare la frase pronunciata dal soldato Doss: “In un mondo impegnato a farsi a pezzi da solo, non mi sembra una cattiva idea quella di rimetterlo insieme pezzo dopo pezzo” (dal film La battaglia di Hachsaw Ridge, del 2017, film tra l’altro istruttivo per rileggere e guidare l’itinerario esistenziale di molti fedeli che non si vaccinano). In tale contesto tragico è assolutamente fuori dalla mia visione l’idea di escludere gruppi di fedeli o di non battezzati, quale che sia la loro posizione specifica, mentre avverto come urgente ricevere sostegno, conforto e mete sicure dai pastori. Il compito di redarguire componenti minoritarie e marginali lo lascerei a figure specifiche nella curia e nella diocesi. Ai vescovi chiederei di essere voce paterna, attenti all’odore del gregge (anche quando risulti particolarmente acre), e di appoggiare i sacerdoti, consacrati e laici del proprio territorio perché lavorino secondo gli obiettivi della pastorale tradizionale: salvare le anime e rafforzare l’unità e la pace nella Chiesa.

Altre forme di schieramento, nel contesto comunicativo mediatico attuale, rischiano di suscitare un senso di imbarazzo e scandalo, di ottenere un effetto contraddittorio, di inibire cammini di crescita e ricostruzione, di giustificare schieramenti divisivi e ostili, di indebolire la voce della Chiesa in un frangente in cui il desiderio spirituale sta crescendo e le seduzioni delle nuove religioni si fanno insidiose.

So che certi commenti in questa fase storica non sono molto apprezzati. Se mi sono permesso di esprimerli – vorrei si sapesse – è anche per un senso di responsabilità e solidarietà verso tanti bravi fedeli, il cui dolore e senso di solitudine ecclesiale è in continua crescita. In quanto sacerdote e consacrato, mi dichiaro disposto a sostenerli in tutto ciò che spetta loro, pur sempre nel rispetto dei vari ruoli e delle diverse personalità.

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