La sepoltura di Pietro, sulle tracce indicate da Maria Valtorta

Quinta e ultima puntata dell’intervista integrale di Edward Pentin al professor Liberato De Caro, del Cnr. L’intervista, che ha preso spunto dalle ricerche sulla datazione della nascita di Gesù, ha poi analizzato diverse questioni sollevate dal confronto tra i Vangeli e si conclude affrontando la questione, mai risolta, della collocazione della sepoltura di Pietro a Roma.

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Professor De Caro, nei suoi scritti si trova l’affermazione che il primo luogo di sepoltura di san Pietro non si trovava sul colle Vaticano, ma altrove a Roma. Aveva ragione lei, o i resti sono negli scavi sotto il Vaticano, dove sarebbero stati scoperti negli anni Quaranta?

Durante gli scavi archeologici degli anni Quaranta, proprio sotto l’altare della basilica di San Pietro, fu trovato un piccolo monumento del II secolo, che ricordava l’apostolo. Si tratta di una piccola edicola, il “trofeo” menzionato in una lettera di un prete romano di nome Gaio ai tempi di Papa Zefirino (199-217) che, polemizzando con chi vantava di avere la tomba dell’apostolo Filippo a Ierapolis in Asia Minore, risponde: Io posso mostrare i trofei degli apostoli: se vai infatti sul colle Vaticano o sulla via Ostiense, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, 2.25, 5–7). Queste scoperte riguardano la tomba, non le reliquie. I quattro archeologi che condussero la campagna di scavi, A. Ferrua, B. M. Apollonj Ghetti, E. Josi ed E. Kirschbaum, conclusero di aver trovato il luogo di sepoltura di san Pietro o, almeno, uno dei luoghi di sepoltura, visto che non avevano trovato resti umani significativi. Infatti, quello che c’era sotto la nicchia era stato distrutto in un’epoca imprecisabile, e nel luogo indicato dal modesto monumento (Trofeo di Gaio), non c’era più nulla. La questione più importante, che riguardava le reliquie di Pietro, dunque, per i quattro archeologi che condussero gli scavi, rimase irrisolta.

Un colpo di scena, però, arrivò negli anni Sessanta. Dopo aver passato diversi anni a studiare i graffiti cristiani nella zona della tomba di san Pietro, l’epigrafista Margherita Guarducci, che non aveva partecipato alla campagna di scavi, annunciò di aver identificato le ossa dell’Apostolo. Le modalità della scoperta, tuttavia, sollevarono molte perplessità tra gli esperti. Un operaio che aveva partecipato agli scavi le avrebbe indicato un gruppo di ossa, rinvenute durante gli scavi ma rimaste dimenticate per più di dieci anni, sino al 1953, nel magazzino degli scavi. Fra tre gruppi di resti scheletrici umani rinvenuti, l’antropologo V. Correnti riconobbe quelli appartenuti a un individuo di sesso maschile, di età compresa tra i sessanta e i settanta anni, di altezza pari a 165 cm. Questi resti umani potevano essere compatibili con le reliquie di san Pietro. Come mai i quattro archeologi che condussero la campagna di scavi non si erano accorti di avere scoperto dei resti mortali compatibili con quelli di san Pietro? Era loro sfuggita una così importante scoperta?

Tutto quanto fece insorgere una rovente polemica tra M. Guarducci e A. Ferrua, che non condivideva affatto le conclusioni dell’epigrafista. A distanza di molti anni, quando ormai sono morti tutti i protagonisti della vicenda, è palese che la questione è tutt’altro che chiara. Il ritrovamento dei resti mortali di san Pietro era molto importante per la Chiesa cattolica poiché, a quei tempi, molti storici evangelici mettevano in dubbio che Pietro fosse mai stato a Roma. Oggi quasi nessun storico, se si esclude ancora qualcuno dell’area protestante, contesta più la presenza e la morte del capo degli apostoli a Roma e, quindi, certe urgenze apologetiche del dopoguerra, di dimostrare con assoluta certezza che san Pietro era stato a Roma, a sostegno del primato della Chiesa romana, sono ormai venute meno.

