Le vite degli altri. E la nostra possibilità di non piegarci

di Carlo Primerano

Siamo controllati. Quello che scriviamo, quello che leggiamo, che acquistiamo, la storia della nostra salute, la nostra vita privata. Tutto. Ormai è appurato, lo si può dire senza timore di essere guardati di sbieco, come invece sarebbe certamente accaduto fino a poco tempo fa. Il fatto che il regime di sorveglianza al quale siamo sottoposti è un dato acquisito, e quel che è peggio accettato, è dimostrato dal ritornello con il quale, se ogni tanto si discute del problema, arriva invariabilmente la risposta: “Di che ti preoccupi? Io non ho niente da nascondere”. E di fronte al velocissimo salto di qualità, via pandemia e lasciapassare, la nuova risposta è: “Di che ti preoccupi? Tanto ci controllavano già”.

La passività e la cecità della maggior parte della popolazione davanti alla deriva disumana della società, resa vieppiù evidente negli ultimi due anni, è l’aspetto più inquietante del tempo che viviamo.

Gli uomini vivono tranquillamente la loro quotidianità in perfetta buona fede sentendosi “liberi”, nel mentre un potere intrinsecamente malvagio gli accomoda il mondo che verrà.

Ho una visione provvidenziale della storia, che il pessimismo della ragione non riesce a piegare. Sarà per questo, o forse solo per cercare sollievo alle difficoltà del momento, che mi trovo spesso a fantasticare su come le cose potrebbero cambiare. Possibile, mi chiedo, che non vi sia nessuno tra coloro con il potere di influenzare gli avvenimenti che non abbia un ripensamento, un sussulto della coscienza, una rivolta dell’intelligenza che lo faccia comprendere? Che non possa succedere qualcosa che manda all’aria i loro piani, un bastone tra le ruote, un granello nell’ingranaggio?

In questa attitudine, seguendo la corrente dei pensieri come ho detto, ho riguardato l’altro giorno il film del 2006 Le vite degli altri, del regista tedesco Florian Henkel Von Donnermarck. L’intreccio è presto raccontato: siamo a Berlino Est, nel 1984. Uno dei migliori elementi della Stasi, il capitano Gerd Wiesler, l’agente HGWXX/7 (interpretato da Ulrich Muhe), è incaricato di sorvegliare il drammaturgo George Dreyman (Sebastian Koch) e la sua donna, l’attrice Christa Maria Sieland (Martina Gedeck), della quale è innamorato il ministro della cultura, pezzo grosso del partito. Per questo il ministro vuole a tutti i costi che si trovi un qualche capo di imputazione contro Dreyman.

Il susseguirsi degli avvenimenti è avvincente, la suspense è quella di un vero thriller. Per chi decidesse di vedere il film non rivelo tutto, giusto qualcosa per dire la ragione di queste riflessioni. E la ragione è che gli uomini possono cambiare, che improvvisamente tutti possono riacquistare la vista, perfino un agente della Stasi, cresciuto alla scuola della polizia segreta, convinto fino a quel momento di lavorare per il bene della società e per il trionfo del socialismo.

Wiesler si mette in ascolto della vita dei sorvegliati e ascoltandoli, vedendoli vivere, venendo a contatto con la loro umanità, essi cessano di essere astratti, diventano degli esseri umani, quelli che il potere e la sua burocrazia non sanno, non possono vedere. Il rapporto diventa personale e incrina le certezze del funzionario. Certezze precarie. Non può essere solido ciò che è costruito sulla menzogna, sul soffocamento dello spirito e della libertà. Come nella scuola della Stasi, nella quale il nostro funzionario impartisce lezioni di psicologia dell’interrogatorio. E se qualcuno fa una domanda, “ ma non è disumano così?”, mette un puntino accanto al nome sul registro per ricordarsi di tenere d’occhio l’allievo troppo scrupoloso.

