“Ddl Zan europeo”. L’Italia da che parte sta?

di Luca Marcolivio

Da più parti, in maniera un po’ disorganica, si stanno diffondendo voci intorno a un “ddl Zan europeo”. La notizia è confermata dall’esistenza di un documento della Commissione europea avente per oggetto l’estensione della lista dei reati per discorsi e atti che inciterebbero all’odio. La bozza è stata approvata dal collegio dei commissari in forma scritta, dopodiché la proposta verrebbe avallata dal Consiglio dell’Unione, per poi passare alla votazione del Parlamento europeo.

Il documento trae spunto dal discorso sullo Stato dell’Unione europea del 2020 in cui la presidente, Ursula Von der Leyen, annunciava la proposta di «estendere la lista dei reati europei a tutte le forme di incitamento all’odio per motivi di razza, religione, genere o sesso». Una norma che, spiega la bozza della Commissione, sarebbe adottata in applicazione dell’articolo 2 del Trattato dell’Unione europea con cui gli Stati membri si impegnano a tutelare i valori del «pluralismo», della «non discriminazione», della «tolleranza», della «giustizia», della «solidarietà» e dell’«uguaglianza tra donne e uomini».

La Commissione europea denuncia, infatti, un «forte aumento dei discorsi che incitano all’odio e dei reati di odio» «negli ultimi decenni in Europa». Secondo gli estensori del documento l’attitudine a «odiare» starebbe cioè «entrando nel mainstream», prendendo di mira «individui e gruppi di persone» targettizzati per «razza, etnia, lingua, religione, nazionalità, età, sesso, orientamento sessuale, identità di genere, espressione di genere, caratteristiche sessuali». Il sopraggiungere della crisi pandemica, poi, non avrebbe fatto altro che «fomentare sentimenti di insicurezza, isolamento e paura», finendo per incentivare ulteriormente appunto reati e discorsi di odio.

Si tratta peraltro di un’iniziativa che mira a integrare altri piani già intrapresi, come la Strategia per la parità Lgbtiq 2020-2025.

A sostegno del progetto, la Commissione europea cita un sondaggio dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea, secondo il quale l’11% delle persone Lgbt+ intervistate riferisce di essere stata almeno una volta «aggredita fisicamente o sessualmente» in ragione del proprio orientamento sessuale.

Tra gli europarlamentari italiani voci contrarie al “ddl Zan europeo” sono giunte dal gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), da Identità e Democrazia (ID) e dal Partito popolare europeo (Ppe). «Monitoreremo da vicino l’evoluzione di questo processo. Non permetteremo che la libertà di pensiero e di parola vengano sacrificate ad esclusivo vantaggio dell’ideologia», dichiara l’onorevole Nicola Procaccini (Fratelli d’Italia-Ecr), secondo il quale «l’introduzione tra gli eurocrimini dei reati di odio e di incitamento all’odio basati sul genere risulterebbe fuorviante anche dal punto di vista giuridico».

«Quando gli Stati, i governi, le istituzioni, vogliono imbrigliare le manifestazioni del pensiero altrui, si sfocia in una pericolosa deriva autoritaria», gli fa eco Susanna Ceccardi (Lega-ID). «Noi siamo contro ogni tipo di discriminazione, ma non si può istituire un reato d’opinione per chiunque osi dissentire dal pensiero unico della sinistra», ha commentato Simona Baldassarre (Lega-ID).

«Si tratta di una comunicazione con una pretesa molto alta», dichiara Massimiliano Salini (Forza Italia – Ppe), «e cioè quella d’introdurre i prodromi di una direttiva che andasse a modificare, in qualche misura, l’articolo 83 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea». Secondo Salini, tuttavia, si tratterebbe di un progetto «destinato a fallire sin dall’inizio», in quanto, afferma l’eurodeputato, «gli ordinamenti giuridici che devono badare al diritto penale sono già attrezzati in Europa per sanzionare chi non rispetta i diritti, compresi quelli citati in questa comunicazione». Non ha senso, cioè, parlare di «crimini europei», né di «diritto penale europeo».

Pur di promuovere l’agenda Lgbt+ e forzare le legislazioni nazionali, l’Unione europea sta insomma giocando tutte le carte del proprio mazzo, con metodi non sempre trasparenti. Una di queste era stata la risoluzione, approvata in settembre, che impone il riconoscimento dei “matrimoni” e delle unioni tra persone dello stesso sesso in tutti i Paesi dell’Unione europea.

Difficile pensare che operazioni come questa o come quella del “ddl Zan europeo” sarebbero state architettate, se Paesi come la Polonia o l’Ungheria non avessero fatto resistenza. La battaglia tutta intraeuropea per la difesa della famiglia naturale è però solo all’inizio. E in gioco c’è la sopravvivenza dell’Unione europea, per la quale i princìpi non negoziabili, alla fine, potrebbero risultare più strategici delle pur stringenti questioni economiche. In tutto questo, però, l’Italia da che parte sta?

Fonte: ifamnews.com

 

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