“Hypomonè en Iēsoû”. Resistenza in Cristo. Questa la via di fronte alla follia dilagante e alla menzogna eretta a sistema

Cari amici di Duc in altum, mi ha scritto nuovamente il linguista (costretto all’anonimato) già intervenuto nel blog con un articolo sul “divin vaccino” e sull’uso della lingua nell’inganno globale. Con questo nuovo contributo intende esprimere sostegno a tutti coloro che, come lui stesso, hanno scelto di perdere lavoro e stipendio pur di non cedere al ricatto. “Non disperiamo. La nostra parola d’ordine divenga la hypomonè en Iēsoû, la resistenza in Gesù”.

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Dinanzi al turpe asservimento alla dittatura igienica di cui dà prova la maggior parte dei nostri simili, intendo rivolgere alcune parole di sostegno a chi, in modo coerente con la propria avversione al presunto «vaccino», ha scelto di rinunziare al lavoro e d’esser così defraudato della giusta mercede. Aspettative, sospensioni e persino volontari licenziamenti: tutte risposte sofferte, ma anche fieramente ostinate, a un regime dispotico che avanza sempre più incontestato. I bei discorsi sulla resistenza al tiranno, sulla sfiducia nella terapia genica e sulla fede nel non praevalebunt son privi d’ogni valore se poi la filosofia non s’invera nella vita né si traduce in scelte, se necessario, radicali. A tavola imbandita e blanditi da vini d’annata sono pronti tutti a giurare fedeltà granitica alla causa; eppure già la mattina dopo, svaporata la nube bacchica, avvistiamo non pochi di quei militi gloriosi nelle code d’ingresso ai tendoni dei marchiatori. Si rimane sempre più soli. Meglio così: alla fine sapremo su chi veramente potremo contare.

Dallo scorso 15 dicembre ho preferito l’esilio all’elisir di vita infera (e breve). Avevo previsto da mesi il decreto dell’aut aut: il nemico non deve mai coglierci impreparati. Un muro di silenzio da parte di colleghi coi quali ero da anni, e in qualche caso da decenni, in ottimi rapporti. Invero due, anzi tre persone son riuscite a balbettarmi un «mi dispiace». Ma si sarebbero dovute dispiacere, ho detto loro senza malanimo, qualora fossi rimasto cedendo al ricatto.

Se i registi di questa pseudopandemia – cui solo gli stolti, ahinoi innumerevoli, ancor credono – stanno insistendo in tutto il globo a che s’inoculi in qualsiasi essere umano, infante o in fin di vita che sia, l’intruglio «vaccinale», significa, per chi scruti i segni dei tempi, che dovremo tenercene alla larga più che dalla peste. La peste infatti – quella vera, quella nera – disintegrava i soli corpi; questo falso vaccino, invece, non solo non gioverà punto alla salute, che anzi ne patirà, ma intaccherà pure la psiche, offuscando a poco a poco la dimensione stricto sensu spirituale. Lo notiamo sempre più in coloro che fino a ieri speravamo al nostro fianco: fatta l’iniezione ragionano altrimenti, cambiano linguaggio, trasmutano pietosi la farsa in dogmi. Veritatem dies aperit, scriveva Seneca (De ira II 22): presto vedremo che i corrosivi effetti del divin vaccino son solo al principio della loro epifania fisica e psichica.

Maggiore è l’insistenza dei male intenzionati sovrani ad imporre il loro sigillo, più inflessibile dovrà essere il nostro rifiuto. Costi quel che costi, dovessimo anche piombare in povertà ed occultarci in antri. Ma ne usciremo, Deo non invito. Diversamente da prima non son concesse sfumature cromatiche: o si è bianchi o si è neri, o si assente al loro sigillo o non si cede. Siamo in un momento della storia senza precedenti, poiché il mondo tutto si direbbe imprigionato in un malefico incantesimo, tenuto vivo da soggetti politici variamente coscienti delle loro azioni, ben comprati dai veri burattinai e privi d’ogni scrupolo. Pensare che i varî governi fantoccio del pianeta abbiano a cuore la nostra salute è fanciullesco; pensare che alla Sesta o Settima Dose tutti saranno sani e salvi è da dementi, suicidi per giunta; pensar poi che l’Endlösung sia la deportazione e l’inoculazione coatta dei renitenti è il buio della ragione, è l’oblìo voluto dei tanto magnificati human rights. Ma proprio questo è il pensiero dei più, per incredibile che paia.

Troppe anime ingenue si son lasciate traviare dalle rassicurazioni della Chiesa, sia sedicente cattolica sia ortodossa, circa i salvifici vaccini. L’attuale pontificato s’è fatto promotore di una campagna vaccinale ossessiva, gareggiando col potere temporale nel denigrare e minacciare chi respinga il nuovo sacramento. La grande responsabilità, però, non ricade sui preti ordinari, per lo più indottrinati a incensare i migranti, belare disastri climatici, esser gay-friendly e fare la Terza Dose, bensì su alti prelati, atei nella miglior ipotesi e a tal segno corrotti dai secolari nemici della Chiesa da collaborare scientemente al Great Reset. La cosa è sotto gli occhi di chiunque solo voglia vedere. L’adesione del sire argentino e dei suoi porporati allo spirito del mondo è totale. né conosce battute d’arresto quand’anche fosse in gioco il deposito della fede. L’unica fede cui Roma (e ormai pure Costantinopoli) esorta è quella nella scienza – squallido ossimoro, quasi l’indagine scientifica presupponesse devozione, coralità di vedute e accettazione supina di asserti. Una colpa inespiabile grava sulle gerarchie ecclesiastiche: senza il loro attivo coinvolgimento nel teatro pandemico quest’ultimo non sarebbe stato possibile.

Non mancano, tuttavia, sacerdoti arditi, incapaci di accettare come normali le liturgie mascherate, le acquasantiere disseccate e l’aggiunta d’un sacramento spurio, quello del «vaccino» che gronda sangue innocente – di feti squartati – e che riversa veleno in membra, menti, anime. Onore a quei parroci che han saputo dire no subendo la persecuzione vescovile. Onore ai sacerdoti fuoriusciti dalla stessa Fraternità San Pio X (quam mutata ab illa!), genuflessa al verbo vaccinale di Bergoglio. Onore, segnatamente, a monsignor Carlo Maria Viganò, colonna dorica rimasta intatta fra le macerie postconciliari.

Molti stanno cogliendo l’eccezionale grazia che ci vien elargita: vedere il profilo autentico di familiari, conoscenti, amici. Persone su cui non avremmo scommesso che si rivelano lucide e solide. Ma son soprattutto le delusioni a dilagare. Si cede al marchio per convinzione (che l’apparenza sia l’unica forma di verità) o costrizione, o semplicemente per viltà. Quest’ultima è fra le caratteristiche indelebili del genere umano: gli stessi che ancor oggi urlano in lagrime Nie wieder! alle giornate memoriali assistono muti, e pertanto complici, alla vessazione dei loro simili disallineati. E non illudiamoci sui posteri che un giorno additeranno al disprezzo la farsa pandemica e il macello vaccinale: al risorgere d’una nuova dittatura larga parte di essi scivolerà nel sostegno fattivo o passivo al tiranno.

Non disperiamo. La nostra parola d’ordine divenga la hypomonè en Iēsoû (‘resistenza in Gesù’) di cui parla San Giovanni in apertura dell’Apocalisse (1, 9), giacché con mezzi puramente umani non contrasteremo mai le legioni infere.

 

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