Ma le cose cambieranno al punto che Wiesler si interesserà al destino delle persone che è incaricato di sorvegliare cercando di tenerle fuori dai guai. Riuscirà a salvare Dreyman, a prezzo della carriera, dall’accusa di avere esportato all’ovest un articolo critico del regime.

Memorabile il finale: pochi anni dopo gli avvenimenti, caduto il muro di Berlino, Dreyman esamina i documenti che lo riguardano negli archivi della Stasi, ai quali ormai ha accesso, e confrontando i resoconti falsati delle registrazioni con ciò che è veramente accaduto, capisce chi lo ha salvato. Scriverà un libro, con la dedica: per le persone buone. All’agente HGWXX/7 con riconoscenza.

Il film finisce così. Resta il conforto che danno le favole, che il bene, come in tutte le fiabe che si rispettano, alla fine trionfa sul male.

Mentre scorrono i titoli di coda penso ancora: eppure deve esserci qualcuno che eviti di mettere il puntino sul nome di chi pone delle domande, qualcuno che a un certo punto veda il re senza vestiti, e se ne freghi del frastuono dei cortigiani. Ma un riflesso di realismo mi riporta subito a considerazioni meno consolanti.

Mi ricordo che oggi c’è un algoritmo a interessarsi di noi, e un algoritmo non ha anima. C’è il rumore di fondo di macchine che processano infinite serie di dati. Ci sono telecamere a ogni angolo di strada. Si avvicina, anche da noi, il riconoscimento facciale, si allunga l’ombra del credito sociale alla cinese. Molto presto non sarà più possibile sfuggire neppure per un attimo all’occhio e all’orecchio del sorvegliante tecnologico. La società del Panopticon. La gente non se ne preoccupa. Non ha nulla da nascondere, si diceva.

Colpisce, nel film, come i mezzi a disposizione per lo spionaggio, impianti di registrazione sofisticatissimi per l’epoca, risultino, anche all’occhio, irrimediabilmente obsoleti. Oggi sarebbe più difficile per un capitano Wiesler affezionarsi alle sue vittime. L’innovazione tecnologica consente possibilità di disumanizzazione che i regimi totalitari del Novecento non possedevano o possedevano solo in parte.

La burocrazia, seppure strumento di umiliazione e repressione principe dei moderni apparati statali, da sola non basterebbe per soffocare i naturali afflati di empatia che si stabiliscono tra gli uomini, come non bastarono gli oliatissimi, sfibranti meccanismi della Germania orientale degli anni 80 rappresentati nel film o quelli della Russia bolscevica a impedire il mantenimento di profondi rapporti di umana vicinanza e la conservazione della fede in un Dio altro che la scimmia di volta in volta suggerita dall’apparato.

Eppure, prima che le macchine prendano definitivamente il controllo, e non è detto che debba accadere, uomini come il capitano Wiesler possono sempre emergere a disturbare il meccanismo, a interrompere l’automatismo. Ognuno nel suo campo. Per esempio in una scuola. Un insegnante che non voglia far lezione a un alunno travestito da donna. O un medico che segua il malato e non il protocollo. O un prete che dica non possumus. Può darsi che proprio a evitare una volta per sempre rischi di questo genere, in fondo il rischio della libertà, servano le prevaricazioni su larga scala di cui in questo periodo viene sperimentata l’efficacia e l’attuabilità.

Intanto, ci sono ancora molti uomini per i quali le vite degli altri contano, per i quali la vita conta. Come scrive Ernst Jünger, uomini che aprono una breccia nella mera funzionalità, chi per spirito umanitario, chi in nome della libertà, e chi perché si assume coraggiosamente una responsabilità diretta. Forse, proprio quando va contro le regole, il medico conferisce al rimedio che dà al malato una virtù miracolosa. Noi viviamo di questa possibilità: sfuggire alle funzioni”.

Fonte. ricognizioni.it

 

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