In ricordo di monsignor Luigi Negri

Il 31 dicembre 2021 è morto presso la casa di cura Sacra Famiglia, a Cesano Boscone, monsignor Luigi Negri. Aveva ottant’anni ed era arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio.

Nato a Milano il 26 novembre 1941, Luigi Negri frequentò il liceo Berchet, dove tra i suoi professori ebbe don Luigi Giussani: l’incontro che segnò la sua vita. Fu docente alla Cattolica di Milano, filosofo, teologo, saggista, esperto del pensiero e dell’insegnamento di Giovanni Paolo II. Proprio papa Wojtyła nel 2005 lo nominò vescovo di San Marino-Montefeltro.

Tra i ricordi di monsignor Negri apparsi in questi giorni, vi propongo quello di un suo caro amico, don Gabriele Mangiarotti.

***

Quando un amico se ne va

di don Gabriele Mangiarotti

Certamente per me Luigi Negri è stato infinitamente più di un amico, da quando l’ho conosciuto a Varigotti, alla quattro giorni di settembre, alla fine del primo anno di liceo. Una storia e una avventura entusiasmanti, dal primo giorno in seminario, a Saronno e poi a Venegono, fino ai giorni a San Marino, dove mi ha chiamato a collaborare con lui nel suo nuovo incarico di vescovo.

Con lui ho affrontato i primi anni di sacerdozio, dentro una amicizia e una cordiale collaborazione di fronte ai problemi che sorgevano in un quartiere, dove ero stato inviato come coadiutore di un parroco straordinario, in cui si intravvedevano già i cambiamenti che poi avrebbero investito la Chiesa e la società. Ricordo le assemblee parrocchiali sul tema della educazione, infuocate e chiarissime, per una proposta di un cristianesimo da protagonisti, con un confronto tenace con la cultura laicista che stava diffondendosi (era un quartiere residenziale, di nuova concezione, e il tentativo di rendere la Chiesa come punto di giudizio sulla realtà trovava accaniti oppositori, ma anche appassionati “combattenti”).

Ogni volta che gli chiedevo aiuto per le varie iniziative era un sostegno incrollabile e fedele, saggio e soprattutto realista, di quel realismo coraggioso della fede che abbiamo imparato a conoscere anche a San Marino.

Certamente avremo tempo per riprendere tutto quanto ci è stato donato dalla sua presenza. E quando sono arrivato qui in diocesi di San Marino, perché mi aveva chiesto di accompagnarlo in questa sua nuova responsabilità, ho visto in azione un pastore capace di entrare in dialogo e confronto con una realtà così diversa da come era abituato a condividere. Un pastore con l’«odore delle pecore», non sentimentalmente, ma nella durezza delle situazioni condivise. Una bontà – per chi lo ha conosciuto – anche sotto una scorza a volte ruvida, capace di comprendere e condividere situazioni difficili e nascoste.

Ma soprattutto un pastore per cui la fede non era un orpello del passato, ma la forza persuasiva di un presente, capace di giudizio e di efficacia. Ricordo l’entusiasmo suo quando gli ho letto quella frase straordinaria di s. Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

Questa fede ci ha indicato la via per una presenza cristiana che sapesse parlare al cuore dell’uomo, incontrandolo nelle varie situazioni, indicando la strada del compimento di sé.

Ricordo l’entusiasmo con cui ha preparato la visita di Papa Benedetto, una visita che avrebbe segnato il volto cristiano della Repubblica sammarinese. E credo che il suo impegno avrebbe potuto trovare, oltre ai tanti amici convinti delle sue posizioni, anche uomini e donne capaci di mettersi in discussione: forse alcuni che lo hanno ascoltato hanno poi avuto timore a rischiare un serio confronto e una collaborazione che avrebbe aperto spazi inimmaginabili di novità creativa.

Ho visto, negli anni con cui ho vissuto da vicino con lui, un uomo coraggioso, non per attitudine naturale, ma per convinzione di fede autentica. Là dove era in questione la verità dell’uomo, la fede e i principi non negoziabili, allora era una roccia. E non lo hanno fermato le sciocche considerazioni di coloro che, pur proclamandosi cristiani preferivano il compromesso con la mentalità mondana.

E se era chiaro il giudizio era ugualmente chiara l’attitudine a riprendere il cammino comune. Non considerava nemici gli avversari, e spesso cercava un confronto senza finzioni.

Mentre scrivo, però, affiorano alla mente tanti episodi di quel cammino comune per cui la vita cristiana era una avventura senza confini, tante occasioni in cui ha saputo valorizzare anche chi gli si opponeva, tanti tentativi di creare occasioni di vita. Quanti, allora giovani, ricorderanno, a San Marino, l’incontro con don Benzi, il giorno prima della sua morte, nella discoteca per celebrare coi giovani un modo diverso di vivere Halloween?

Quando un amico se ne va… per grazia rimangono i momenti vissuti insieme, che non si perdono ma che col tempo rivivono per tutta la loro bellezza. E questo ce lo ha garantito il Signore ed è l’esperienza più bella della vita cristiana.

Fonte: culturacattolica.it

I miei ultimi libri