In effetti oggi è chiaro che, in ogni caso, anche ammesso che sotto la basilica ci siano proprio le spoglie mortali di Pietro, l’apostolo non fu immediatamente sepolto sul colle Vaticano. Maria Valtorta, tra le altre cose, descrive anche il primo luogo di sepoltura di san Pietro, che non sarebbe in Vaticano. Abbiamo analizzato quanto lei descrive a riguardo e abbiamo potuto verificare che le sue indicazioni portano a un ipogeo scoperto nella seconda metà del 1800 e mai completamente esplorato, poiché una delle galleria di acceso era particolarmente precaria e pericolante. Esso si trova nei pressi di un altro ipogeo ritenuto, quando fu scoperto, la catacomba di san Nicomede, martire del I secolo, nei pressi dell’inizio della via Nomentana, a Roma. Maria Valtorta non era consapevole di tutto ciò, tant’è vero che cercò, con l’ausilio di alcune mappe della Roma imperiale, di capire dove portassero le indicazioni che, a suo dire, aveva avuto in visone, circa il luogo della prima sepoltura di san Pietro, ma invano, poiché non aveva nessuna competenza storica né archeologica. L’impossibilità di individuare la sepoltura di san Pietro le causò anche alcuni problemi con la curia romana che le ordinò di non diffondere i suoi scritti e di consegnare i manoscritti originali.

A distanza di alcuni anni da quegli avvenimenti, una parte dei suoi scritti fu comunque pubblicata, contro la volontà della Valtorta che voleva prima l’autorizzazione ecclesiale, ed essi furono messi all’Indice dei libri proibiti, per motivi disciplinari, poiché a quell’epoca gli scritti a carattere religioso, prima della pubblicazione, dovevano ricevere l’imprimatur della Chiesa. Ma si tratta di problemi del passato. Infatti, l’Indice è stato soppresso e gli scritti di Maria Valtorta sono pubblicati dal Centro editoriale Valtortiano. Il 7 dicembre 2017, inoltre, l’avvocato rotale Carlo Fusco, postulatore delle cause dei santi, ha chiesto all’autorità ecclesiastica competente il permesso per la raccolta delle testimonianze sulla vita di Maria Valtorta e, in particolare, le prove sull’esercizio eroico da lei praticato delle virtù cristiane. Si tratta del primo passo per essere riconosciuti dalla Chiesa quali “Servi di Dio” e poter, in seguito, aprire una eventuale causa di beatificazione. Poiché Maria Valtorta è morta a Viareggio, fu chiesto all’arcivescovo dell’arcidiocesi di Lucca, cui compete per appartenenza territoriale la guida pastorale, il parere sulla possibilità che fosse la diocesi di Roma a occuparsi della raccolta delle suddette testimonianze e prove. L’arcivescovo di Lucca diede risposta affermativa e dal 2019 un sacerdote del vicariato cui appartiene Viareggio ha iniziato a raccogliere le testimonianze sulla vita di Maria Valtorta e le prove sull’esercizio eroico da lei praticato delle virtù cristiane, sino a marzo del 2020 quando la pandemia Covid-19 ha obbligato momentaneamente a sospendere tale attività, sino a quando l’emergenza sanitaria non sarà superata.

Per quanto riguarda san Pietro, Maria Valtorta descrive nel dettaglio la prima cripta in cui sarebbe stato sepolto. Se si andasse a vedere cosa c’è in quell’ipogeo da noi individuato, non del tutto esplorato, avremmo una risposta circa l’attendibilità di quanto Maria Valtorta ha scritto circa la prima sepoltura dell’apostolo.

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Per saperne di più:

L. De Caro; F. La Greca; E. Matricciani, Saint Peter’s First Burial Site According to Maria Valtorta’s Mystical Writings, Checked Against the Archeology of Rome in the I Century, Multidisciplinary Scientific Journal, 3, 2020, 365-400: https://www.mdpi.com/2571-8800/3/4/29

5. Fine

 

 

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