Sulle sconcertanti parole di Bergoglio a proposito di monsignor Aupetit

Di fronte alle dichiarazioni che il papa ha fatto in aereo sul caso dell’arcivescovo Aupetit si prova un misto di sconcerto e tristezza. Sconcerto per il grado di squilibrio raggiunto da Bergoglio, tristezza per il livello a cui è sceso il papato.

Prima di tutto, rileggiamo il colloquio tra il papa e l’inviata di Le Monde, Cécile Chambraud.

Cécile Chambraud (in spagnolo)

Santo Padre, faccio la domanda in spagnolo per i colleghi. Giovedì, quando siamo arrivati a Nicosia, abbiamo saputo che Lei aveva accolto la rinuncia dell’arcivescovo di Parigi, monsignor Aupetit. Ci spiega perché, e perché con tanta fretta?

Papa Francesco

Sul caso Aupetit. Io mi domando: ma cosa ha fatto Aupetit di così grave da dover dare le dimissioni? Cosa ha fatto? Qualcuno mi risponda…

Cécile Chambraud

Non lo so. Non lo so.

Papa Francesco

Se non conosciamo l’accusa, non possiamo condannare. Qual è stata l’accusa? Chi lo sa? [nessuno risponde] È brutto!

Cécile Chambraud

Un problema di governo o qualcos’altro, non lo sappiamo.

Papa Francesco

Prima di rispondere io dirò: fate l’indagine. Fate l’indagine. Perché c’è pericolo di dire: “È stato condannato”. Ma chi lo ha condannato? “L’opinione pubblica, il chiacchiericcio…”. Ma cosa ha fatto? “Non sappiamo. Qualcosa…”. Se voi sapete perché, ditelo. Al contrario, non posso rispondere. E voi non saprete perché, perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. I peccati più gravi sono quelli che hanno più “angelicità”: la superbia, l’odio… questi sono più gravi. Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. Non so se Lei si sente così, ma forse… come è stato Pietro, il vescovo sul quale Cristo ha fondato la Chiesa. Come mai la comunità di quel tempo aveva accettato un vescovo peccatore? E quello era con peccati con tanta “angelicità”, come era rinnegare Cristo, no? Ma era una Chiesa normale, era abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti: era una Chiesa umile. Si vede che la nostra Chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore, e facciamo finta di dire “è un santo, il mio vescovo”. No, questo è Cappuccetto Rosso. Tutti siamo peccatori. Ma quando il chiacchiericcio cresce e cresce e cresce e ti toglie la buona fama di una persona, quell’uomo non potrà governare, perché ha perso la fama, non per il suo peccato – che è peccato, come quello di Pietro, come il mio, come il tuo: è peccato! –, ma per il chiacchiericcio delle persone responsabili di raccontare le cose. Un uomo al quale hanno tolto la fama così, pubblicamente, non può governare. E questa è un’ingiustizia. Per questo, io ho accettato le dimissioni di Aupetit non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia. Questo voglio dire. Grazie.

Bergoglio ha messo in campo qui tutto il suo repertorio: imprudenza, ambiguità, doppiezza, incoerenza, sfrontatezza.

Come si vede, davanti a una giornalista che, legittimamente, vuole sapere perché il papa ha accettato la rinuncia di mons. Aupetit all’incarico (si badi bene: Aupetit non ha dato le dimissioni, ma ha rimesso l’incarico nelle mani del papa, lasciando a lui la decisione), Bergoglio dice «se non conosciamo l’accusa, non possiamo condannare». Ma se è stato proprio lui di fatto a condannare Aupetit! E se l’ha condannato, si presume che avesse elementi circostanziati per farlo. Invece dice ai giornalisti di indagare: ma che c’entrano i giornalisti? È lui che dovrebbe spiegare perché ha accettato la rinuncia di Aupetit, assumendosi la responsabilità della decisione!

Poi però qualcosa dice; ma, al solito, non chiaramente. Piuttosto butta là un’accusa, e lo fa (con somma malizia) con l’aria di chi apparentemente difende l’arcivescovo, con quel modo duplice e farisaico tipico del modello peronista appreso in Argentina. Parla di una «una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi alla segretaria, che lui faceva». Il riferimento alla segretaria (gravissimo, perché chiama in causa una persona finora mai esplicitamente menzionata) è stato tolto dalla versione ufficiale pubblicata dalla Sala stampa vaticana, ma nella registrazione audiovideo è rimasto.

E che dire dell’idea che la mancanza verso il sesto comandamento possa essere «non totale»? E che ci sono «peccati più gravi» come la superbia e l’odio? Perché più gravi? Rispetto a cosa? E chi l’ha deciso? Lo stato confusionale è al massimo grado.

E poi l’ultima perla: un uomo (Aupetit) «al quale hanno tolto la fama [immagino intendesse la reputazione] così, pubblicamente, non può governare. E questa è un’ingiustizia. Per questo, io ho accettato le dimissioni di Aupetit non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia». Ma come? In questo modo tu, papa, dichiari apertamente di aver ceduto all’ingiustizia e di non aver difeso la verità, mentre tu, come Supremo Pastore, dovresti fare proprio l’opposto! Non solo: dopo le tue dichiarazioni, monsignor Aupetit resta marchiato a vita come quello delle carezze e dei massaggi alla segretaria!

In conclusione, dai contorti ragionamenti bergogliani emerge un’interiorità deteriorata e una spiritualità malata, oltre che un senso distorto della giustizia e dei doveri ad essa connessi. Il che non è una sorpresa, perché ormai abbiamo imparato a conoscere Bergoglio e il suo concetto di morale. Ciò che desta sorpresa e sconforto è che ancora ci sia chi si presta a questo gioco al massacro, chi tace rendendosi complice di uno scandalo giunto all’aberrazione, chi tollera che una persona completamente inadeguata al ruolo che ricopre continui pervicacemente a demolire quel che rimane del papato e della Chiesa di Cristo. Un papato – giova ricordarlo – che Nostro Signore ha istituito e a cui ha conferito un potere sacro perché governasse la Chiesa e non perché la trasformasse in un’entità che ha lo scopo opposto a quello per cui Egli l’ha fondata.

Raramente faccio nomi, ma in questo caso vorrei rivolgermi a Matteo Bruni,  direttore della Sala stampa della Santa Sede, collega che ho conosciuto, quando ancora ero vaticanista per la Rai, come persona intelligente, onesta e gentile. Caro Matteo, scusa se mi intrometto, ma, poiché immagino il tuo disagio, ti chiedo: perché non abbandoni baracca e burattini? Perché ti rendi complice di questa follia? Non vedi che ogni giorno che passa l’istituzione del papato è sempre più ferita e svilita? Non vedi che l’auctoritas è sempre più compromessa? Quando tutto questo sarà finito – perché il Signore non permetterà che la Chiesa venga devastata in questo modo indecoroso – verrà chiesto conto di questa azione devastatrice non solo al primo responsabile, Bergoglio, ma anche ai suoi collaboratori, tra i quali molti subiscono il suo strapotere senza condividerlo. Vuoi essere anche tu – come molti, troppi laici, sacerdoti, vescovi e cardinali – nel numero di coloro che verranno additati come corresponsabili e sostenitori del tiranno?

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